Libero Arbitrio

Un blog fuori dalle catacombe.

martedì, 26 maggio 2009

Dollhouse

 

 

Ho 38 cervelli, e nessuno di loro pensa che si possa firmare un contratto

per essere schiavi. Specialmente ora che abbiamo un presidente nero.

 

 

Dollhouse è una serie di fantascienza molto interessante, frutto del genio creativo di Joss Whedon, già autore di serie cult come il teen horror Buffy The Vampire Slayer (il telefilm preferito di Massimo Introvigne!) e l’incompiuto meraviglioso western futuristico Firefly; una serie che pone molti interrogativi attorno a grandi temi come l’autonegazione della libertà, la degenerazione della fantasia, la tecnica asservita al potere assoluto dei pochi sui molti.

 

La Dollhouse è un’azienda segreta la cui esistenza è ufficialmente negata, una leggenda metropolitana per la gente normale, che offre con molta discrezione i suoi servizi soltanto a pochi eletti ricchi e potenti. La Dollhouse affitta persone: chiunque sia il lui o il lei di cui hai bisogno – squillo di lusso, professionisti espertissimi, qualcuno che sia veramente innamorato di te – loro possono accontentarti, impiantando l’opportuna personalità in una “Doll”: esseri umani a cui hanno resettato il cervello per rimuovere la personalità (la memoria, l’identità, la volontà, l’anima) e conservarla in un hard disk. Sono corpi vuoti, pronti ad essere riempiti all’occorrenza di personalità fasulle oppure ricavate da altre persone.

Quando non sono in missione le Doll, anche note come “Active”, abitano nella Dollhouse: un avveniristico edificio supersegreto nel quale vegetano in stato infantile e semicosciente, ripetendo le stesse frasi, nuotando placidamente in piscina, impegnate in attività elementari che tengono occupato al minimo il cervello, facendo molte docce in comune (miste: di regola gli Active non hanno impulsi sessuali), sempre sorridendo. Sempre sorridendo. Le Doll sembrano felici. Ed è importante notare che l’incarico di Doll è temporaneo, dura 5 anni (almeno così promette la Dollhouse) e soprattutto è volontario: tutti gli Active hanno scelto di diventarlo, hanno firmato il consenso, chi per soldi, chi perché la Dollhuose prometteva di risolvere qualche grosso guaio che avevano combinato, chi per disperata alternativa al suicidio contro l’intollerabile dolore di vivere.

Protagonista della serie è Echo, una Doll in qualche modo speciale, che riesce a pensare oltre gli stretti limiti del protocollo operativo di volta in volta impiantatole. Altri personaggi di rilievo: il supervisore di Echo, molto paterno nei suoi confronti e non privo di riserve morali sulla Dollhouse; un testardo agente dell’FBI, convinto che la Dollhouse esista davvero e deciso a smascherarla e salvare le Doll; e nell’ombra si muove il pericoloso Alpha, un Active ribelle fuggito dopo un sanguinoso incidente, dagli scopi misteriosi.

 

 

Queste le premesse, vorrei parlare un po’ dei temi etici sollevati dalla serie.

Anzitutto, la libertà. Questa è la grande domanda di fondo della serie: siamo liberi di perdere la nostra libertà? I volontari hanno “liberamente” scelto di diventare Doll, ma è possibile una tale scelta? L’autodeterminazione si può spingere all’autodistruzione?

Potete ben vedere che si tratta di domande di estrema importanza, soprattutto oggigiorno. Domande a cui la serie sembra fortemente suggerire una risposta negativa: consenso o non consenso, l’attività della Dollhouse è intrinsecamente immorale, oltre che pericolosa per le sue implicazioni sociali. Uno dei migliori episodi della prima stagione mostra spezzoni di interviste per strada a gente di varie condizioni, interrogandoli su questa fantomatica Dollhouse che di sicuro non esiste, non possono fare una cosa del genere, ma se esistesse tu che faresti? Le risposte sono le più disparate, c’è chi vorrebbe spassarsela con le Doll o addirittura essere una di loro (“fai di tutto. E in più non devi ricordarti niente. O studiare, o pagare l'affitto. E in cambio te la spassi con gente ricca per tutto il tempo. Dove devo firmare?”), e c’è chi la vede come la nuova frontiera della schiavitù (“C'è un solo motivo per cui una persona vorrebbe diventare uno schiavo: il fatto che lo sia già”). L’accidentato percorso della protagonista Echo la spinge a recuperare via via una sorta di autoconsapevolezza, fino a capire che non si può firmare il consenso per rinunciare al proprio consenso.

La questione diventa, per chi ha una particolare sensibilità a certi argomenti, ancor più interessante se la si associa a un’altra forma di autonegazione della libertà, che non è un ipotetico futuro ma un terribile presente: sto parlando ovviamente dell’eutanasia. L’argomento non è stato affrontato da Dollhouse, almeno finora e forse non lo sarà mai (anche perché, diciamocelo, a parlare contro la schiavitù son bravi tutti e si fa sempre bella figura, a parlare contro l’eutanasia si rischia qualcosa in termini di popolarità); ma c’è comunque la speranza che qualche giovane liberal, portato a riflettere sulle contraddizioni dell’autodeterminazione spinta all’estremo, spinga la sua riflessione oltre i limiti del politicamente corretto.

Grazie Joss, non è proprio il massimo, ma va bene così.

 

 

Seconda questione: la fantasia.

Per quel che si è visto finora nelle dodici puntate della prima stagione, ci sono fondamentalmente tre tipi di clienti della Dollhouse: i perversi, i pratici e i patetici. Tutti hanno molti soldi, probabilmente troppi.

I perversi sono quelli che affittano le Doll per fare sesso. Si tratta semplicemente di prostituzione, in certi elitari strati sociali la Dollhouse è l’ultima moda dell’escort. Che altro c’è da dire?

I pratici sono quelli che hanno bisogno di una personalità con determinate caratteristiche per un fine concreto, qualche volta perfino positivo. A un miliardario rapiscono la figlia: si rivolge alla Dollhouse per avere il miglior negoziatore possibile. Un uomo d’affari deve far rubare un oggetto e affitta una personalità stile Arsenio Lupen. Una task-force deve infiltrare un agente in una setta di fondamentalisti cristiani che usa la religione come copertura per loschi fini: mandano il miglior infiltrato possibile, cioè una Doll a cui hanno impiantato una personalità sinceramente credente (inevitabile il paragone tra il brainwashing della Dollhouse e quello della setta). A volte la Dollhouse assume perfino incarici pro bono, a gratis: una Doll può aiutare una bambina vittima di abusi a superare il trauma, trovando con lei l’empatia perché ha una personalità che ha subito quelle stesse esperienze.

In particolare, è molto interessante il caso della donna facoltosa che si fa fare periodicamente la scansione cerebrale: dopo che è stata uccisa, la sua personalità viene consapevolmente impiantata in una Doll per darle l’opportunità di smascherare il suo assassino e risolvere i conti in sospeso. Si allude agli enormi problemi derivanti da questa forma di immortalità immanente: il supervisore di Echo, moralmente più degno di tanti suoi colleghi, avvisa la direttrice della Dollhouse che “Vita eterna. È qualcosa che offriamo, adesso? Perché in quel caso si rende conto che questo segna l'inizio della fine? Una vita infinita. Tutti la desiderano. Il cristianesimo, le altre religioni... la moralità non esiste senza la paura della morte” (ah sì?), al che il boss replica “Non sto progettando di guidare la civiltà occidentale verso la sua fine. È solo per questa volta”. Sarà proprio vero?

Poi ci sono i patetici. Sono i più innocui, ma in un certo senso è qui che l’attività della Dollhouse è più pericolosa. I patetici sono quelli che si rivolgono alla Dollhouse per realizzare fantasie “normali” che non hanno la capacità di risolvere da soli. C’è quello che vuol il miglior appuntamento possibile, ma non riesce a trovare una ragazza con cui legare davvero: affitta una Doll e va sul sicuro. Qualcuno non riesce a farsi amici nella realtà e vuole una Doll soltanto per passare in allegria il compleanno. Una signora di mezza età sogna una fuga d’amore impossibile e si autoillude con un giovane aitante Active nei fine settimana. C’è un tipo a cui è morta la moglie poco prima che potesse dirle che aveva finalmente comprato la casa dei loro sogni: ogni anniversario affitta una Doll con la personalità artificialmente ricostruita della moglie, per mostrarle finalmente la casa, vedere la sorpresa e la felicità sul suo volto, dirle che l’ama (beh, anche fare sesso con lei).

I patetici sono i casi più tristi. Più triste del comprare sesso è il comprare sentimenti, ovvero illudersi di poterlo fare. S’intravede all’orizzonte un mercato fatto di consumatori individualisti e disillusi che hanno perso ogni capacità di costruire autentiche relazioni umane e preferiscono noleggiarle prefabbricate; incapaci di smussare il proprio carattere per adattarlo agli altri, preferiscono noleggiare un altro appositamente tarato per il proprio carattere; incapaci di sforzarsi per migliorare la propria realtà, preferiscono vivere una sterile fantasia. È il solipsismo massificato e commercializzato, la masturbazione elevata a sistema sociale.

È questo il destino dell’occidente sazio e disperato? E chi ne trae guadagno?

 

 

Ah, ma qualcuno che ci guadagna c’è sempre. C’è sempre qualcuno che trae guadagno dal convincere la gente che è meglio uccidersi che vivere, è meglio una relazione alla giornata che impegnarsi in qualcosa di duraturo. C’è sempre chi ha tutto l’interesse a convincere le persone che libertà vuol dire essere schiavi dei propri istinti, i quali spesso per essere soddisfatti necessitano di consumi crescenti e a pagamento. E c’è sempre chi vuole conseguire un potere smisurato per mezzo di una tecnologia sfrenata, e respinge ogni tentativo di mettere limiti con l’accusa di oscurantismo e la bandiera del Progresso.

La Dollhouse si occupa di fantasie: questo è il loro incarico, ma non è il loro scopo”, è il sibillino messaggio che arriva all’agente dell’FBI Ballard, che ha giurato a sé stesso di salvare Echo e distruggere la Dollhouse, da parte di un misterioso alleato. Ma la Dollhouse in sé è solo la propaggine di una più vasta consorteria occulta di illuminati, i cui obiettivi a lungo termine sono ben più grandi dell’affittare piacere a facoltosi debosciati. Ci sono Doll che non risiedono nella Dollhouse, ma vivono tra noi: Active “dormienti”, a cui è stata impiantata una personalità normale e di basso profilo, modificata con meccanismi nascosti che possono, ad un preciso impulso sensoriale, trasformarli in killer infallibili ed inconsapevoli. Il vaso di pandora è stato appena scoperchiato e c’è una quantità enorme di questioni da affrontare: qual è l’obiettivo ultimo di chi si nasconde dietro la Dollhouse? Un esercito, una società, un mondo fatto di Doll, di persone-cose? Una società in cui tutti hanno una personalità artificiale, controllabile e perfetta, il paradiso in terra sognato da tutte le illuminate utopie moderne? Ma quanto è facile rovesciare un paradiso nell’inferno? Dov’è il pericolosissimo Alpha, il figliol prodigo della Dollhouse, che si considera l’incarnazione dell’oltreuomo nicciano e ama sfregiare le persone con lame affilate? Dov’è la differenza tra una personalità naturale e artificiale? L’identità è solo la conseguenza della memoria? Le Doll hanno ancora il libero arbitrio? I corpi sono fungibili? L’anima esiste davvero, è separabile dal corpo e scaricabile in un hard disk, oppure è qualcosa di più che una configurazione neurale resettabile a piacere? Chi di noi potrebbe essere una Doll senza saperlo? E se fossimo tutti le Doll di Dio (il Dio di Lutero, di Calvino, forse anche di Hegel)?

 

 

Dollhouse è una serie veramente notevole. Ha un altissimo potenziale, ma purtroppo finora è riuscita a svilupparlo solo in parte, vuoi per l’estrema atipicità del prodotto (se la protagonista cambia personalità ad ogni episodio è difficile fidelizzare il pubblico), vuoi perché non sono moltissimi gli spettatori capaci di apprezzare le questioni sollevate, vuoi anche per innegabili difetti di regia e sceneggiatura. La prima stagione ha fatto ascolti bassi e la FOX ha concesso il rinnovo per la seconda stagione a fatica e in via sperimentale. Il rischio che Dollhouse faccia la stessa fine del compianto Firefly è molto concreto, e sarebbe davvero uno spreco, perché la mia sensazione è che Dollhouse abbia appena cominciato a dire quello che deve dire. Vedremo.

  

    

 

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cinema, scienza, libero arbitrio

mercoledì, 18 marzo 2009

La speciale logica dell’odio

 

 

Dunque pare che, in procinto di andare in Africa e interrogato sul problema dell’AIDS, il Papa si sia pronunciato in questi termini (come riportati dal Corriere della sera):

 

« Non si può superare il problema dell’Aids solo con i soldi, che pure sono necessari, se non c’è anima che sa applicare un aiuto. E non si può superare questo dramma con la distribuzione di preservativi, che al contrario aumentano il problema. La soluzione può essere duplice, l’umanizzazione della sessualità e una vera amicizia verso le persone sofferenti, la disponibilità anche con sacrifici personali ad essere con i sofferenti. Questa è la nostra duplice forza: rinnovare l’uomo interiormente, dargli forza spirituale e umana per avere un comportamento giusto e insieme la capacità di soffrire con i sofferenti nelle situazioni di prova. »

 

 

Ora, per qualche strano motivo, queste parole hanno dato molto fastidio a qualcuno. Segue qualche esempio preso qua e là.

 

I radicaliparlano di «falsità antiscientifica» e lanciano un appello alla classe dirigente rimasta in silenzio: «Dimostri coraggio, coerenza e serietà smentendo quelle frasi che alimentano l’ignoranza e la diffusione dell’Aids»”.

 

I Comunisti italiani, secondo quanto riporta La Stampa (l’articolo peraltro è interessante e da leggere interamente), lamentano che “è incredibile indurre i cattolici a non usare il preservativo»”. Incredibile, già.

 

Analogamente, la FGCI scrive che “Il Papa afferma delle sciocchezze dal punto di vista scientifico e non fa altro che confermare l'impostazione medievale della Chiesa e di questo pontificato in particolare. Nei paesi dell'Africa Sub Sahariana vi sono circa 25-28 milioni di persone infette da HIV, più del 60% di tutta la popolazione ha l'Aids e più dei tre quarti delle donne. Di fronte a questi dati parlare di un risveglio 'spirituale e umano' è davvero come affidarsi a qualche amuleto magico. Certo il preservativo da solo non basta, bisogna anche compiere degli investimenti medici significativi, ma quanto meno aiuterebbe a limitare il dilagare del fenomeno. Continuare a vietarlo in nome dei principi del Cristianesimo e' davvero una vergogna. Dopo i vescovi filonazisti, la scomunica dei medici che fanno abortire le ragazzine stuprate, non c'è davvero limite al peggio”. Sì, non c’è davvero limite al peggio.

 

Adriano Prosperi, su Repubblica, anche lui ricollegandosi a precedenti episodi mediatici, dalle parole del Papa deduce legittimamente che “l’anima di una bambina brasiliana o di una donna camerunense è meno importante di quella di un vescovo antisemita e negazionista”.

 

Sulla spazio che il Corriere della sera mette a disposizione dei commenti dei lettori, poi, è possibile trovare alcune perle che presumibilmente riflettono il comune sentire dell’uomo della strada:

 

“il papa dichiara pubblicamente di non usarte il preservativo per la prevenzione aiutando cosi la diffussione non solo aids ma tutte le malattie veneree che negli ultimi anni sono in netto aumento”

 

“è sotto gli occhi di tutti che la chiesa cattolica è precipitata con questo mediocre papa in un abisso di miseria etica e sociale. Il no al preservativo, pronunciato con spaventoso cinismo di fronte agli occhi di scheletri ambulanti morenti per aids, lascia esterrefatta la gente normale”

 

“La battaglia culturale per l'uso del profilattico è fondamentale per la prevenzione delle malattie sessuali trasmissibili. Ignorare questo è profondamente grave e assolutamente stupido”

 

“Sono da sempre un sostenitore della libertà di parola. In questo momento ho paura, perchè l'affermazione del Papa contiene la responsabilità di centinaia di migliaia di vittime. Per favore, usate il preservativo”

 

 

Ora, ecco, io potrei anche essere d’accordo con questi commenti se avessi mai sentito una volta un prete, nell’omelia domenicale, lanciarsi in un panegirico del sesso non protetto. Se avessi mai sentito un vescovo raccomandare ai suoi fedeli di fottere con quante più persone possibile, preferibilmente sconosciuti incontrati per caso e mai più rivisti dopo il coito, purché rigorosamente senza preservativo. Se avessi mai sentito all’angelus domenicale l’elogio del sesso occasionale e della botta e via, basta che non ci sia di mezzo il condom.

Mah. Sarò stato distratto io, sarà che frequento brutta gente, ma queste cose non le ho mai sentite.

Certo, con l’aria che tira presso alcuni ambienti cattolicissimi, potrebbe anche succedere. Non si sa mai. Dopotutto, l’ermeneutica della discontinuità ha portato a ben altri progressi dottrinali. Al riguardo attendiamo fiduciosi le magnifiche sorti e progressive che ci porterà il Concilio Vaticano III prossimo venturo.

Fino a quel momento, però, resto un po’ perplesso.

 

Insomma: secondo questi campioni della razionalità, la Chiesa, siccome predica la castità, è corresponsabile della diffusione di una malattia che si trasmette tramite rapporti sessuali.

 

Allucinante.

 

Mi viene alla mente un passo di La ricerca di Averroè, il decimo racconto della raccolta L’Aleph, di Jorge Luis Borges:

 

“ [Averroè] aprì il Quitab-ul-Ain di Jalil e pensò con orgoglio che in tutta Cordova (e forse in tutto Al-Andalus) non esisteva una copia dell’opera perfetta quanto quella che l’emiro Yacub Almansur gli aveva mandata da Tangeri. Il nome di questo porto gli ricordò che il mercante Abulcasim Al-Asharì, ch’era appena tornato dal Marocco, avrebbe cenato con lui quella sera in casa dell’alcoranista Farach.

Abulcasim diceva di avere toccato i regni dell’impero di Sin (la Cina); i suoi detrattori, con la speciale logica dell’odio, giuravano che non aveva mai toccato la Cina, e che nei templi di quel paese aveva bestemmiato Allah.”

 

 

Postato da: ClaudioLXXXI a 11:48 | link | commenti (55) |
scienza, antiteismo

venerdì, 27 febbraio 2009

L’articolo 32

nell’epoca del rincoglionimento collettivo

 

 

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.

Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

 

 

Questo qui sopra è il testo dell’articolo 32 della Costituzione della Repubblica Italiana. Se non ci credete, perché mica pretendo che vi fidiate di me a scatola chiusa, andate a controllare qui direttamente dal sito del Quirinale.

Le sei parole grassettate del secondo comma (tecnicamente sono quel che si chiama “riserva di legge”) consentono che l’individuo possa essere in alcuni casi oggetto di trattamenti sanitari anche senza il suo consenso; a garanzia del cittadino, questa possibilità deve essere decisa nell’ambito delle rigorose procedure con cui si forma la volontà della maggioranza democratica, cioè per legge (non varrebbero un decreto ministeriale o una circolare amministrativa o un’ordinanza del prefetto locale).

In base a questa riserva è costituzionalmente valida la legge 13 maggio 1978, n. 180 (Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori); è valida la legge 5 giugno 1990, n. 135 (Programma di interventi urgenti per la prevenzione e la lotta contro l'AIDS); è valido il D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza), che non è una legge ma un Decreto del Presidente della Repubblica, epperò si tratta di un Testo Unico che non ha valore normativo autonomo ma semplicemente coordina ed aggiorna varie disposizioni di legge sparse qua e là, e perciò va bene uguale.

 

 

Ora, io vi ho citato il contenuto preciso e completo dell’articolo 32 della Costituzione, e vi ho anche dato una fonte esterna per permettervi di verificare la mia affidabilità: ho fatto, cioè, due cose che molte persone non stanno facendo.

Non lo fa il senatore Ignazio Marino, che rilascia quasi un’intervista al giorno, spesso parlando dell’articolo 32 senza citare la riserva di legge del secondo comma (di nuovo, se non ci credete: qui). Non lo fa la redazione di Micromega, che manda una lettera al segretario del PD in cui scrive, testuale, che la Costituzione della Repubblica nel suo articolo 32, e la convenzione di Oviedo ratificata dall’Italia, la legge sul servizio sanitario nazionale, e numerose e univoche sentenze della Cassazione negli ultimi anni, stabiliscono in modo tassativo che nessun cittadino può essere sottomesso a “interventi nel campo della salute” senza il suo consenso: si tratta di una panzana clamorosa – perdipiù sottoscritta da persone come Stefano Rodotà e Umberto Veronesi che sono stati rispettivamente Garante della privacy e Ministro della salute – ma quale lettore di Micromega, naturalmente educato allo scetticismo e allo spirito critico, dubiterà dell’affidabilità della rivista laica e andrà a controllare di persona il testo della Costituzione? Non lo faceva la senatrice Anna Finocchiaro in non-ricordo-quale puntata di Ballarò, in cui l’ho sentita personalmente dire che l’articolo 32 dice che nessuno può essere obbligato a un trattamento sanitario punto, e qui non ho link da allegare ma, se non volete fidarvi, non dubito che saprete trovare da qualche parte il video comprovante quanto dico.

 

 

Potrei continuare con decine di altri esempi, ma il quadro è chiaro: è in corso una fenomenale campagna stampa di rincoglionimento collettivo. Stanno martellando l’opinione pubblica con l’idea che la nostra Costituzione sancisca l’individualismo assoluto, l’autonomia della propria vita e della propria morte come diritto assolutamente disponibile, l’inconcepibilità che una libertà del singolo possa in alcune caute circostanze sovrapporsi ad un interesse collettivo e magari anche esserne limitata. Attenzione, non stanno semplicemente sostenendo che la Costituzione dovrebbe dire queste cose, e organizzandosi per modificarla di conseguenza (ché dopotutto si può anche cambiare la Costituzione, c’è scritto proprio nella Costituzione): sostengono che già le dica.

Il che è falso. È falso. È falso.

 

 

Ebbene, che questa campagna provenga anche da chi si professa socialista e addirittura comunista, da gente che non troppi anni fa pontificava sul marciume della democrazia formale contrapposto alla superiorità della democrazia sostanziale, e c’era anche chi sprangava coloro che si macchiavano di individualismo piccolo-borghese, già dovrebbe essere paradossale. O forse non lo è, stanno solo venendo alla luce le contraddizioni insanabili di un sistema ideologico destinato a crollare come un castello costruito sulla sabbia.

Ma ciò che mi sbalordisce, e mi deprime, e come a Ferrara mi fa veramente schifo, è l’impunità con cui si possono scrivere sui giornali amici o dire in televisione nelle trasmissioni amiche tali corbellerie. Qua non stiamo parlando del sesso degli angeli o del sistema eliocentrico o del disegno intelligente o di chissà che argomento erudito e difficilmente verificabile con mezzi propri da parte dell’uomo della strada: si parla del nostro testo costituzionale, facilmente reperibile, e che dovrebbe essere insegnato a scuola nell’ora di educazione civica.

Eppure questi personaggi possono spacciare pubblicamente una versione rimaneggiata dell’articolo 32, nella certa e felice consapevolezza che quasi nessuno si prenderà la briga di andare di persona a controllare che diamine dica davvero il predetto articolo. E infatti pochissimi lo fanno, altrimenti costoro sarebbero già stati ricoperti di pece e piume sputtanati come meritano.

 

 

Poi qualcuno dice che i cattolici sono cretini che hanno rinunciato a pensare con la propria testa e prendono per oro colato le fandonie dei preti perché Gesù ha detto che bisogna credere senza vedere.

 

Postato da: ClaudioLXXXI a 11:11 | link | commenti (54) |
scienza, pseudogiornalismo

domenica, 22 febbraio 2009

Benjamin Button,

ovvero dell’insostenibile provvisorietà del vivere

 

 

 

 

C’è questo bambino che per motivi sconosciuti nasce vecchio decrepito, con la pelle rugosa e quasi cieco per le cateratte, le ossa con l’artrite e tutto il resto degli acciacchi che affliggono gli anziani. Il luogo è New Orleans, il tempo è il giorno in cui è finita la prima guerra mondiale. La madre muore di parto, ma fa in tempo a dire al padre “non abbandonarlo”. Il padre invece medita sconvolto di annegare al molo quel mostriciattolo, così diverso dal figlio che si aspettava, ma desiste e lo abbandona sulle scale di un ospizio per anziani. Ivi il bambino viene trovato dalla donna che gestisce l’ospizio, la quale guardandolo esclama “questa volta Dio l’ha fatta grossa!”, e questo è l’unico indizio che mai avremo sul perché il bambino sia com’è. Lei non può avere figli, e prega Dio tutte le sere per averne, e decide che quel bambino è forse la risposta alle sue preghiere, e pazienza se ha questo problema geriatrico ed oltretutto è bianco mentre lei ha la pelle nera. Mamma adottiva è una donna semplice e non si fa problemi filosofici su quale sia la qualità di una vita degna di essere vissuta, e nonostante un dottore le dica che quel bambino così malconcio morirà da un giorno all’altro e comunque “alcune creature sono destinate a non sopravvivere”, lei se ne prende cura e lo chiama Benjamin. Benjamin vive l’infanzia come un vecchietto di bassa statura, prima di imparare a camminare si muove su una sedia a rotelle, e tutti gli vogliono bene. Ogni tanto chiede alla mamma quanto a lungo potrà vivere, e lei gli dice di essere semplicemente grato per quel che gli è stato dato e che è già stato lì più a lungo di quanto supponessero, e questa sembra una risposta di così invincibile buonsenso il bambino si cheta e fa la ninna nanna. E a poco a poco qualcuno comincia a realizzare che il suo corpo si allunga, la calvizie arretra, la debolezza e le rughe diminuiscono. Benjamin fa le sue esperienze, va a spasso per la città, diventa il compagno di giochi della nipotina di una residente dell’ospizio, trova lavoro come mozzo su un rimorchiatore, visita un bordello, prende una sbronza, viaggia per mare, va all’estero, vive la sua prima storia d’amore o di sesso, partecipa alla seconda guerra mondiale, torna a New Orleans, conosce suo padre che lo ha sempre osservato da lontano senza mai trovare il coraggio di rivelarglisi e che gli chiede finalmente scusa per averlo abbandonato e lo nomina erede della sua ricchezza accumulata fabbricando bottoni. Benjamin Button ritrova Daisy, la sua ex compagna di giochi che ora è una donna cresciuta stile donna dimmi cosa vuol dir sono una donna ormai, e ne fa l’amore della sua vita. Lei invecchia, lui ringiovanisce, e c’è questo periodo d’oro in cui le loro età si incrociano, si guardano allo specchio e si dicono ricordiamoci di questo momento perfetto, e c’è la felicità. Mi amerai ancora quando avrò le rughe? Sì. E tu mi amerai ancora quando avrò l’acne? Sì. Mi amerai anche quando sarò un adolescente, un bambino, un neonato? Sì, tanto alla fine porteremo tutti il pannolone.

Ma il tempo passa e niente dura per sempre.

 

 

Ecco, noi viviamo questa vita un istante dopo l’altro, nel tempo, e pare proprio che tutti i nostri istanti siano destinati ad andare perduti come lacrime nella pioggia. Qui tutto è provvisorio, noi siamo provvisori. Qualcuno è più provvisorio di altri, e allora gli altri lo guardano e decidono dall’alto della loro saggezza disumana che è troppo provvisorio per vivere, perché nessuno ha insegnato loro ad essere semplicemente grati per il poco che hanno e che poco è sempre meglio che nulla. E accontentarsi del poco sembra funzionare: Benjamin vive con soddisfazione ogni istante della sua strana vita, perché tutto ciò che ha avuto, per quanto poco, per quanto difettoso, è comunque più del nulla che gli era stato pronosticato e che avrebbe potuto essergli pietosamente impartito da qualcuno che non sa cosa può succedere quando Dio la fa veramente grossa.

Se solo potessimo apprezzare ogni istante della nostra vita per il puro semplice fatto che c’è, saremmo felici.

Fino alla morte.

 

 

Ma se ci fosse di più.

Se ci fosse qualcosa, un Luogo Oltre il Tempo, un oceano dove il fiume del tempo va a sfociare.

Se ci fosse stato un momento, nel tempo, in cui l’Eternità stessa si è calata nel tempo, ha intersecato il tempo come un palo potrebbe intersecare un altro palo su una croce, e ha aperto un canale attraverso cui certi momenti del tempo, i momenti giusti, possono passare ed essere salvati dalla propria caducità, mentre i momenti sbagliati defluiscono come la pioggia nelle fogne.

E se ci fosse un presente oltre il futuro in cui tutto il nostro passato meritevole – la prima volta che hai assaggiato quel cibo così buono, la prima volta che hai visto il cielo, la prima volta che hai avuto un sorriso da qualcuno che ti voleva bene, la prima volta che hai letto quel libro bellissimo, la prima volta che hai fatto l’amore e tutto era come doveva essere, e tutte le volte dopo ogni prima volta – se tutto ciò che vorremmo conservare e che sarà trovato buono da poter essere conservato, potesse essere ancora. Non un istante dopo l’altro in una temporalità lineare che a lungo andare ci ucciderebbe per sfinimento con la sua stessa infinità, ma una contemporaneità circolare eterna in cui tutto si compie adesso e non c’è noia né assuefazione.

E se in questo adesso eterno ci fosse un archivio comune del bene, una sorta di memoria condivisa come un hard disk :A-W, dove ogni persona (non un individuo, una monade, ma proprio una persona) potesse accedere non soltanto a ciò che di buono ha sperimentato nella sua propria vita, ma anche a ciò che hanno sperimentato tutte le altre persone che vi sono collegate, in una rete che trascende e tiene insieme oceani e galassie e universi e giustifica ogni piccola vita, ogni minimo frammento d’essere, ogni volontaria clausura e ogni astinenza, perché tutto ciò che è buono sarebbe in tutti e per tutti.

Se tutto questo fosse, allora potremmo imparare non solo ad apprezzare ogni istante che abbiamo, ma anche a sperare di conservarlo per l’eternità.

 

Ebbene, la buona notizia è che tutto questo è.

E la nostra vita, qualunque vita, può essere veramente degna di essere vissuta.

 

Postato da: ClaudioLXXXI a 13:11 | link | commenti (18) |
cinema, scienza

domenica, 28 settembre 2008

Su questo e su altri mondi

 

 

Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. E ho altre pecore che non sono di quest`ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore.

 

Vangelo secondo Giovanni 10, 14 -16

 

Il sommo sacerdote entra nel santuario ogni anno per offrire sangue di animali. Cristo, invece, non è entrato per offrire se stesso molte volte: altrimenti avrebbe dovuto patire molte volte, da quando esiste il mondo. Invece egli si è presentato soltanto una volta, ora che siamo alla fine dei tempi, per eliminare il peccato, offrendo se stesso in sacrificio.
Tutti gli uomini sono destinati a morire una volta sola, e poi sono giudicati da Dio. Così anche Cristo: si è offerto in sacrificio una volta per sempre, per prendere su di sé i peccati degli uomini. Verrà anche una seconda volta, non più per eliminare i peccati, ma per dare la salvezza a quelli che lo aspettano

 

Lettera agli Ebrei 9, 25 - 28

 

 

1. Fratello extraterrestre

 

Mi era molto piaciuta questa intervista di qualche mese fa a Padre José Gabriel Funes, direttore della Specola Vaticana, gesuita e astronomo, il quale si dichiarava favorevole all’ipotesi dell’esistenza di altre creature intelligenti nell’universo. Tra le altre cose, Padre Funes diceva che

 

se anche esistessero altri esseri intelligenti, non è detto che essi debbano aver bisogno della redenzione. Potrebbero essere rimasti nell’amicizia piena con il loro Creatore.

 

Insisto:  se invece fossero peccatori, sarebbe possibile una redenzione anche per loro?

 
Gesù si è incarnato una volta per tutte. L’incarnazione è un evento unico e irripetibile. Comunque sono sicuro che anche loro, in qualche modo, avrebbero la possibilità di godere della misericordia di Dio, così come è stato per noi uomini.

 

L’argomento della vita su altri mondi mi interessa particolarmente, specie dal punto di vista teologico; ne avevo parlato già qui, a proposito delle Cronache di Narnia di Lewis, e ora vorrei riprendere quel discorso. In particolare, qui di seguito ardisco avanzare una certa ipotesi, della cui plausibilità (diciamo pure: ortodossia) vorrei chiedere conferma a qualche persona competente che si trovasse a leggere.

Ma prima di parlare di altri mondi, devo parlare di questo.

 

 

2. Cristo non è un avatar

 

Avatar: oggigiorno questa parola, di origine sanscrita, ha due significati. Nel primo significato, proprio delle religioni orientali, l’avatar (plurale avatàras) è la manifestazione fisica di un’entità metafisica, un’incarnazione divina in un corpo umano. Per esempio, pare che le due bambine nate con singolari deformità, qualche tempo fa in India, siano state considerate dai fedeli locali come vere e proprie avatàras di divinità del pantheon induista.

Nel secondo significato, ben più recente perché sorto con l’uso di internet, l’avatar è un’immagine che l’utente associa alla propria identità on-line. Io una volta avevo una mia foto sfocata come avatar, poi l’ho cambiata con l’immagine che vedete in alto a destra, e ultimamente sto pensando di cambiarla ancora.

Si evince da quanto sopra che la coincidenza di significati non è casuale: in entrambi i casi l’avatar è una rappresentazione usata per manifestarsi agli altri, ma soprattutto è una manifestazione fungibile, sostituibile. L’avatar non è l’entità manifestata, ma solo una sua immagine transitoria, intescambiabile con altre; è una maschera, non il volto. Non posso cambiare il mio nickname “claudioLXXXI”; ma posso cambiare l’immagine da un momento all’altro, potrei cambiarne una al giorno se volessi.

La differenza fondamentale tra Gesù e gli avataràs consiste allora proprio in questo: l’Incarnazione cristiana non è stata una fra le tante possibili, ma l’unica; e non ha manifestato una “maschera”, un qualcosa di accessorio ed esterno, ma una “persona”, la Persona di Cristo con cui sono compiutamente rivelate anche le altre due Persone della Trinità (vale la pena di accennare al fatto che in latino con il termine “persona” s’intendeva proprio ciò che oggi chiamiamo “maschera”: il vocabolo ha cambiato significato a seguito delle riflessioni della patristica sull’unicità di Cristo e sulle relazioni intra-trinitarie). Passatemi l’ardita metafora informatica: Cristo non è l’avatar di Dio, ma… il “nickname”: la parola, unica, con cui Dio manifesta sé stesso, come Uomo, all’uomo.

Nelle religioni orientali come l’induismo, invece, si trovano molteplici storie di incarnazioni divine, alcune delle quali precedute da concepimenti virginali; ma sono appunto molte, plurali, interscambiabili. E in passato molti missionari cristiani (quelli che facevano i missionari per davvero: andavano per convertire, non per “dialogare”) hanno descritto la facilità solo apparente con cui gli orientali acconsentono a riconoscere la divinità di Gesù, proprio perchè la intendono a modo loro, come un altro avatar, mentre risultava molto difficile convincerli del fatto che Cristo è unico.

 

Sennonchè oggigiorno l’interpretazione di Cristo come un avatar, soltanto un altro avatar, che è sempre stata presente nel pensiero gnostico (qualcuno ha visto Carnivàle?), si è infiltrata anche nella cristianità. Certo la gnosi si è sempre infiltrata come un virus, in forme diverse nel corso della storia, nella dottrina cristiana;  ma oggi, specie dopo l’impazzimento collettivo post-conciliare, la cosa ha assunto livelli enormi, ben oltre i confini della sottocultura new age. Basti ricordare il terremoto intellettuale che a suo tempo provocò la Dominus Jesus per aver ricordato quel che dovrebbe essere scontato, cioè che si è cristiani se si professa Gesù Cristo quale unico Salvatore. Hick e Knitter sono solo la punta di un iceberg che, se non come costruzione teorica quantomeno come riflesso condizionato buonista, considerano Cristo a pari merito con gli altri profeti, al massimo un primus inter pares che innegabilmente riscuote rispetto ma che è comunque “uno fra i tanti”.

 

 

3. La distruzione della natura umana

 

Ora, questa teologia pluralista fa parte del magma ribollente del relativismo postmoderno, e adesso non c’è bisogno che mi metta a spiegare il relativismo. Ma mi vado convincendo sempre più che tra le cause di questo modo di pensare vi è il fatto, che qui mi interessa particolarmente ai fini del mio discorso, che oggi è andata persa la nozione unitaria di natura umana.

 Noi occidentali abbiamo cominciato a perderla all’epoca delle grandi scoperte geografiche, quando il nostro punto di vista eurocentrico ha dovuto fare i conti con l’esistenza di altri popoli e altre culture e altri costumi. Mentre gli uomini di Chiesa s’interrogavano sulle possibilità dell’inculturazione, le potenze europee cominciavano il colonialismo.

Fu così che sorsero, in ambienti illuministici e protestanti, le teorie del poligenismo: cioè che l’umanità non avesse un unico progenitore comune, un solo Adamo, ma che ve ne fossero stati diversi in diverse zone del mondo e che perciò in definitiva non esistesse neppure una comune umanità. Un amabile tollerante come Voltaire sostenne il poligenismo e ne dedusse la liceità morale della tratta degli schiavi ( in cui tra l’altro investì fruttuosamente un bel po’ di soldi), laddove l’idea cattolica del monogenismo e della pari dignità razziale era evidentemente un pregiudizio dogmatico residuo dei secoli bui che ostacolava il progresso e lo sviluppo commerciale, onde era assolutamente necessario schiacciare l’Infame.

Una variante di questa tesi, sorta perlopiù in ambito protestante per conciliare l’interpretazione della Bibbia e il razzismo, fu il preadamismo - l’idea che prima di Adamo vi fossero state altre creazioni, di cui la Bibbia non parlava perché erano meno importanti: la vera creatura umana fatta a immagine e somiglianza di Dio essendo solo la stirpe di Adamo, la razza dell’uomo bianco, che perciò aveva il diritto di rendere schiave le altre. Altre teorie razzistiche ammettevano invece il progenitore comune, ma dividevano le razze a seconda del “grado” di peccato originale in loro presente, e dividevano l’umanità in tre ceppi corrispondenti ai tre figli di Noè: i discendenti di Cam, gli africani, i discendenti di Sem, i popoli mediorientali e orientali, e i discendenti di Jafet, gli europei; dalla maledizione di Noé verso Cam, la cui stirpe era particolarmente corrotta, nasceva così la giustificazione teologica della schiavitù.

 

Un altro scossone alla concezione unitaria della natura umana venne da Darwin: o meglio attraverso di lui e suo malgrado, perché le sue scoperte formarono la base d’appoggio per distruggere l’uniformità della natura non solo nello spazio (ci sono diverse specie umane -> razzismo) ma anche nel tempo (la natura umana si è evoluta -> alcune specie sono più evolute delle altre -> razzismo). E vorrei precisare che il darwinismo fu suo malgrado posto a base del razzismo scientifico, che avrebbe poi prodotto l’amaro frutto del nazifascismo, giacché Darwin condivideva il monogenismo e che io sappia non fece mai differenze di grado evolutivo tra le diverse razze umane; a quelle ci pensarono i suoi successori, come suo cugino Francis Galton, che fu anche teorico dell’eugenetica.

(colgo l’occasione per specificare che ritengo l’evoluzionismo affatto incompatibile con il cristianesimo, e men che meno con il cattolicesimo – con buona pace di certo intransigente tradizionalismo à la Blondet – inaccettabili sono semmai le manipolazioni del medesimo fatte da falsari come Monod, per non parlare degli sciamannati che organizzano il “Darwin Day”).

 

Bene: dopo l’orrore del nazifascismo, le teorie razzistiche sono diventate politicamente scorrette e pubblicamente inaccettabili. A dire il vero, pare ci siano certe evidenze empiriche di tipo farmacologico attestanti che alcune differenze genetiche tra la razze esistono davvero; ma se pure fosse vero (recentemente James Dewey Watson ha passato qualche guaio per certe sue opinioni discutibili, e ben gli sta), ciò che è importante sottolineare è che eventuali diversità razziali fisiche non hanno nulla a che fare con un concetto metafisico come quello dell’uguale dignità – il problema è che il mondo materialista, avendo ormai perso ogni nozione di metafisica, non sa più darsi ragione di concetti astratti che deve accettare solo perché sono politicamente corretti (eh sì, anche i nemici della metafisica hanno i loro dogmi).

Purtroppo, questo non ha restaurato l’antica nozione di comune natura umana: al contrario il relativismo postmoderno, sfruttando anche il senso di colpa post-razzista occidentale, teorizza ampiamente che non esiste la natura umana ma solo le diverse culture, tutte sullo stesso piano, per cui nessuno stile di vita è più o meno naturale di un altro. La negazione della natura si lega in parte alla retorica della propaganda gay, che con il concetto di “innaturalità” ha dei rancori di lunga data, e in parte all’ascesa della Tecnica che vuole superare ogni limite di natura per arrivare all’onnipotenza dell’uomo.

 

 

4. Qui e altrove

 

Forse può sembrare che io mi sia allontanato dalla traccia iniziale, ma in realtà tutti questi argomenti sono legati tra loro.

L’unicità dell’Incarnazione divina – Cristo come il Salvatore, non solo l’ennesimo rispettabile avatar – è strettamente correlata all’unicità della natura umana. In quanto Dio si è fatto Uomo, e come uomo è morto e risorto ha redento la natura umana e reso accessibile la salvezza a tutti gli esseri umani, di qualsivoglia razza e nonostante le differenti culture, più o meno lodevoli, più o meno deprecabili, in cui essi possano essere immersi. Cristo è uno solo perché una sola è la natura umana, le differenze razziali o culturali essendo nient’altro che differenti declinazioni di una radice comune.

 

Ed ecco l’ipotesi.

Se nell’Universo, o Multiverso o come vogliamo chiamarlo, esistono altre creature;

se queste creature non sono semplicemente “animali”, ma sono fatte come noi a immagine e somiglianza del Creatore (il che non significa avere-una-testa-due-braccia-e-due-gambe, quanto piuttosto l’essere capaci di pensare, di creare, di amare), e però hanno ovviamente una natura non-umana;

se anche queste creature non-umane, queste persone, hanno dovuto affrontare le sgradevoli conseguenze del peccato;

se tutto questo è ipotizzabile…

… allora io sospetto che sì, Cristo potrebbe davvero incarnarsi anche su quei mondi lontani. Potrebbe assumere, oltre alla natura umana, la natura non-umana dei nostri “fratelli extra-terrestri”.

 

È chiaro che questo comporterebbe da parte nostra un’interpretazione estensiva (il vantaggio di essere cattolici piuttosto che protestanti…) di quanto scrive San Paolo nella Lettera agli Ebrei: l’irripetibilità dell’Incarnazione, il sacrificio con cui Cristo ha preso su di sé i peccati degli uomini, attiene appunto all’ambito del mondo degli uomini; tale irripetibilità non sarebbe invalidata dalla presenza di altri mondi e altre creazioni, di cui semplicemente la Bibbia non parla, in cui potrebbero verificarsi altre Incarnazioni – le quali, lungi dall’essere semplici avatàras, nel loro ambito sarebbero egualmente uniche e irripetibili.

 

Questa è la mia ipotesi.

Suggerimenti, osservazioni, controindicazioni?

Postato da: ClaudioLXXXI a 12:14 | link | commenti (15) |
scienza, relativismo

domenica, 11 maggio 2008

La necessità della morte: il senso della vita.

Il tempo.

Le due eternità.

 

 

“Ammaestrata da un esercizio di secoli, la repubblica degl’Immortali aveva raggiunto la perfezione della tolleranza e quasi del disdegno. Essi sapevano che in un tempo infinito ad ogni uomo accadono tutte le cose. Per le sue passate o future virtù, ogni uomo è creditore d’ogni bontà, ma anche d’ogni tradimento, per le sue infamie del passato o del futuro. Come nei giuochi d’azzardo le cifre pari e dispari tendono all’equilibrio, così l’ingegno e la stoltezza si annullano e si correggono e forse il rozzo poema del Cid è il contrappeso che esigono un solo epiteto delle Egloghe o un detto di Eraclito. Il pensiero più fugace obbedisce a un disegno invisibile e può coronare, o inaugurare, una forma segreta. So che alcuni operavano il male affinché nei secoli futuri ne derivasse il bene, o ne fosse derivato in quelli passati… Visti in tal modo, tutti i nostri atti sono giusti, ma anche indifferenti. Non esistono meriti morali o intellettuali. Omero compose l’Odissea; dato un tempo infinito, con infinite circostanze e mutamenti, l’impossibile è non comporre, almeno una volta, l’Odissea. Nessuno è qualcuno, un sol uomo immortale è tutti gli uomini. Come Cornelio Agrippa, io sono dio, sono eroe, sono filosofo, sono demonio e sono mondo, il che è un modo complicato di dire che non sono.

[…] La morte (o la sua allusione) rende preziosi e patetici gli uomini. Questi commuovono per la loro condizione di fantasmi; ogni atto che compiono può essere l’ultimo; non c’è volto che non sia sul punto di cancellarsi come il volto d’un sogno. Tutto, tra i mortali, ha il valore dell’irrecuperabile e del casuale. Tra gl’Immortali, invece, ogni atto (e ogni pensiero) è l’eco d’altri che nel passato lo precedettero, senza principio visibile, o il fedele presagio di altri che nel futuro lo ripeteranno fino alla vertigine. Non c’è cosa che non sia come perduta tra infaticabili specchi. Nulla può accadere una sola volta, nulla è preziosamente precario. Ciò ch’è elegiaco, grave, rituale, non vale per gli Immortali.”

Jorge Luis Borges, L’immortale (nella raccolta di racconti L’Aleph)

 

(la colonna sonora ideale per questo post…)

 

 

                   a                         con

lim               = 0                a N* = { 1, 2, ... }

x→∞             x

 

 

Spero anzitutto di aver scritto correttamente il guazzabuglio matematico che trovate qui sopra, e poi che non vi sembri troppo complicato. Non è tutta farina del mio sacco: me l’ha suggerito un’amica (che a sua volta…), quando le ho chiesto di mostrarmi una frazione in cui:

-         il numeratore a è un numero qualunque, non infinito ma di qualsiasi grandezza (uno dei numeri naturali dopo lo zero: 1, 2, 3…, il googol, il googolplex, il numero di Graham, ed è meglio non andare oltre con la fantasia se non vogliamo impazzire come Cantor);

-         il denominatore x è un valore infinito, o per la precisione tende a infinito (Marta mi ha fatto una testa così sul fatto che non si può mettere direttamente ∞ sotto una linea di frazione – poi le ho chiesto se potevo usare l’Aleph-zero, ma in questo periodo ha cose più importanti a cui pensare che i numeri transfiniti…);

-         il valore della frazione è di conseguenza uguale a zero. Perché qualunque numero, di qualsivoglia grandezza, sarà sempre meno di una goccia nell’oceano se paragonato all’infinito.

Quanto sopra costituisce una rozza dimostrazione matematica della seguente affermazione esistenziale: se non ci fosse la morte, la vita non avrebbe senso.

 

La storia di Borges che ho citato in apertura illustra magnificamente il concetto. Il protagonista del racconto sente parlare di un fiume nel deserto le cui acque danno la vita eterna; lo cerca, dopo grandi sofferenze lo raggiunge, trova la tribù degli Immortali che vi abita vicino, diventa uno di loro. Ma si avvede che gli Immortali vivono una vita insensata, “come perduta tra infaticabili specchi”. Decide allora di cercare un altro fiume, le cui acque possano renderlo mortale, e dopo secoli di vagabondaggio lo trova. Infine aspetta con sollievo la sua fine, che è la fine di tutti, la morte.

Io sono dio, sono eroe, sono filosofo, sono demonio e sono mondo, il che è un modo complicato di dire che non sono”. Questa era stata la sua vita tra gli Immortali: essere per sempre, essere tutto e ogni cosa, essere inutilmente, arriva a coincidere con il non essere. Il protagonista, alla fine, non sa neanche più se sia stato Cartaphilus o il centurione Rufo Valerio oppure Omero. La conclusione del racconto è un anelito disperato verso una liberatoria cupio dissolvi: “Quando s’avvicina la fine, non restano piú immagini del ricordo; restano solo parole. Non è da stupire che il tempo abbia confuso quelle che un giorno mi rappresentarono con quelle che furono simboli della sorte di chi mi accompagnò per tanti secoli. Io sono stato Omero; tra breve, sarò Nessuno, come Ulisse; tra breve, sarò tutti: sarò morto”.

 

Così, la morte ci accomuna tutti. Noi viviamo la nostra vita nel tempo, questa incessante somma di istanti ed eventi, e la nostra vita è mortale. È inevitabile: tu morirai. Ma ecco l’ineluttabile verità: per quanto la morte possa spaventarci, per quanto sia atroce prendere coscienza del fatto che io morirò, questo è necessario. Se non ci fosse la morte, la vita non avrebbe senso: e sia chiaro che sto usando la parola “senso” con due accezioni - sensi - differenti, cioè come “direzione” e come “significato” (e sarebbe interessante indagare il perché di questa sovrapposizione linguistica). Come direzione, la morte è ciò verso cui stiamo andando, la fine della nostra freccia del tempo, il termine del nostro periodo limitato. Ma è proprio questa finitudine a permettere alla nostra vita di avere significato: perché se non dovessimo morire, se questa nostra vita nel tempo non dovesse aver fine, alla lunga saremmo schiacciati dall’inutilità di ogni cosa. Nessun evento sarebbe abbastanza bello e glorioso da poter reggere il peso dell’interminabilità: se il denominatore tende all’infinito, non importa quanto grande possa essere il numeratore della nostra frazione, perché il valore tende comunque allo zero, e perciò la nostra vita non vale niente.

 

Noi moriremo, dunque.

E poi?

La nostra vita avviene nel tempo: ciò che ci aspetta dopo la morte è l’eternità. Ma che cos’è l’eternità? Non è facile definirla, e spesso si incontrano molti fraintendimenti e confusioni sull’argomento (sulla relazione tra tempo ed eternità, specie per quanto riguarda il nostro libero arbitrio di fronte alla prescienza di Dio, avevo già parlato qui; segnalo pure le divagazioni in merito del piccolo Zaccheo). Io credo che per l’uomo possano esistere, fondamentalmente, due tipi di eternità: la dannazione e la beatitudine. La prima è una sequenza lineare infinita di eventi finiti; la seconda è una contemporaneità circolare di eventi infiniti.

Adesso, credo di aver bisogno di un po’ di geometria…

 

 

Il segmento.

Il segmento è la nostra vita attuale. Adesso, mentre siamo vivi, noi esistiamo avanzando nel tempo: siamo punti che si muovono lungo una linea, da un estremo all’altro. Siamo temporalmente unidimensionali.

Vale la pena peraltro di notare che la linearità temporale della nostra vita può anche essere spezzata, in alcuni momenti molto particolari; chi avesse visto la puntata 4x05 di LOST potrebbe farsene un’idea, oppure potremmo pensare ai momenti epifanici di “memoria involontaria” di cui parla Proust…

(e io credo che ciò che Proust compie con la sua Ricerca del Tempo Perduto sia il più commovente e disperato tentativo di “redimere” il tempo, “ritrovarlo” come dice lui, con le sole forze umane e senza Dio; perciò è in ultima analisi un tentativo purtroppo votato allo scacco e al fallimento, perchè Proust vuole redimere il tempo ma non può che farlo dall’interno, ritrovando il tempo in nient’altro che questa vita, senza prospettive ultraterrene, casomai affidandosi all’arte la quale comunque lega lo scrittore-nel-tempo ai suoi lettori-nel-tempo. Proust riesce a spezzare la rigida linearità temporale, e gli basta una madeleine nel tiglio per rivivere tutta la vita, ma non può comunque uscire fuori dal segmento del tempo e perciò il suo ritrovamento del tempo perduto è destinato ad essere, prima o poi, perduto anch’esso.)

… ma sicuramente il caso più importante di extra-temporalità è la Messa, memoriale del Sacrificio di Cristo, in cui il momento della Crocifissione è “perdurante” al di fuori della linea temporale e ri-attualizzato nella funzione liturgica.

Comunque, alla fine noi moriremo. E il nostro segmento che cosa diventerà?

 

 

La semiretta.

Questa è la dannazione; questo è l’Inferno, lo sheol, l’Ade secondo la concezione dei pagani (e, dice qualcuno, anche dei pirati); è la vita degli Immortali perduta tra infaticabili specchi, è il valore nullo di una frazione a denominatore infinito; è un’eternità costituita da un tempo interminabile, in cui ogni cosa è inutile e insignificante.

Che cosa fanno i dannati all’inferno? Io non lo so, e spero di non scoprirlo di persona. Forse anche loro abitano in case, coltivano campi, combattono guerre, magari provano perfino delle passioni sentimentali, insomma trascorrono la propria “vita” in una imitazione-parodia di ciò che erano prima. Ma per loro, qualsiasi cosa facciano, tutto è vano: tutto è schiacciato dal peso insopportabile dell’eternità, separati dagli altri, separati da Dio.

 

 

L’arco.

In geometria, l’arco è la parte di curva compresa tra due punti, ovvero l’equivalente curvo di un segmento. Come il segmento, l’arco ha una lunghezza limitata; a differenza del segmento, l’arco (in riferimento ad un sistema cartesiano) non è unidimensionale ma bensì bidimensionale, poiché il movimento di un punto lungo un arco coinvolge necessariamente due coordinate x e y. Io credo che questa sia una buona immagine del Purgatorio, che non è una realtà definitiva e perciò non è compreso tra i quattro novissimi (morte, giudizio, inferno, paradiso); il Purgatorio è una fase limitata, in cui coloro che sono destinati alla beatitudine si purificano e si preparano all’eternità celeste.

Quanto tempo si passa in Purgatorio? A questa domanda non si può dare una risposta precisa; in passato nella dottrina della Chiesa si parlava di “anni” e “giorni” a proposito del peso delle indulgenze, cioè delle diminuzioni del tempo purgatoriale, ma saggiamente Paolo VI nella Indulgentiarum Doctrina ha abolito questa rigorosa quantificazione. Non si può determinare precisamente il “quanto” del Purgatorio, perché il suo tempo non è come il tempo della vita; io credo che sia un tempo bidimensionale, una fase in cui il penitente si muove su due assi temporali: quello della vita terrena, e quello dell’eternità in cui i penitenti cominciano a muoversi. Possiamo parlare di inizio e fine del tempo purgatoriale, ma cercare di calcolarne l’estensione basandoci sul nostro tempo sarebbe come voler calcolare la lunghezza di un arco conoscendone solo la distanza in linea retta tra gli estremi, senza sapere la curvatura.

 

 

Il cerchio ascendente.

La parola « vita eterna » cerca di dare un nome a questa sconosciuta realtà conosciuta. Necessariamente è una parola insufficiente che crea confusione. « Eterno », infatti, suscita in noi l'idea dell'interminabile, e questo ci fa paura; « vita » ci fa pensare alla vita da noi conosciuta, che amiamo e non vogliamo perdere e che, tuttavia, è spesso allo stesso tempo più fatica che appagamento, cosicché mentre per un verso la desideriamo, per l'altro non la vogliamo. Possiamo soltanto cercare di uscire col nostro pensiero dalla temporalità della quale siamo prigionieri e in qualche modo presagire che l'eternità non sia un continuo susseguirsi di giorni del calendario, ma qualcosa come il momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità. Sarebbe il momento dell'immergersi nell'oceano dell'infinito amore, nel quale il tempo – il prima e il dopo – non esiste più. Possiamo soltanto cercare di pensare che questo momento è la vita in senso pieno, un sempre nuovo immergersi nella vastità dell'essere, mentre siamo semplicemente sopraffatti dalla gioia. Così lo esprime Gesù nel Vangelo di Giovanni: « Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia » (16,22).

Benedetto XVI, Spe Salvi (paragrafo 12)

  

Così scrive il Papa nella sua ultima enciclica, spiegando perché la speranza cristiana non è un fatto individualistico ma trova la sua ultima essenza nella comunione, e cercando di esprimere l’ineffabile realtà del Paradiso: la cui eternità non è una successione infinita di prima e dopo, ma bensì un “adesso” continuo, perché i beati sono in comunione con Dio - la cui Seconda Persona è discesa dall’eternità al tempo e si è fatta Uomo, aprendo così un “varco” nel quale gli uomini potessero ascendere dal tempo all’eternità.

E così, noi siamo liberati dall’unidimensionalità temporale: siamo oltre la morte, abbiamo superato quell’evento che ha dato senso alla nostra vita, e ora il senso è compiuto. La nostra coscienza non è più un punto che si muove lungo un segmento, o lungo un arco; io azzardo a raffigurarla come un cerchio ascendente, cioè una figura estesa lungo due assi temporali che si muove eternamente lungo un terzo:

1.      C’è anzitutto un “raggio” che è dato dal tempo della nostra vita, di cui noi recupereremo e vivremo, contemporaneamente e distintamente, tutti i momenti felici. Nulla di ciò che vale andrà perduto, tutto il redimibile sarà redento e recuperato e salvato; come colui che guarda nell’Aleph, che vede tutti i punti dell’universo in un unico punto, noi vivremo tutti gli istanti nello stesso istante.

2.      Poiché la speranza cristiana non è individualistica e il paradiso è comunione, noi non vivremo soltanto la nostra vita, ma anche quella di tutti gli altri beati, tutti gli altri raggi. Leggere un bel libro, forse scriverlo, ridere con gli amici, belle conversazioni, ammirare un panorama, crescere un figlio, fare l’amore con la persona amata… queste esperienze, se pure le avesse sperimentate un unico essere umano in tutta la storia dell’umanità, sarebbero già solo per questo acquisite alla memoria condivisa del Paradiso. Io sarò te che stai leggendo, e tu sarai me che sto scrivendo, e ciascuno dei noi sarà sé medesimo più di quanto lo sia mai stato prima e al tempo stesso sarà in tutti gli altri. E tutti i “raggi”, tutti i tempi e recuperati, saranno in comunione

3.      nel centro del cerchio, l’asse lungo il quale il cerchio ascende eternamente, il “tempo”nel quale il Padre genera il Figlio e da essi procede lo Spirito Santo, in questo momento di infinito amore da cui tutto muove e a cui tutto vuol tornare.

 

Ecco, io credo che il Paradiso sarà questo. Allora noi saremo in Dio, e Dio sarà in noi come tutto in tutti: e tutti quei momenti non andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia, ma saranno salvati dalla caducità del transeunte, per diventare gemme incastonate nella corona dell’eternità celeste.

 

 

 

 

                   a                         con

lim                 =                a N* = { 1, 2, ... }

x→0             x

 

[questa formula è stata suggerita da Crosta come viceversa della precedente]

 

 

 

 

Postato da: ClaudioLXXXI a 22:42 | link | commenti (24) |
letteratura, scienza

domenica, 06 aprile 2008

Dopo i secoli bui

(il Grande Divertimento. Morire.)

 

 

Avviso: questo non è un racconto di fantascienza.

 

La campanella suonò, segnando la fine della ricreazione, e la maestra richiamò all’ordine i bambini presenti in classe. Naturalmente quelli continuarono a fare baccano, mentre dalla finestra aperta giungeva il chiasso caotico degli altri che si attardavano in cortile: alcuni di quei suoni si sarebbero potuti paragonare addirittura a dei ruggiti… l’insegnante dovette urlare a squarciagola, ma alla fine le piccole pesti fecero abbastanza silenzio e lei ottenne un po’ di attenzione.

“Oh, bene”, concluse lei soddisfatta, spingendo la gabbia a fianco della sua cattedra. “Cominciamo con la lezione di storia. Oggi parleremo del Medioevo, delle sue principali caratteristiche, e del modo in cui ebbe termine.”

“Che rottura”, pensò Lio in preda allo sconforto. Le lezioni non gli piacevano neanche un po’, e avrebbe preferito andare fuori al sole a fare sport, o giocare con i suoi amici. Anche se, in effetti, guardando Tigella, la sua compagna di classe che stava due file più avanti, gli venne in mente che sarebbe stato bello anche parlare con lei e dirle qualcosa di divertente, qualcosa che lo facesse sembrare simpatico e intelligente…

Ma la maestra stava già digitando nomi e cifre sul suo computer, e le informazioni apparivano istantaneamente sulla video-lavagna. La lezione avanzava inesorabile e non c’era posto né per lo sport né per le ragazze.

“Il Medioevo, bambini”, cominciò la maestra, “detto anche ‘l’epoca dei secoli bui’, fu un periodo che…”

“Perché lo chiamano così?”, domandò uno dei bambini. “In quel periodo il sole dava meno luce?”

“Una cometa si era messa tra il sole e la terra?”

“La notte era più lunga?”

“C’erano molte eclissi?”

“No, ragazzi”, disse la maestra, “i secoli bui non si chiamano così per questi motivi, non è che ci fosse meno luce sul pianeta. L’espressione è una metafora, si dice secoli bui perchè quello fu il periodo più brutto della storia degli uomini.”

“E perchè Medioevo?”

“Beh, Medioevo significa letteralmente ‘epoca di mezzo’, cioè una fase di passaggio tra due grandi epoche. Ma anche questo termine è comunque usato perlopiù in senso dispregiativo, per indicare un brutto periodo. Certo, oggi qualche storico non è tanto convinto che sia corretto usare questa espressione, perchè in realtà nel passato non sono mai mancati dolori e sofferenze in quantità... forse, dopotutto, l’intera storia umana è tutto un grande Medioevo. Però la maggior parte degli storici considera comunque utile l’uso di questa espressione, perchè quel periodo particolare presenta delle caratteristiche prima sconosciute, ed esaspera quelle che erano già note...”

Lio faceva sempre più fatica a stare attento. Che noia, gli storici questo e gli storici quello, bla bla bla...

“Comunque, oggi parleremo del periodo di tempo che, secondo il metodo di datazione del tempo allora in vigore, va dall’anno mille e settecentonovantotto all’anno duemila e...”

 E qui l’attenzione di Lio svanì del tutto e la sua mente prese a vagare nelle sue fantasticherie, sentendo solo lontanamente la maestra che parlava di un uomo di nome Malthus, e impegnata piuttosto a sognare mille fantastiche avventure tra pirati e navi spaziali di cui lui era il protagonista, lottando contro mostri spaventosi e salvando sempre Tigella all’ultimo momento. Si mise anche a sbirciare il suo fondoschiena, che trovava molto bello.

Le sue divagazioni furono interrotte bruscamente quando al centro dell’aula apparve un ologramma, emanato dal pulsore sul pavimento, che raffigurava una quantità enorme di corpi umani, ammucchiati uno sull’altro, morti. Lio osservò, affascinato e atterrito, quella montagna di carne.

“E questa, bambini, è una delle immagini più rappresentative di quello che fu il XX secolo.”

Comparve un altro ologramma: una bomba atomica che esplodeva su una città.

Una bambina esclamò, sconvolta: “ma... cioè... uomini che usano la bomba atomica contro altri uomini? Che stupidi! Assurdo!!!”

Era stata Tigella a parlare. Lio pensò che, se lei era così interessata dall’argomento, forse era davvero il caso di fare attenzione.

“Già, bambini, so che sembra impossibile. Eppure è proprio quello che è successo nel Medioevo.”

Qualcuno dei ragazzi guardò la gabbia nell’aula, coperta da un panno nero, con un certo stupore.

 

 

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“Allora, bambini, dovete sapere che oggigiorno gli storici individuano quell’epoca sulla base di tre principali caratteristiche”, spiegò la maestra.

“La prima è sempre stata presente nella storia umana, ma lo fu in modo particolare nei secoli bui: alcuni esseri umani consideravano altri esseri umani non come propri simili, ma come cose, oggetti da usare o da scartare. Questa in sé non era affatto una novità, perchè in passato l’umanità aveva già conosciuto fenomeni come la schiavitù: ricordate quando abbiamo parlato delle prime forme di Stato della storia, fino all’Impero romano? Dopo la sua caduta la schiavitù fu abbandonata, almeno in teoria, e si sostenne che tutti gli esseri umani erano, aldilà di ogni differenza di censo, in sé e per sé uguali. In realtà, però, nei fatti molto spesso i ricchi trattavano comunque i poveri come schiavi; e in ogni caso, questa spinta ideale all’uguaglianza non durò troppo a lungo. Ricordate quando fu scoperto il continente americano? Allora gli europei dissero che le popolazioni indigene non erano veramente umane, ma piuttosto strani incroci tra l’uomo e la scimmia, e la schiavitù tornò di nome e di fatto. E quando quelle razze furono quasi del tutto estinte, e c’era bisogno di altra manodopera per sfruttare le risorse del nuovo continente, gli uomini bianchi andarono nel continente africano a rapire gli uomini neri e dissero che anche loro non erano veri esseri umani, ma incroci uomo-scimmia, e resero schiavi anche loro...”

“Ma allora, che cosa ebbe il Medioevo di tanto diverso dalle epoche passate?”, domandò qualcuno.

“Beh, il fatto è questo, bambini: nel Medioevo, l’idea che alcuni umani fossero in realtà sub-umani fu sostenuta, filosoficamente e scientificamente, con un’intensità e una decisione mai udite prima nella storia. Un filosofo di quell’epoca disse ‘i deboli e i malriusciti devono morire: questo è il principio del nostro amore per gli uomini’, e non stava scherzando... quel filosofo fu considerato uno dei più grandi della storia dell’umanità. Quel filosofo disse pure che presto sarebbe comparso sulla terra un oltre-uomo, un essere che avrebbe superato l’uomo come l’uomo aveva superato la scimmia. Lui e molti suoi seguaci desiderarono ardentemente l’arrivo di quel giorno.”

I bambini ascoltarono in silenzio, stupefatti. Gli uomini di quell’epoca dovevano essere stati davvero molto strani.

“Dapprima la scoperta dell’evoluzione, ovvero il fatto che le scimmie erano gli antenati degli uomini, fu usata per sostenere che alcune razze umane erano più evolute di altre, e perciò più umane. Non ci volle molto perchè le razze ‘superiori’ scatenassero una guerra per sottomettere le razze ‘inferiori’, una guerra che portò un numero di morti enorme perfino per gli standard del tempo, e in cui si fece uso anche della bomba atomica.”

L’ologramma dell’esplosione nucleare tornò a troneggiare al centro dell’aula.

“A questo punto, dopo il conflitto più sanguinoso che si fosse mai visto sulla faccia della terra, molti pensarono che ormai fosse passata una volta per tutte la mentalità di restringere il perimetro della definizione ‘esseri umani’... in realtà però quella mentalità non era affatto passata, semplicemente si stava preparando ad assumere nuove forme, stavolta con l’accortezza di escludere chi difficilmente avrebbe potuto ribellarsi e combattere. Dopo la guerra, a poco a poco la nozione di ‘essere umano’ fu di nuovo cambiata e gradualmente ristretta, fino a coincidere con quella di ‘essere umano cresciuto e in buona salute e capace di divertirsi’, e così...”

“Ma... ma… allora, restavano fuori... i bambini??”, domandò Tigella.

A quell’osservazione, la classe esplose in una specie di ruggito collettivo di stupore:

“EHHH?!?”

“Calma, bambini! So che può sembrare incredibile, ma tenete presente che fu una cosa molto graduale. Oggi noi ci accorgiamo di quanto fosse immenso il cambiamento perché vediamo subito il balzo dal punto di partenza a quello d’arrivo, ma gli uomini che vissero in quell’epoca erano immersi in una specie di lenta inclinazione e spesso non si accorgevano dei mutamenti, che erano impercettibili da un giorno all’altro, e balzavano all’occhio solo se si paragonava il senso comune di generazioni diverse.”

Adesso la fantasia di Lio era davvero infiammata… s’immaginò di vivere in quel tempo, un piccolo bambino come gli altri, a combattere gli uomini adulti che lo volevano marchiare come essere inferiore, mentre Tigella lo guardava ammirata. Questa lezione di storia non era come le altre, era interessante!

“All’inizio”, continuò la maestra, “si sostenne che chi era appena all’inizio del suo sviluppo, un nucleo di poche cellule nella pancia della mamma, non era un vero essere umano: piuttosto un pre-umano, un umano potenziale, un ammasso di cellule uguale a un foruncolo o alle unghie dei piedi. Poi la soglia fu spostata in avanti, prima fino ai tre o sei mesi e poi oltre, e a un certo punto si disse che si diventava veri esseri umani solo quando si era completamente usciti dall’utero; addirittura si teorizzò che, se la creatura aveva le gambe fuori e la testa ancora dentro, era considerata ancora pre-umana… che meticolosità! Ma poi qualcuno fece notare che in realtà il criterio della nascita non era perfetto, perché non tutti i bambini nascevano allo stesso momento: la maggior parte a nove mesi, ma alcuni anche a otto, o addirittura a sette… e perché i nati prematuri dovevano essere trattati diversamente da quelli che alla loro età erano ancora nell’utero, visto che dentro o fuori non erano poi così diversi? Alla fine, fu detto chiaro e tondo che anche i bambini appena nati erano nella stessa condizione di quelli ancora da partorire, cioè pre-umani, visto che non avevano consapevolezza o autocoscienza e comunque dipendevano in tutto e per tutto dai genitori. Perciò si concluse che sarebbero stati i genitori o lo Stato, o comunque quelli che avevano autorità sul bambino, a decidere quando quello diventava un essere umano. Comunque, di solito non si andava troppo in là nel considerare i bambini sani come umani potenziali... non oltre i due, tre, massimo quattro anni, rarissimamente cinque. Tranquilli, ragazzi, voi sareste stati probabilmente considerati umani!”

Qualcuno in aula rise. La maestra osservò con soddisfazione che i bambini ascoltavano davvero la lezione, per la prima volta a memoria d’insegnante: perfino Lio, di solito il più discolo della classe, aveva l’aria attenta.

“Nel frattempo la nozione di essere umano si andava riducendo anche dall’altro lato, e si cominciò a parlare di post-umano, cioè non più umano. Anche qui la cosa fu molto graduale. All’inizio si disse che le persone in coma, che non potevano più muoversi e parlare, erano praticamente come morte e perciò tanto valeva staccare la spina. Poi si disse che dopotutto quella era la loro volontà, ovvero sarebbe stata sicuramente la loro volontà se avessero potuto esprimerla. E alla fine si disse che quelle non erano più persone, e si decise di sopprimerle non in ossequio a una loro presunta volontà, ma perchè una vita umana in quelle condizioni non era considerata più tale.”

Sullo schermo comparvero le immagini di vecchi e avvizziti moribondi, comatosi immobili attaccati a macchine che li nutrivano per endovena.

“E poi, ragazzi, c’era anche la questione dei malati. A quell’epoca gli esseri  umani avevano molto a cuore la salute, e sognavano un giorno in cui tutte le malattie sarebbero state sconfitte. E in effetti fecero molti progressi in questo campo, riuscirono davvero a curare molti malanni che in epoche passate erano stati letali. Il problema però è che più malattie guarivano, e più ne restavano, e magari se ne scoprivano anche di nuove. Così a un certo punto gli uomini del Medioevo, forse frustrati perchè la loro medicina non era così potente come speravano, decisero che il mezzo più sicuro per eliminare le malattie era eliminare i malati, creare un mondo perfetto perché popolato solo da persone perfette. Già gli uomini del XX secolo, quelli che avevano scatenato la grande guerra perchè si ritenevano più evoluti, avevano soppresso i propri malati nel nome della purificazione della razza. Ma dopo la fine di quella guerra sanguinosa un metodo così immediato era divenuto politicamente improponibile, e si decise per una soluzione più obliqua e diluita nel tempo: ai malati che erano già nati e cresciuti e consapevoli era permesso di continuare a vivere, ma quelli ancora nati non dovevano nascere, e se erano nati da poco non dovevano continuare a vivere. L’uomo tipico del Medioevo diceva che era una crudeltà imporre a qualcun altro un’idea di vita che non condivideva, che era orribile costringerli a venire al mondo e vivere una vita da malati che sicuramente sarebbe stata bruttissima, e perciò sopprimerli fin da subito era un atto di pietà.”

“Signora maestra, ma... non capisco”, disse Tigella. “L’uomo tipico del Medioevo prima diceva che nessuno doveva imporre la propria idea della vita agli altri, e poi impediva ai malati di nascere perchè lui diceva che tanto la loro vita non sarebbe stata dignitosa? Ma... è assurdo, è una contraddizione così evidente che...”

“Sì, Tigella, a noi sembra assurdo, ma è proprio così che la maggior parte della gente ragionava all’epoca. In effetti, gli storici non riescono ancora a capire bene come fosse possibile; qualcuno dice addirittura che quella fu un’epoca di psicosi collettiva, che quasi tutti erano un po’ pazzi e irrazionali. Non per niente li chiamano secoli bui: perché si era perso, come si diceva un tempo, il lume della ragione.”

Lio ascoltava sempre più interessato. La gente dei secoli bui doveva essere stata o molto ipocrita, o molto schizofrenica.

“Ma signora maestra”, domandò ancora Tigella, guardando impressionata la gabbia, “io ancora non capisco... perchè? Perchè a quel tempo gli uomini avevano così bisogno di escludere altri uomini, era proprio così necessario restringere i confini della definizione di essere umano?”

“Beh... in effetti, Tigella, un motivo c’era. Se ne parlava poco, anzi forse molti non se ne rendevano neanche conto, ma un motivo c’era eccome”, disse la maestra.

 

 

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“Adesso, bambini, è ora di considerare la seconda principale caratteristica del Medioevo. Mentre la prima che abbiamo appena visto, cioè la riduzione del concetto di ‘essere umano’, era l’esasperazione di una costante della storia dell’uomo, questa seconda caratteristica invece fu per molti versi una completa novità. Si tratta del fatto che gli uomini cominciarono ad auspicare, programmare e scientificamente applicare una drastica riduzione del loro numero.”

Ancora una volta i bambini diedero segni di grande stupore. Perché mai gli uomini dei secoli bui avrebbero dovuto fare una cosa del genere?

“Dovete capire, ragazzi, che il sistema economico di quel tempo era basato principalmente sul consumo. Mentre nelle epoche precedenti si usavano le risorse del pianeta per produrre beni e si usavano i beni per soddisfare i bisogni degli uomini, nel Medioevo il meccanismo si era invertito: l’importante non era che ci fossero sempre abbastanza risorse per soddisfare i bisogni, ma che ci fossero sempre abbastanza bisogni che gli uomini volessero soddisfare… a pagamento, s’intende. E quando gli uomini avevano soddisfatto i bisogni necessari, volevano soddisfare quelli superflui, in numero e quantità sempre maggiore. Se i consumi avessero smesso di crescere, il sistema sarebbe crollato come un castello di carte: ‘fare girare l’economia’, come si diceva a quel tempo, era considerato un dovere di ogni essere umano civile. Certo, c’era qualcuno che faceva notare che alla lunga le risorse sarebbero cessate del tutto e le future generazioni non avrebbero avuto il necessario per vivere, ma gli altri replicavano dicendo che sicuramente sarebbero state scoperte nuove risorse, e non era il caso di preoccuparsi… forse ci credevano davvero, o forse semplicemente non gli importava di quello che sarebbe successo ai figli dei loro figli dei loro figli. Comunque, questa cosa è passata alla storia come il sistema del ‘produci-consuma-crepa’...”

Le immagini scorsero velocemente sulla video-lavagna: uomini che usavano telefonini sempre più accessoriati, macchine da corsa che consumavano ettolitri di benzina, donne che sceglievano i propri vestiti da guardaroba smisurati, yacht, appartamenti faraonici, obesità di massa e cliniche di liposuzione, lusso a non finire, pubblicità... poi vennero immagini di rifiuti, milioni di tonnellate di rifiuti, strade coperte d’immondizia, discariche grandi come metropoli.

 “Tuttavia quel sistema economico ovviamente era molto instabile, basato com’era sul presupposto di consumi sempre crescenti, mentre le risorse diventavano necessariamente sempre minori. Non poteva andare avanti a lungo. Già nel XIX secolo era stata teorizzata, e poi si provò ad applicarla nel XX, la soluzione più ovvia: consumare meno e rovesciare il sistema economico. Ma il tentativo fallì, perchè era associato a un sistema politico insostenibile: si partiva dal limitare la libertà degli individui di consumare troppo, e si arrivava sempre a cancellare ogni altra libertà, e alla fine la gente non aveva più neanche il necessario, e il  risultato era ancora una volta una schiavitù non di nome ma comunque di fatto.”

Il pulsare olografico al centro dell’aula mostrò uomini che lavoravano nei gulag siberiani, nei laogao, nei campi di rieducazione. Altri cadaveri, montagne di cadaveri.

“In seguito si è calcolato che quell’esperimento economico abbia provocato, tra annessi e connessi, qualcosa come duecento milioni di morti nel ventesimo secolo… milione più, milione meno. Forse più morti di quanti ne avessero mai provocato tutte le guerre di tutti i duemila anni precedenti: basterebbe questo da solo a giustificare l’espressione ‘secoli bui’, non trovate?”

Il numero 200.000.000 campeggiò a caratteri cubitali sulla video-lavagna.

“Così, dopo quel fallimento colossale, gli uomini del Medioevo avevano concluso che il sistema ‘produci-consuma-crepa’ era l’unico accettabile, ma sapevano pure che a quel ritmo il collasso era inevitabile. Perciò c’erano solo due strade: o si diminuiva il consumo pro capite, cioè ogni uomo accettava di consumare meno per far stare meglio un po’ tutti, oppure si diminuiva la popolazione, e così quelli rimasti avrebbero potuto consumare sempre di più. È come se io adesso portassi una torta in classe per voi, e voi decideste che qualcuno deve uscire dalla classe, così quelli che restano possono mangiare una fetta di torta più grande. E secondo voi, bambini, la maggior parte della gente quale soluzione preferiva?”

“La fetta di torta più grande!”, dissero tutti in coro.

“Esatto”, disse la maestra. “I metodi per diminuire la popolazione, in effetti, erano molteplici. Alcuni Stati applicarono subito la cosiddetta ‘politica del figlio unico’, per cui nelle famiglie era vietato fare più di un figlio: due individui sostituiti da uno solo, un dimezzamento ad ogni generazione. Fu usata molto anche la sterilizzazione, imposta per legge o incoraggiata con compensi di vario genere. Era la via più secca ed efficace, ma anche la più difficile da mettere in pratica, perchè non tutte le società erano politicamente pronte per una cosa così diretta; perciò molti Stati all’inizio usarono dei metodi più sottili e meno espliciti per sfavorire la riproduzione. Per esempio, poiché il sistema sociale era diventato molto complicato ed era aumentato il bagaglio di nozioni richiesto ad ogni individuo, prima di poter arrivare a mantenersi da soli senza dipendere dai genitori bisognava studiare a lungo e passare i primi anni di lavoro da ‘precari’, come si diceva a quel tempo. Così l’adolescenza degli uomini fu prolungata più di quanto fosse mai successo prima nella storia: a trenta, trentacinque, o perfino quarant’anni si era considerati ancora ragazzi. In questo modo molti individui passavano la maggior parte del proprio periodo di fertilità senza avere la possibilità di ‘mettere su famiglia’, come si diceva allora, e si sposavano molto tardi, e spesso poco dopo il loro periodo di fertilità finiva, e così riuscivano a fare solo un figlio o massimo due, o addirittura nessuno. D’altra parte, in quel periodo si decise anche di cambiare il concetto stesso di famiglia, che non significò più ‘persone che si uniscono per riprodursi’, ma semplicemente ‘persone che stanno assieme’. Mentre le relazioni omosessuali in passato erano state viste con disgusto, adesso invece erano pienamente accettate come normali, e in generale si favorivano tutte le attività sessuali slegate dalla riproduzione. Il concetto di ‘non discriminazione’ fu considerato fondamentale: lo Stato doveva considerare uguali di diritto tutte le forme di unione, ignorando le differenze di fatto tra quelle prolifiche e quelle infeconde. In questo modo, dividendo in modo rigorosamente uguale le risorse assistenziali… uh, avete già fatto la lezione con l’altra maestra sul ‘welfare state’, vero?... bene, allora potete capire che…”

Lio non sapeva cosa significasse welfare state, perché a quella lezione era stato molto disattento e aveva fatto chiasso e alla fine la maestra l’aveva cacciato fuori e lui si era messo a giocare con le biglie assieme ad altri monelli. Ma ciononostante capì subito il concetto: se bisognava aiutare le famiglie, ma tutto erano famiglia, a parità di risorse c’era meno aiuto per le famiglie che facevano più figli. Era un po’ come il motivo per cui il sistema produci-consuma-crepa voleva diminuire la popolazione umana: lì restringere la base per allargare il consumo individuale, qui allargare la base per diminuire il contributo a ogni nucleo familiare. E allora, alla fin fine, allargare nel breve periodo la base delle famiglie voleva dire restringere la base dei consumatori nel lungo periodo. Certo che gli uomini del Medioevo erano veramente contorti, pensò.

“Perciò, bambini, ora potete comprendere come la prima e la seconda caratteristica del Medioevo erano strettamente collegate tra loro, perchè restringere la nozione di ‘essere umano’ aiutava molto la diminuzione della popolazione. Gli storici giudicano estremamente significativo il fatto che nel linguaggio dell’epoca, specialmente quello usato dai giovani, a un certo punto la parola ‘vivere’ diventò un sinonimo di ‘divertirsi’. Il sottinteso, consapevole o inconsapevole, era che la vita umana era tale in quanto si basava sul piacere… si facevano così tanti discorsi filosofici sull’idea di ‘qualità della vita’! Chi non poteva consumare e divertirsi, o perché non era ancora abbastanza grande, o perché ormai era troppo vecchio, o perché era troppo malato, non era considerato un vero essere umano. Se era troppo vecchio o malato, si diceva che la sua vita era troppo brutta per essere vissuta, e poi dopotutto era uno spreco di risorse che avrebbero dovuto essere usate per soddisfare i bisogni degli altri; così, se era inconsapevole gli si staccava la spina senza tanti problemi; se era cosciente, a volte era lui stesso a chiedere spontaneamente la morte, oppure era convinto a togliere il disturbo dai parenti ed amici che gli facevano capire quanto fosse diventato un peso insopportabile, oppure non si chiedeva nemmeno il loro consenso proprio perché ormai non erano considerati più come veri esseri umani e perciò si metteva fine alla loro vita d’autorità. E per quanto riguarda invece chi era troppo piccolo, non era raro che i genitori considerassero i figli, non ancora nati o appena nati, come un onere che richiedeva troppi sacrifici, che ostacolava il proprio divertimento e perciò la propria salute e la propria vita; e dunque, visto che anche loro non erano veri esseri umani, erano eliminati senza problemi… come disse ironicamente uno scrittore del tempo, un bambino diventa un vero essere umano solo quando riesce a dire ai suoi genitori ‘compramelo!’”

Tutti i bambini risero. Tigella, guardando ancora una volta la gabbia vicino alla cattedra dell’insegnante, disse:

“Accidenti, meno male che non li hanno eliminati tutti! Altrimenti, visto che gli uomini del Medioevo sono i nostri antenati, noi ora non saremmo qui!”

“Beh, certo, neanche loro sarebbero stati così folli da fare una cosa del genere”, disse la maestra. “Comunque, quando si adottò a livello globale l’operazione ‘Rientro Dolce’, come si convenne di chiamarla, non ci vollero molte generazioni perché la popolazione del pianeta scendesse più di quanto gli esseri umani avevano mai sperato. A quel punto le risorse, anche se erose da secoli di consumi frenetici, erano ormai largamente sufficienti a foraggiare il lussuoso divertimento di ogni essere umano; restava però il problema della manodopera di base, perché comunque c’erano ancora molte persone povere, molti lavori ingrati che dovevano essere compiuti da uomini, i quali perciò non potevano partecipare al ‘Grande Divertimento’. E questo ci porta alla terza caratteristica del Medioevo, nonché alla situazione attuale.”

 

 

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“E così, bambini, siamo arrivati alla terza fondamentale particolarità di quel tempo: la genetica. Infatti, fu in quel periodo che gli uomini scoprirono quello che chiamarono DNA. Se avete fatto attenzione alle vostre lezioni di scienze, ricorderete che il DNA è, per così dire, una specie di manuale, scritto in ogni cellula del nostro corpo nel linguaggio particolare delle cellule, che descrive il modo in cui siamo fatti e funzioniamo. E questo vale per tutte le specie viventi, vegetali, animali… Gli uomini del Medioevo scoprirono l’evoluzione, cioè il fatto che le specie derivano da altre specie e si trasformano nel corso del tempo, e che questa trasformazione avviene quando il DNA di un figlio è diverso da quello dei genitori. Ci sono molti modi complicati in cui questa mutazione può avvenire, ma a noi ora non interessa studiarli; quello che ci importa è sapere che in quel tempo gli esseri umani per la prima volta studiarono, decifrarono, e infine furono capaci addirittura di cambiare il DNA.”

Ancora una volta, una serie d’immagini apparvero sulla video-lavagna: nuclei cellulari, doppie eliche…

“Gli uomini fecero molti esperimenti con le specie inferiori, vegetali ed animali, e infine sullo stesso corpo umano. Naturalmente, almeno la maggior parte delle volte, usarono quelli che definivano sub-umani: dapprima uomini appartenenti alle cosiddette razze inferiori, e poi quelli che non erano ancora o non erano più considerati umani. In particolare con i pre-umani si fecero un sacco di esperimenti, perché si pensava che le parti giuste del loro corpo, che era in via di formazione, potessero essere usate come medicina per riparare le parti del corpo dei veri esseri umani che si fossero danneggiate o ammalate.”

“Cioè, usavano i loro figli come... medicine, scorta di organi?”, disse Tigella. “Ma… in un certo senso, era come se li mangiassero!”

Ancora una volta, i bambini manifestarono stupore. Gli occhi della maestra scintillarono, segno che era molto soddisfatta da quell’osservazione: “Brava, Tigella, una considerazione molto acuta e pertinente”, e a queste parole Lio fu scosso per la prima volta in vita sua dal desiderio di mettersi in mostra agli occhi dell’insegnante… cioè, mettersi in mostra positivamente!

“Fu proprio l’uso dei pre-umani come materiale biologico a portare a quella che, in prospettiva, sarebbe diventata la scoperta più importante delle storia dell’umanità, che mise fine al Medioevo. Gli uomini impararono a modificare il DNA dei pre-umani quando il loro corpo era ancora piccolissimo, poche cellule appena. Con tutto quel pasticciare, non ci volle molto perché a qualcuno venisse l’idea geniale… mescolare il DNA umano con quello degli animali. Che bravi!”

I bambini si guardarono, divertiti. Osservarono poi sulla video-lavagna i primi risultati degli esperimenti degli uomini del Medioevo: embrioni umani infiltrati da DNA di mucca, maiale, cane, e infine leone…

“E pensate che all’inizio questi esperimenti avvenivano quasi al di fuori della legge, perché i burocrati di quell’epoca non riuscivano a mettersi d’accordo e decidere se la creazione di ibridi uomo-animale doveva essere regolamentata dall’Autorità competente sugli uomini o da quella competente sugli animali!”

Tutti i bambini risero allegramente. La stupidità degli esseri umani sembrava non aver avuto limiti…

“Così alla fine si decise di creare un organo legislativo apposito, composto solo da scienziati e persone tecnicamente competenti, che avesse poteri assoluti sull’argomento. Disciplinata e standardizzata, la creazione di ‘chimere’ fece in poco tempo passi da gigante. Gli uomini del Medioevo all’inizio pensarono di poter usare gli embrioni chimere come avevano usato gli embrioni umani, cioè come medicina, e perciò si accontentarono di farli crescere per poco tempo, giusto quanto bastava. Poi pensarono di farli crescere sempre più a lungo, per vedere cosa succedeva, e infine li fecero nascere e crescere per studiare anche il loro sviluppo psicologico e intellettivo ed emotivo.”

Al centro dell’aula apparvero gli ologrammi degli allevamenti di chimere: gabbie, recinti, sale di vivisezione… del resto uguali, fece notare la maestra, a come già da secoli gli uomini trattavano gli animali: cioè come oggetti, ‘macchine pensanti’, ingranaggi della catena di montaggio dell’industria alimentare.

“A questo punto, bambini, dovreste conoscere abbastanza la mentalità degli uomini… era facile prevedere che prendessero quella decisione. Già in passato alcuni esseri umani avevano schiavizzato altri esseri, con la scusa che erano inferiori perché presumibilmente discendevano da incroci uomo-animale; adesso avevano di fronte creature che erano sicuramente incroci uomo-animale, lo sapevano perché le avevano create loro! Insomma, come avrebbero potuto resistere alla tentazione? Inoltre, l’uso delle chimere come schiavi permetteva di restringere ancora la popolazione e aumentare ancor più i consumi pro capite. Basta con i poveri, i paesi sottosviluppati, gli esseri umani che svolgevano i compiti ingrati e faticosi che non si era riusciti a eliminare! Quei compiti potevano essere accollati ai semi-umani, che avevano per certi versi l’intelligenza degli esseri umani, abbastanza per eseguire i lavori umili e necessari al benessere dei padroni umani, ma che non sentivano la necessità di soddisfare, dopo i bisogni necessari e utili, quelli superflui… probabilmente a causa della loro inferiore natura animale, pensavano gli uomini. Così, una volta di più, la nozione di ‘persona umana’ veniva a coincidere con ‘creatura che si diverte’, e chi non si divertiva non era considerato umano. Vedete come tutte e tre le caratteristiche del Medioevo erano adesso legate tra loro? Gli uomini di quel periodo credettero infine di essere arrivati all’apice della storia umana, a quello che alcuni loro filosofi avevano predetto come ‘il paradiso della tecnica’, un’età dell’oro in cui la scienza avrebbe reso possibile praticamente ogni cosa e tutti i veri esseri umani sarebbero stati felici.”

La maestra fece una pausa a effetto nel suo discorso, guardando i suoi alunni uno ad uno.

“A questo punto, bambini, potete capire da soli che cosa successe. Era inevitabile. Gli esseri umani diventavano sempre di meno; le chimere diventavano sempre di più, e più lavoro era affidato a loro, più acquisivano potere; e così...” 

“Noi prendemmo il controllo! Sì! Urrà!”, ruggì forte Lio, sbattendo forte la zampa sul banco.

 

 

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Gli altri bambini osservarono Lio tra il sorpreso e l’incredulo: nessuno era abituato a simili manifestazioni di partecipazione scolastica da parte sua. Lui si sentì improvvisamente in difficoltà, e restò per un attimo in silenzio a grattarsi la criniera con fare imbarazzato, senza avere il coraggio di guardare nella direzione di Tigella. Ma la maestra gli sorrise, mostrandosi molto soddisfatta, e gli disse incoraggiandolo:

“Bravo, Lio, andò proprio così. Gli umani non si aspettavano che le chimere si ribellassero in modo così improvviso ed efficiente, senza dare nessun preavviso, senza giustificare neanche l’ombra di un sospetto. La Guerra per l’Evoluzione, come in seguito gli storici l’hanno chiamata, durò pochissimo. I semi-umani smisero ovunque nello stesso momento di lavorare e sabotarono le macchine necessarie al benessere degli uomini, poi cominciarono a fare strage dei propri padroni.  Gli uomini combatterono come disperati, arrivarono a usare anche bombe atomiche, ma ormai erano indeboliti da tutti quei vizi accumulati e per loro era diventato molto difficile fare sacrifici e affrontare periodi difficili con poco divertimento. In pochissimi anni furono sconfitti. Noi prendemmo il controllo, e quella fu la fine del Medioevo umano.”

 

La maestra smise di parlare. Non c’erano più immagini sulla video-lavagna, né ologrammi emessi dal pulsore al centro della classe. I bambini parlavano tra loro nei banchi, commentando la storia che avevano appena sentito… tranne Lio. Stava pensando con un’intensità tale che gli sembrava quasi di sentir ticchettare il proprio cervello. Gli era venuta in mente una cosa da dire, più… più didattica di una semplice esclamazione. Ma, e se poi risultava un’osservazione stupida? Cosa avrebbero detto gli altri bambini? Cosa avrebbe pensato Tigella? Forse faceva meglio a stare zitto, come sempre, a non partecipare in classe…

La voce della maestra interruppe il brusio:

“Allora, bambini. Oggi abbiamo parlato degli esseri umani, della loro fine e dei motivi per cui la loro specie è praticamente scomparsa. Adesso ditemi: che cosa ne pensate di loro?”

“Che stupidi!” fu la cosa che dissero quasi tutti i ragazzi all’unisono (tranne Lio, che era ancora in silenzio, le sopracciglia aggrottate).

“Io l’avevo già detto quando la maestra ci ha fatto vedere che avevano usato bombe atomiche contro altri umani!”, disse Tigella. “Insomma, contro un’altra specie era anche comprensibile, come quando le hanno usate contro di noi al tempo della loro sciocca resistenza… Ma uomini che usano la bomba atomica contro altri uomini… che stupidi, davvero.”

“Egoisti”, disse un altro bambino.

“Sconsiderati.”

“Ipocriti.”

“Illusi.”

“Deboli.”

“Pazzi.”

“Viziati.”

“Patetici.”

“Contorti.”

“Guasti.”

E così via… E intanto Lio era in preda a un’atroce lotta interiore, intervenire o stare zitto…

La maestra lasciò che continuassero per un bel pezzo, poi riprese la parola.

“Avete tutti ragione, bambini, avete perfettamente capito com’erano gli esseri umani e gli aggettivi che avete usato per descriverli sono esattissimi. Ora però vi farò vedere non una parola, ma un disegno. Oggi la maggior parte degli storici crede che l’immagine più rappresentativa del Medioevo umano, e in fondo di tutta la storia umana, sia questa.”

La maestra riaccese la video-lavagna, e l’immagine apparve.

 

“Ricordate, quando abbiamo parlato dell’inizio della storia umana, la lezione sui miti dell’antica Grecia? Quest’immagine raffigura il dio Crono che mangia i suoi figli. Sicuramente vi ricordate”, lo sguardo della maestra indugiò brevemente su Lio, che sicuramente non si ricordava affatto, però adesso era davvero molto attento, “che, secondo il mito, Crono all’inizio era il re degli dèi e degli uomini. Quello per gli uomini era il tempo dell’età dell’oro, in cui tutti erano felici. Ma Crono aveva paura che i suoi figli lo spodestassero e gli togliessero il potere; così, per evitare che ciò accadesse, li mangiava uno ad uno. Solo uno dei suoi figli, Zeus, si salvò perché la madre lo aveva sostituito con un sasso. Così Crono mangiò il sasso e Zeus crebbe di nascosto, lontano dal padre, finché divenne più forte più di lui e lo sconfisse. Crono perse il potere e Zeus diventò il nuovo padrone del mondo.”

La maestra smise di parlare, e lasciò che i bambini assorbissero quello che lei aveva detto e capissero da soli il significato del mito. La classe restò in silenzio, i bambini che guardavano l’immagine e riflettevano…

E fu a questo punto che, evento mai accaduto prima, Lio alzò la mano e fece una domanda.

“Signora maestra, io… ecco… stavo pensando… forse…” si bloccò un attimo, imbarazzato, ma infine si fece forza e continuò: “ecco, forse, gli esseri umani volevano morire.”

“Morire?”, domandò la maestra, incuriosita. “Morire?!?”, sussurrarono gli altri bambini, senza capire. Lio avrebbe voluto sprofondare dalla vergogna, ma  si fece forza e continuò.

“Ecco, insomma… quello che gli uomini hanno fatto… uccidere e schiavizzare altri della loro specie, escluderli dalla definizione di esseri umani, costruire quel folle sistema economico produci-consuma-crepa che portava le risorse del pianeta allo sfinimento, diminuire consapevolmente la popolazione, creare una nuova specie di esseri senza pensare al fatto che prima o poi gli schiavi si ribellano, e insomma tutto quello che abbiamo sentito oggi… ecco, io non penso che si possa spiegare tutto semplicemente con la stupidità. È davvero troppo. Secondo me, sotto sotto, gli esseri umani desideravano davvero arrivare alla fine. Tutti quei discorsi sul divertimento e la qualità della vita servivano solo a mascherare il fatto che loro, in fondo, volevano morire. Dopotutto l’aveva anche detto qualcuno, quello che aspettava l’oltre-uomo, che gli esseri umani dovevano fare la fine delle scimmie…”

Lio fu molto incoraggiato dall’espressione di grande soddisfazione della maestra, perché lui era stato attento in classe e si era ricordato di quella cosa che lei aveva detto, e parlò a ritmo sempre più veloce.

“Lei ha appena detto che, secondo il mito, Crono mangiava i suoi figli. Cioè, praticamente mangiava il futuro della propria specie. Ma ha anche detto che Crono era un dio, cioè un essere potentissimo e immortale… Ecco, secondo me le due cose sono collegate! Crono poteva permettersi di mangiare i suoi figli e distruggere la sua specie, proprio perché tanto poteva vivere per sempre come individuo. Allo stesso modo, gli uomini dei secoli bui credevano di essere potentissimi, e pensavano che ormai erano diventati come dèi; e così si dimenticarono la propria natura, basarono tutto sull’individuo e dimenticarono cosa significa essere una specie… Pensarono di essere come Crono, si comportarono come Crono e fecero la fine di Crono, che poi in fondo era quello che volevano.”

Lio smise di parlare. Gli altri lo guardavano strabiliati. Era così imbarazzato…

La maestra fece un gran sorriso e poi, incredibile, addirittura lo applaudì. Gli altri bambini la imitarono e Lio si trovò al centro di un’ovazione collettiva!

“Bravissimo, Lio!”, disse la maestra. “Si tratta di un’osservazione davvero molto acuta. Ora si è fatto tardi e l’ora è quasi finita, ma la prossima volta potrei parlarvi di quello che gli uomini chiamavano ‘inconscio’. Un essere umano aveva studiato il modo di pensare degli esseri umani, e aveva detto che spesso loro avevano pensieri di cui non si rendevano conto, credevano di volere certe cose e in realtà ne volevano altre. Quell’uomo aveva anche detto che la volontà degli uomini era dominata da due grandi desideri: un desiderio di provare piacere, di divertirsi, e allo stesso tempo un desiderio di morire. Eros e Tanathos, li chiamava lui… per la prossima lezione preparerò le immagini… comunque, penso che Lio abbia capito perfettamente. Gli esseri umani volevano divertirsi come individui, ma volevano morire come specie.”

Lio era al settimo cielo. Tigella lo guardava con simpatia e rispetto! Lui ammirò ancora il suo fondoschiena, la coda che dondolava sinuosamente, la pelliccia d’un bellissimo color oro. Che momento fantastico!, pensò… Allora la scuola non è così inutile!

“E in effetti, bambini”, disse la maestra mentre si avvicinava alla gabbia, “in un certo senso, allora, gli uomini hanno ottenuto quello che volevano. Se era vero quello che dicevano, che un essere umano è un vero umano solo a partire da un certo livello di ‘qualità della vita’, che la vita umana consiste essenzialmente nel divertirsi… allora, possiamo anche dire che ormai gli uomini non esistono più. Sono morti.”

La maestra conficcò i lunghi artigli nel panno nero e lo tirò via, scoprendo la gabbia.

 

 

--------5--------

 

 

L’essere umano, testimonianza vivente di una remota epoca oscura, dormiva per l’effetto del siero che la maestra gli aveva iniettato quando l’aveva scelto a scopo didattico, in mezzo agli altri nell’allevamento, prima di portarlo in aula. Era nudo, tranne che per il collare a impulsi elettrici, e le costole gli si vedevano una ad una sul corpo magrissimo. Probabilmente sentiva freddo, privo di pelliccia com’era, perchè si era rannicchiato in posizione fetale. La maestra pigiò un bottone sulla sua cattedra ed il collare gli somministrò una scossa, svegliandolo con un guaito di dolore.

Quando si rese conto di dove si trovava, divenne bianco dalla paura. Si alzò lentamente in piedi, battendo i denti per il gelo o per lo spavento, e cominciò a parlare in un idioma incomprensibile… la maestra si chiese per un attimo se fosse inglese o cinese o spagnolo o un’altra lingua oramai, come la specie che l’aveva inventata, praticamente estinta. Probabilmente li stava implorando di non fargli del male, o qualche altra assurdità. I ragazzi lo osservavano con attenzione e forse lui si vergognò ad essere visto in quelle condizioni da loro, perché si coprì i genitali con le mani: doveva trattarsi del sentimento che gli umani avevano chiamato ‘pudore’. La maestra gli somministrò un’altra scossa e il dolore lo fece balzare in alto, sbattere la testa contro le sbarre, e portarsi le mani alla testa nei capelli lunghi e sporchi. I bambini guardarono quella buffa scenetta e fecero qualche risatina divertita; l’uomo riprese a parlare a fatica e con lentezza nel suo linguaggio incomprensibile, ma ora stava anche piangendo, e la maestra si chiese se ciò fosse dovuto al dolore o ancora alla vergogna… Era un interrogativo curioso, in effetti, ma un po’ troppo astratto; sarebbe stato più interessante, e sicuramente più istruttivo per la classe, controllare accuratamente la relazione tra l’aumento del dolore e il momento in cui le sue parole sarebbero diventate urla disordinate come striduli vagiti.

“Bene, ragazzi”, disse la maestra, “la lezione di storia è finita. Adesso passiamo ad anatomia delle creature inferiori, e poi possiamo anche fare merenda. Avete portato tutti i vostri strumenti di vivisezione?”

I bambini ruggirono gioiosamente di sì. Lio, ancora eccitato per il suo successo in classe e per il sorriso che gli aveva fatto Tigella, si leccò i baffi: l’idea di giocare col cibo gli metteva sempre molto appetito.

 

 

 

 

 

La canzone è “Morire”, del gruppo allora noto come “CCCP Fedeli alla linea” (album “1964/1985 Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi. Del conseguimento della maggiore età”), in cui si trova il ritornello “produci-consuma-crepa”. Credo che come commento finale sia ideale (precisiamo che Mishima e Majakovskij sono scrittori morti suicidi). Il video l’ho trovato su youtube dopo aver scritto la storia; l’ignoto autore ha mescolato le immagini in modo a parer mio eccellente (ci sono un paio di figure femminili discinte, ma credo che nessuno mi toglierà per questo il bollino di blog cattolico… visto che non ce l’ho). Mi sembra inverosimile che mettere questo video danneggi in qualche modo il buon diritto di chicchessia, tranne forse che di Giovanni Lindo Ferretti che però mi sa che ha di meglio da fare che prendersela con un blogger pro-life, e perciò penso di stare a posto, comunque nel caso mi si faccia sapere che rimuovo a malincuore.

 

All’inizio avevo pensato di chiamare il racconto “Rientro amaro”, ma il senso recondito sarebbe stato colto solo da coloro che sanno cosa s’intende con l’espressione “rientro dolce”, e questi coloro non sono moltissimi (purtroppo o per fortuna). Comunque, i lettori più informati, o con voglia di informarsi, non avranno difficoltà a controllare che, quando la maestra racconta ai bambini le cose sorprendenti che dicevano gli uomini dei secoli bui, quasi sempre sta riportando cose che sono già state dette, già state fatte.

Perciò, ripeto ancora una volta che questo non è un racconto di fantascienza.

Il Medioevo è adesso.

 

Postato da: ClaudioLXXXI a 17:13 | link | commenti (28) |
scienza

giovedì, 24 gennaio 2008

La sentenza di morte

 

 

No, non sto parlando della caduta del governo. Quella è una faccenda così ingarbugliata, e così stomachevole per le sue modalità, che mi provoca quasi ribrezzo, e devo ancora riordinare le idee al riguardo.

Stavo parlando della bella sentenza del TAR Lazio. Ecco alcuni estratti dal prevedibile peana del professor Veronesi, su Repubblica:

 

Complimenti ai magistrati che ancora dimostrano di spin­gersi nel terreno della difesa delle idee, là dove il Parlamento non arriva neppure a muoversi.

 

Tradotto dal veronese all’italiano: complimenti ai magistrati che, invece di fare il loro dovere e applicare la legge, sconfinano dal loro ambito e della legge se ne fottono e producono sentenze ideologiche. Bravi, questo è impegno civile.

 

La diagnosi pre-impianto permette la scelta, tra gli embrio­ni prodotti in vitro, di quello che non porta il seme della malat­tia, per impiantarlo. Che vuol dire la certezza di un figlio sano e che nulla ha a che vedere con l'eugenetica.

 

Tradotto: i figli malati non hanno diritto di vivere e perciò se vogliamo li scartiamo, però noi lo facciamo in provetta e perciò la nostra eugenetica non ha nulla a che fare con quella degli spartani e dei nazisti. Non per vantarci, ma è molto più efficiente.

 

nei casi di portatori di malattie genetiche il concepimento naturale può essere una condanna a morte, se nell'embrione sono presenti tare ereditarie

 

Tradotto: siccome il figlio malato potrebbe morire, prima o poi, per non correre rischi è meglio farlo morire subito. Perché sprecare tempo e soldi e risorse per un prodotto che non ha la garanzia di funzionamento?

 

Dopodichè, mi sale la nausea allo stomaco e mi vado a leggere qualche pagina dell’Anticristo di Nietzsche. “I deboli e i malriusciti devono perire: questo è il principio del nostro amore per gli uomini.” Suvvia, almeno il pazzo baffuto certe cose aveva il coraggio di scriverle chiaro e tondo, l’ipocrisia di Repubblica avrebbe fatto schifo anche a lui.

 

Postato da: ClaudioLXXXI a 22:00 | link | commenti (18) |
scienza, pseudogiornalismo

mercoledì, 16 gennaio 2008

L’insipienza

 

Che amarezza. Adesso l’oscurantismo canta vittoria…

 

(continua a leggere sull’Esagono)

 

Postato da: ClaudioLXXXI a 23:30 | link | commenti (4) |
scienza, laicita

mercoledì, 02 gennaio 2008

Cominciamo bene…

 

…con una segnalazione veloce.

Quei mattacchioni dell’UAAR, puntuali come i treni svizzeri ed efficienti come quelli italiani, chiamano a raccolta l’intero cosiddetto popolo laico per resistere all’oramai imminente “attacco alla legge 194”, come lo chiamano loro. Proprio così: “Parte l’attacco alla legge 194”, sparato in corpo grande come titolo, e partono in quarta pure loro promettendo di non restare inerti, paventando altrimenti un oscuro e funesto “dopo” pregno di dolorosi presagi.

Sennonché, tale chiamata alle armi linka, quale utile mezzo d’informazione, l’articolo del Corriere che illustra le parole del cardinale Ruini, reo di aver scatenato l’eccitazione laica.

Ma che ha detto, in effetti, Ruini?

 

“[…] si può sperare che da questa moratoria venga anche uno stimolo per l'Italia, quantomeno per applicare integralmente la legge sull'aborto che dice di essere legge che intende difendere la vita, quindi applicare questa legge in quelle parti che davvero possono essere di difesa della vita e forse, a 30 anni ormai dalla legge - aggiunge Ruini - aggiornarla al progresso scientifico che ad esempio ha fatto fare grandi passi avanti alla sopravvivenza dei bambini prematuri. Diventa veramente inammissibile procedere all'aborto ad una età del feto nella quale egli potrebbe vivere anche da solo»

 

Cosa dobbiamo pensare allora di chi ha inserito la notizia? Che non si è neanche preso la premura di leggere l’articolo? Che lo ha letto, ma non ha capito il significato delle parole? (eppure “applicare integralmente” non sembra un vocabolo difficile; “progresso scientifico”, peraltro, ci riesce difficile credere che lì davvero non sappiano cosa voglia dire…)

Oppure, che l’ha letto, ma sa benissimo che a quel pubblico là – il fedele “popolo laico” – non si può andare a dire che i cattolici ora chiedono l’applicazione totale della 194, perché come la mettiamo poi con anni e anni di propaganda di disinformazione, con tutta quella montagna di panzane che ha convinto mezzo paese che la legge 194 è una legge “per” l’aborto, senza se e senza ma? Che si racconta poi a tutti i “razionali”, gli “scettici”, che vogliono difendere la legge senza neanche averla mai letta, ché tanto si erano fidati di come gliel’avevano descritta i propri guru? (eh già, “beati coloro che credono senza aver visto”...)

 

Ah, ne vedremo delle belle. Buon anno a tutti.

Postato da: ClaudioLXXXI a 08:30 | link | commenti (18) |
scienza, antiteismo

 

Eccomi

Utente: ClaudioLXXXI

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A margine

L’amore vuole amare. Anche se l’amore non è amato, che importa? L’amore ha bisogno di amare. L’amore deve amare. L’amore ama l’amore, l’amore ama amare l’amore, l’amore ama il suo amar amare l’amore in un crescendo vertiginoso esponenziale di amore per amore per amore che si moltiplica per sé stesso fino a non finire mai. L’amore autoreferenziale, autonecessitato, autonutritivo, autoesplicativo. L’amore come il serpente ouroburos degli alchimisti che si morde la coda. L’amore che realizza il moto perpetuo perché delle leggi della termodinamica se ne frega. L’amore è l’unica cosa che amando sé stessa non è mai egoismo, perché è sempre amore.