Un blog fuori dalle catacombe.
La fiaccola dell’anarchia

Amleto si chiama Jax ed è un motociclista con il look da Kurt Cobain, la Marlboro sempre accesa e la carica di vicepresidente del Club. Sua madre si chiama Gemma ed è una vera tamarra di provincia americana con la pistola nella borsetta, la menopausa in arrivo e la preoccupazione che il figlio segua nel Club le orme del suo attuale marito. Il quale si chiama Clay, è il presidente del Club e il boss della città e tratta l’uno e l’altra con pugno di ferro in guanto di velluto, anche se le mani cominciano a soffrire l’artrite perché la vecchiaia è una stronza senza cuore implacabile. Il fantasma è un libro scritto dal defunto padre di Jax, primo marito di Gemma e fondatore del Club, morto in circostanze ignote, il quale vi aveva riversato tutta la sua amara delusione per ciò che era diventato il suo Club. Jax trova il libro e comincia a leggerlo e a farsi troppe domande.
E il Club, il sogno di Jax da tutta la vita, il mitico Club, il Club è il Sons of Anarchy Motorcycle Club Redwood Original, detto anche SAMCRO o Sam Crow. Ufficialmente un club di hippy appassionati di motociclette, tatuaggi, sbronze, squinzie ragazze di facili costumi. Non ufficialmente una gang criminale che traffica armi, chiede il pizzo, picchia, ricatta, uccide. La loro storia è la storia di Sons of Anarchy, la serie televisiva creata da Kurt Sutter già creatore di The Shield, la cui trama si districa tra guerre di delinquenti ed echi scespiriani. Una storia di libertà, di prepotenza, e dei confini labili tra le due cose. Una storia in cui non ci sono né bianchi né neri, ma solo diverse tonalità di grigio, e tutti sono a un tempo corrotti e corruttori.
Ma soprattutto la storia del conflitto di Jax, diviso tra un lato violento che vuole assecondare la ferocia di Clay e un lato buono che vorrebbe riportare il SAMCRO nei binari dell’idealismo originario. All’inizio della serie la sua parte buona è come assopita ma successivamente, vuoi perché gli affari sporchi del Club si complicano e gli eventi precipitano, vuoi per l’influenza del dattiloscritto di suo padre, e vuoi perché Jax è appena diventato a sua volta papà, la sua coscienza si risveglia progressivamente. In tutta la prima stagione, durante ogni episodio, Jax legge dei passi del libro che lo fanno ripensare e guardare con occhi nuovi a ciò che ha visto e ciò che ha fatto e ciò che ha lasciato succedere, e non sono belle cose (es. cancellare il tatuaggio del SAMCRO dalla schiena di un traditore… CON LA FIAMMA OSSIDRICA). Il libro è il vero personaggio fantasma della serie, carico di sogni e sentimenti, utopie di libertà assoluta, tristezza per aver visto la perversione di questa libertà, ammaestramenti morali derivanti dall’esperienza.

Ma pensiamoci bene: poteva forse andare diversamente? È mai andata diversamente? No. Tutti i profeti della libertà assoluta hanno sempre lasciato in eredità al mondo la violenza: la libertà senza regole e senza morale, la libertà affidata solo all’arbitrio e al sentimentalismo dell’uomo (come massa o come individuo), è sempre diventata la libertà dei forti di sottomettere i deboli, e la libertà dei deboli di… essere sottomessi, derubati, sfruttati, torturati, ammazzati.
Nella storia la fiaccola dell’anarchia ha sempre fatto divampare l’incendio della violenza, e ad esserne bruciato è sempre chi non può replicare con altrettanta violenza. Succedeva ieri, succede oggi. Per questo temo chi parla di libertà ma non parla mai di responsabilità, perché o gioca con i fiammiferi o è un altro piromane.

FlashForward
Ho cominciato a seguire FlashForward, la nuova serie della ABC, e sembra bella e interessante e tutto quanto, però c’è qualcosa che mi perplime.
L’idea base della serie è che all’improvviso tutta l’umanità nello stesso istante perde coscienza per 2 minuti e 17 secondi, durante i quali ciascuno “ricorda” un evento che non appartiene al passato ma al futuro di circa sei mesi dopo. Si tratta insomma di un flashforward (in avanti), il contrario di un flashback (all’indietro).
Dopo l’esperienza collettiva bisogna anzitutto fronteggiare le emergenze improvvise, perché il blackout globale ha provocato catastrofi immani, incidenti d’auto ovunque nel mondo, incendi, aerei contro palazzi, morti a decine di migliaia. Passato il momento di panico però ciascuno deve fare i conti con l’acquisita consapevolezza del proprio futuro e con le conseguenze che questa ha sul proprio presente: la single che sarà incinta e non sa di chi, la donna sposata che starà con un altro e mette in discussione il suo matrimonio, il quasi suicida che sarà vivo e felice, quello che non vede niente e teme che tra sei mesi sarà morto, etc. Oltre a tutto ciò la serie segue le vicende del protagonista agente dell’FBI il quale indaga sul possibile complotto che ha provocato il flashforward mondiale.
Bastano questi pochi cenni per capire che ci sono evidenti collegamenti con LOST: l’uso stesso del termine e del concetto di flashforward, quella che potremmo generosamente chiamare “filosofia di fondo” (destino VS libero arbitrio), un paio di attori in comune. È chiaro che
Però c’è un’incongruenza che non mi spiego. Secondo la trama, ogni persona sulla terra ha “ricordato” un evento che vivrà il 29 aprile 2010. Ebbene, in quegli eventi futuri quasi tutti staranno facendo cose assolutamente usuali, camminare, lavorare, andare in bagno, eccetera.
Questa cosa mi sembra molto strana, perché se io ora vedessi un momento del mio futuro che accadrà il tale giorno alla tale ora, verosimilmente poi arrivando a vivere quel momento lo riconoscerei. Cioè il 29 aprile 2010 probabilmente non farei altro che pensare “accidenti, è quel giorno che ho visto sei mesi fa, sto facendo proprio quella cosa che avevo visto”. E poi, arrivato al momento topico, è lecito presumere che sarei in certa misura emozionato.
Invece i flashforward di FlashForward sono, per la maggior parte e con alcune eccezioni, di una banalità tipicamente appartenente all’ordinaria normalità della vita di tutti i giorni.
La cosa potrebbe spiegarsi se il flashforward mostrasse un futuro lineare che però sarà modificato dal verificarsi del flashforward stesso.
Cioè: oggi (x) io vedo un futuro (x+1) che chiamerò futuro Alpha e che è il mio futuro come tenderebbe a verificarsi se gli eventi seguissero il loro corso “naturale”. Tuttavia, il fatto stesso che oggi io abbia visto il mio futuro Alpha modifica il mio comportamento attuale, perché ad esempio sapendo che sarò ucciso se girerò a destra è naturale che io abbia almeno la tentazione di girare a sinistra, e in ogni caso le modifiche sul comportamento altrui avranno influenze sul mio e viceversa.
E allora, siccome sono le persone a determinare gli eventi e non viceversa, il mio futuro non sarà (x+1 Alpha) ma bensì (x+1 Beta), e il flashforward che ho visto non si verificherà, ma sarà soltanto l’avvertimento di un futuro che è possibile ma di fatto lasciato comunque al libero arbitrio del veggente (ovvero all’incrociarsi e reciproco influenzarsi del libero arbitrio di tutte le persone sulla Terra).
Questa teoria mi piacerebbe molto, ma purtroppo non regge. Perché nella sceneggiatura di FlashForward c’è un paradosso, tipico di quando si va ad alterare il tessuto della causalità del continuum spaziotemporale, e cioè che il futuro mostrato dai flashforward è un futuro nel quale sono già inscritte le conseguenze del verificarsi del flashforward stesso.
Per chiarire: la dottoressa sposata vede un futuro nel quale non sta più con suo marito, ma ama un altro uomo, uno che neanche conosce. Ma più avanti lei fa effettivamente conoscenza di quest’uomo, che è il padre di un bambino che lei ha curato per essere rimasto ferito in un incidente provocato dal blackout globale. Ovvero: lei non avrebbe mai conosciuto quest’uomo in assenza del flashforward, il quale dunque mentre avveniva nel presente era già il passato del futuro (si capisce ciò che ho scritto?).
La cosa diventa addirittura ridondante con il protagonista agente dell’FBI, il quale nel proprio flashforward si trovava/si troverà davanti alla parete del proprio ufficio dove ha appuntato tutti gli indizi sull’indagine che ha per oggetto la causa del flashforward stesso. Sicché, e gli autori stanno un po’ abusando di questo comodo determinismo, troppo spesso il solerte detective per fare passi avanti nell’indagine può ricordare “ah già, questo indizio era appeso al muro nel mio flashforward, dunque adesso lo appendo al muro e investigo su di esso”. Problema dell’entropia a parte, così è troppo facile.
A questo punto l’incongruenza di cui dicevo resta intatta, e spero che in qualche modo sia risolta perché altrimenti mi diminuirebbe alquanto il valore dell’insieme (non puoi inventare una trama che si basa sull’alterazione del continuum temporale e poi perderti così nei fondamentali, o almeno non puoi farlo se non vuoi scendere ai livelli a cui è tristemente sceso Heroes).
Comunque FlashForward finora si fa guardare molto volentieri, non so se arriveremo ai livelli di LOST ma non si può avere tutto. Avanti così verso il futuro.

Poiché mi annoiano tutte queste arzigogolate analisi politologiche post-elettorali sul chi sale e chi scende, voglio parlare di una cosa molto più interessante: perché non posso portarmi nella cabina elettorale il telefonino, o un altro aggeggio atto a riprodurre immagini fotografiche?
Non è una domanda oziosa: perché devo essere costretto a depositare in una vaschetta estranea un oggetto tanto importante e significativo della mia privacy? Oppure, in alternativa, a privarmene per tutto il tempo necessario all’andare al seggio elettorale e compiere le operazioni di voto e poi tornare a casa? E se volessi scattare una foto della scheda crocettata per motivi miei, per metterla in un album ricordo, per potermene meglio pentire o inorgoglire al momento giusto, per insindacabili ragioni private di cui non sono tenuto a dar conto a nessuno perché attengono esclusivamente La Mia Intangibile Volontà Personale?
In realtà la ratio della norma, a pensarci bene, è chiara: si vogliono impedire brogli e voti di scambio. Troppo facile sarebbe promettere al tale il proprio voto per motivi men che nobili e poi portare una foto a dimostrazione dell’adempiuta obbligazione, pretendendo mercede. Anzi, magari andasse sempre così, in certi brutali contesti è semmai più probabile l’inverso: ti consegno momentaneamente un telefonino e ti impongo di votare chi voglio e poi darmene prova fotografica, e se non lo fai ti aspetto fuori dal seggio e ti elargisco un’abbondante razione di sofferenza fisica. Credete che non possa succedere? Neanche in quei paesi dove lo Stato è una bandiera ammainata?
Insomma: lo Stato, per tutelare la mia libertà, deve limitare la mia libertà. È un controsenso? Solo per chi vive nel dogma dell’autodeterminazione assoluta; solo per chi – abituato ad adorare l’ideologia e snobbare la realtà – ha perso il buonsenso per capire che, in occasioni meno rare di quanto vorremmo, bisogna proteggere le volontà troppo deboli dalle volontà troppo forti.
Ma dove sono i paladini dell’autodeterminazione? Dove sono i rivali dello Stato etico, gli avversari del paternalismo, i nemici giurati di ogni provvedimento illiberale? Non protestano contro il divieto del telefonino al seggio? Strano. Non protestano neppure per le altre tante piccole e grandi norme che limitano la libertà del singolo: la libertà di lavorare per meno del minimo sindacale, la libertà di licenziarsi senza l’osservanza di certe forme, la libertà di stipulare rischiosi contratti di speculazione finanziaria senza dover provare di avere l’esperienza adatta (tutte le formalità della normativa MiFID!!!), la libertà di lavorare nei cantieri senza dover seguire tutte quelle rigide e tediose misure di sicurezza...
No, non protestano, almeno per il momento. La grande battaglia la fanno principalmente per il sacrosanto diritto di ammazzarsi, anzi nemmeno, il diritto di essere ammazzati a richiesta (forse).
Sorge il sospetto che la libertà di morire a qualcuno piaccia non perché significa libertà, ma perché significa morte. Degli altri.
Dollhouse
“Ho 38 cervelli, e nessuno di loro pensa che si possa firmare un contratto
per essere schiavi. Specialmente ora che abbiamo un presidente nero.”

Dollhouse è una serie di fantascienza molto interessante, frutto del genio creativo di Joss Whedon, già autore di serie cult come il teen horror Buffy The Vampire Slayer (il telefilm preferito di Massimo Introvigne!) e l’incompiuto meraviglioso western futuristico Firefly; una serie che pone molti interrogativi attorno a grandi temi come l’autonegazione della libertà, la degenerazione della fantasia, la tecnica asservita al potere assoluto dei pochi sui molti.
La Dollhouse è un’azienda segreta la cui esistenza è ufficialmente negata, una leggenda metropolitana per la gente normale, che offre con molta discrezione i suoi servizi soltanto a pochi eletti ricchi e potenti. La Dollhouse affitta persone: chiunque sia il lui o il lei di cui hai bisogno – squillo di lusso, professionisti espertissimi, qualcuno che sia veramente innamorato di te – loro possono accontentarti, impiantando l’opportuna personalità in una “Doll”: esseri umani a cui hanno resettato il cervello per rimuovere la personalità (la memoria, l’identità, la volontà, l’anima) e conservarla in un hard disk. Sono corpi vuoti, pronti ad essere riempiti all’occorrenza di personalità fasulle oppure ricavate da altre persone.
Quando non sono in missione le Doll, anche note come “Active”, abitano nella Dollhouse: un avveniristico edificio supersegreto nel quale vegetano in stato infantile e semicosciente, ripetendo le stesse frasi, nuotando placidamente in piscina, impegnate in attività elementari che tengono occupato al minimo il cervello, facendo molte docce in comune (miste: di regola gli Active non hanno impulsi sessuali), sempre sorridendo. Sempre sorridendo. Le Doll sembrano felici. Ed è importante notare che l’incarico di Doll è temporaneo, dura 5 anni (almeno così promette la Dollhouse) e soprattutto è volontario: tutti gli Active hanno scelto di diventarlo, hanno firmato il consenso, chi per soldi, chi perché la Dollhuose prometteva di risolvere qualche grosso guaio che avevano combinato, chi per disperata alternativa al suicidio contro l’intollerabile dolore di vivere.
Protagonista della serie è Echo, una Doll in qualche modo speciale, che riesce a pensare oltre gli stretti limiti del protocollo operativo di volta in volta impiantatole. Altri personaggi di rilievo: il supervisore di Echo, molto paterno nei suoi confronti e non privo di riserve morali sulla Dollhouse; un testardo agente dell’FBI, convinto che la Dollhouse esista davvero e deciso a smascherarla e salvare le Doll; e nell’ombra si muove il pericoloso Alpha, un Active ribelle fuggito dopo un sanguinoso incidente, dagli scopi misteriosi.

Queste le premesse, vorrei parlare un po’ dei temi etici sollevati dalla serie.
Anzitutto, la libertà. Questa è la grande domanda di fondo della serie: siamo liberi di perdere la nostra libertà? I volontari hanno “liberamente” scelto di diventare Doll, ma è possibile una tale scelta? L’autodeterminazione si può spingere all’autodistruzione?
Potete ben vedere che si tratta di domande di estrema importanza, soprattutto oggigiorno. Domande a cui la serie sembra fortemente suggerire una risposta negativa: consenso o non consenso, l’attività della Dollhouse è intrinsecamente immorale, oltre che pericolosa per le sue implicazioni sociali. Uno dei migliori episodi della prima stagione mostra spezzoni di interviste per strada a gente di varie condizioni, interrogandoli su questa fantomatica Dollhouse che di sicuro non esiste, non possono fare una cosa del genere, ma se esistesse tu che faresti? Le risposte sono le più disparate, c’è chi vorrebbe spassarsela con le Doll o addirittura essere una di loro (“fai di tutto. E in più non devi ricordarti niente. O studiare, o pagare l'affitto. E in cambio te la spassi con gente ricca per tutto il tempo. Dove devo firmare?”), e c’è chi la vede come la nuova frontiera della schiavitù (“C'è un solo motivo per cui una persona vorrebbe diventare uno schiavo: il fatto che lo sia già”). L’accidentato percorso della protagonista Echo la spinge a recuperare via via una sorta di autoconsapevolezza, fino a capire che non si può firmare il consenso per rinunciare al proprio consenso.
La questione diventa, per chi ha una particolare sensibilità a certi argomenti, ancor più interessante se la si associa a un’altra forma di autonegazione della libertà, che non è un ipotetico futuro ma un terribile presente: sto parlando ovviamente dell’eutanasia. L’argomento non è stato affrontato da Dollhouse, almeno finora e forse non lo sarà mai (anche perché, diciamocelo, a parlare contro la schiavitù son bravi tutti e si fa sempre bella figura, a parlare contro l’eutanasia si rischia qualcosa in termini di popolarità); ma c’è comunque la speranza che qualche giovane liberal, portato a riflettere sulle contraddizioni dell’autodeterminazione spinta all’estremo, spinga la sua riflessione oltre i limiti del politicamente corretto.
Grazie Joss, non è proprio il massimo, ma va bene così.
Seconda questione: la fantasia.
Per quel che si è visto finora nelle dodici puntate della prima stagione, ci sono fondamentalmente tre tipi di clienti della Dollhouse: i perversi, i pratici e i patetici. Tutti hanno molti soldi, probabilmente troppi.
I perversi sono quelli che affittano le Doll per fare sesso. Si tratta semplicemente di prostituzione, in certi elitari strati sociali la Dollhouse è l’ultima moda dell’escort. Che altro c’è da dire?
I pratici sono quelli che hanno bisogno di una personalità con determinate caratteristiche per un fine concreto, qualche volta perfino positivo. A un miliardario rapiscono la figlia: si rivolge alla Dollhouse per avere il miglior negoziatore possibile. Un uomo d’affari deve far rubare un oggetto e affitta una personalità stile Arsenio Lupen. Una task-force deve infiltrare un agente in una setta di fondamentalisti cristiani che usa la religione come copertura per loschi fini: mandano il miglior infiltrato possibile, cioè una Doll a cui hanno impiantato una personalità sinceramente credente (inevitabile il paragone tra il brainwashing della Dollhouse e quello della setta). A volte la Dollhouse assume perfino incarici pro bono, a gratis: una Doll può aiutare una bambina vittima di abusi a superare il trauma, trovando con lei l’empatia perché ha una personalità che ha subito quelle stesse esperienze.
In particolare, è molto interessante il caso della donna facoltosa che si fa fare periodicamente la scansione cerebrale: dopo che è stata uccisa, la sua personalità viene consapevolmente impiantata in una Doll per darle l’opportunità di smascherare il suo assassino e risolvere i conti in sospeso. Si allude agli enormi problemi derivanti da questa forma di immortalità immanente: il supervisore di Echo, moralmente più degno di tanti suoi colleghi, avvisa la direttrice della Dollhouse che “Vita eterna. È qualcosa che offriamo, adesso? Perché in quel caso si rende conto che questo segna l'inizio della fine? Una vita infinita. Tutti la desiderano. Il cristianesimo, le altre religioni... la moralità non esiste senza la paura della morte” (ah sì?), al che il boss replica “Non sto progettando di guidare la civiltà occidentale verso la sua fine. È solo per questa volta”. Sarà proprio vero?
Poi ci sono i patetici. Sono i più innocui, ma in un certo senso è qui che l’attività della Dollhouse è più pericolosa. I patetici sono quelli che si rivolgono alla Dollhouse per realizzare fantasie “normali” che non hanno la capacità di risolvere da soli. C’è quello che vuol il miglior appuntamento possibile, ma non riesce a trovare una ragazza con cui legare davvero: affitta una Doll e va sul sicuro. Qualcuno non riesce a farsi amici nella realtà e vuole una Doll soltanto per passare in allegria il compleanno. Una signora di mezza età sogna una fuga d’amore impossibile e si autoillude con un giovane aitante Active nei fine settimana. C’è un tipo a cui è morta la moglie poco prima che potesse dirle che aveva finalmente comprato la casa dei loro sogni: ogni anniversario affitta una Doll con la personalità artificialmente ricostruita della moglie, per mostrarle finalmente la casa, vedere la sorpresa e la felicità sul suo volto, dirle che l’ama (beh, anche fare sesso con lei).
I patetici sono i casi più tristi. Più triste del comprare sesso è il comprare sentimenti, ovvero illudersi di poterlo fare. S’intravede all’orizzonte un mercato fatto di consumatori individualisti e disillusi che hanno perso ogni capacità di costruire autentiche relazioni umane e preferiscono noleggiarle prefabbricate; incapaci di smussare il proprio carattere per adattarlo agli altri, preferiscono noleggiare un altro appositamente tarato per il proprio carattere; incapaci di sforzarsi per migliorare la propria realtà, preferiscono vivere una sterile fantasia. È il solipsismo massificato e commercializzato, la masturbazione elevata a sistema sociale.
È questo il destino dell’occidente sazio e disperato? E chi ne trae guadagno?
Ah, ma qualcuno che ci guadagna c’è sempre. C’è sempre qualcuno che trae guadagno dal convincere la gente che è meglio uccidersi che vivere, è meglio una relazione alla giornata che impegnarsi in qualcosa di duraturo. C’è sempre chi ha tutto l’interesse a convincere le persone che libertà vuol dire essere schiavi dei propri istinti, i quali spesso per essere soddisfatti necessitano di consumi crescenti e a pagamento. E c’è sempre chi vuole conseguire un potere smisurato per mezzo di una tecnologia sfrenata, e respinge ogni tentativo di mettere limiti con l’accusa di oscurantismo e la bandiera del Progresso.
“La Dollhouse si occupa di fantasie: questo è il loro incarico, ma non è il loro scopo”, è il sibillino messaggio che arriva all’agente dell’FBI Ballard, che ha giurato a sé stesso di salvare Echo e distruggere la Dollhouse, da parte di un misterioso alleato. Ma la Dollhouse in sé è solo la propaggine di una più vasta consorteria occulta di illuminati, i cui obiettivi a lungo termine sono ben più grandi dell’affittare piacere a facoltosi debosciati. Ci sono Doll che non risiedono nella Dollhouse, ma vivono tra noi: Active “dormienti”, a cui è stata impiantata una personalità normale e di basso profilo, modificata con meccanismi nascosti che possono, ad un preciso impulso sensoriale, trasformarli in killer infallibili ed inconsapevoli. Il vaso di pandora è stato appena scoperchiato e c’è una quantità enorme di questioni da affrontare: qual è l’obiettivo ultimo di chi si nasconde dietro la Dollhouse? Un esercito, una società, un mondo fatto di Doll, di persone-cose? Una società in cui tutti hanno una personalità artificiale, controllabile e perfetta, il paradiso in terra sognato da tutte le illuminate utopie moderne? Ma quanto è facile rovesciare un paradiso nell’inferno? Dov’è il pericolosissimo Alpha, il figliol prodigo della Dollhouse, che si considera l’incarnazione dell’oltreuomo nicciano e ama sfregiare le persone con lame affilate? Dov’è la differenza tra una personalità naturale e artificiale? L’identità è solo la conseguenza della memoria? Le Doll hanno ancora il libero arbitrio? I corpi sono fungibili? L’anima esiste davvero, è separabile dal corpo e scaricabile in un hard disk, oppure è qualcosa di più che una configurazione neurale resettabile a piacere? Chi di noi potrebbe essere una Doll senza saperlo? E se fossimo tutti le Doll di Dio (il Dio di Lutero, di Calvino, forse anche di Hegel)?
Dollhouse è una serie veramente notevole. Ha un altissimo potenziale, ma purtroppo finora è riuscita a svilupparlo solo in parte, vuoi per l’estrema atipicità del prodotto (se la protagonista cambia personalità ad ogni episodio è difficile fidelizzare il pubblico), vuoi perché non sono moltissimi gli spettatori capaci di apprezzare le questioni sollevate, vuoi anche per innegabili difetti di regia e sceneggiatura. La prima stagione ha fatto ascolti bassi e la FOX ha concesso il rinnovo per la seconda stagione a fatica e in via sperimentale. Il rischio che Dollhouse faccia la stessa fine del compianto Firefly è molto concreto, e sarebbe davvero uno spreco, perché la mia sensazione è che Dollhouse abbia appena cominciato a dire quello che deve dire. Vedremo.
Il sentiero e il deserto
Questo è per Nic, Ste, Fra, di cui sono amico
Due uomini liberi s’incontrarono.
Accadde nel deserto, il grande deserto. I due si videro da lontano e si vennero incontro a vicenda, perché entrambi sentivano il bisogno di compagnia. Si dissero i propri nomi e al calare della notte sedettero assieme accanto al fuoco.
Uno disse:
“Io sono libero. Vivo nel Deserto e vado dove voglio.”
L’altro disse:
“Anche io sono libero. Vivo nel deserto e seguo il grande Sentiero che mi è stato posto innanzi.”
“Di quale sentiero stai parlando? Qui siamo nel Deserto e non ci sono sentieri.”
“Il Sentiero esiste. Non è facile vederlo, perché i suoi segnali non sono evidenti, ed anzi a volte sono molto difficili a capirsi, e molti non ci riescono. Ma chi lo vede una volta, di solito poi lo vede per sempre.”
“Non capisco. Ti riferisci ai segni che abbondano nel Deserto? La conformazione delle dune cangianti, gli avvallamenti, le depressioni… il vento soffia a caso e crea queste meraviglie sempre nuove. Il Deserto è meraviglioso, così vario, mai uguale a sé stesso.”
“Sì, è vero, il deserto è meraviglioso. Ma i segni non sono a caso: indicano il Sentiero, ed io vado avanti seguendo la sua direzione, un giorno dopo l’altro.”
“È un sentiero che solo pochi riescono a vedere?”
“Oh, io credo che tutti abbiano la capacità di vederlo, anche se non tutti sono così fortunati da essere educati ad usarla.”
“Chi ti ha detto di seguire questo sentiero?”
“Un giorno vagavo perduto, e incontrai qualcuno che mi insegnò a vedere i segni e capirli, e mi disse che alla fine del Sentiero c’è qualcosa di bellissimo che mi aspetta. È passato molto tempo da allora, e ho continuato ad avanzare.”
“Come fai a sapere cosa c’è alla fine del sentiero, se non ci sei ancora arrivato?”
“Lo capisco dai segni che vedo. Seguendo il Sentiero ho trovato in questi anni oasi meravigliose, con acque limpide e profonde, e spero che alla fine arriverò all’oasi più grande e più bella che occhio umano possa contemplare.”
“Già. Meraviglioso è il Deserto, e meravigliose sono le oasi che danno ristoro a chi ha sete. Ma io non vedo sentieri e neppure ne sento il bisogno. Il Deserto è già in sé una tale sterminata bellezza, che basta a sé stesso. Perché pretendere di più?”
“Sì, il deserto è bellissimo, ma contiene anche luoghi spiacevoli.”
“È vero, esistono nel Deserto anche luoghi spaventosi. Ho sempre cercato di evitarli.”
“Io no, non sempre. A volte mi sono reso conto che il Sentiero mi faceva passare proprio per quei luoghi: pianure dove la sabbia è secca e il sole impietoso e non c’è acqua né vita, distese di pietre aguzze e cactus spinosi che mi ferivano i piedi, voragini che rischiavano di risucchiarmi e farmi sprofondare nel grande abisso sotto la terra. Ho avuto anche momenti fastidiosi, perfino momenti dolorosi.”
“Ma perché sei passato per quei fastidi e quei dolori, perché non li hai evitati?”
“Perché dovevo seguire il Sentiero.”
“Non hai mai provato ad allontanartene?”
“Sì, più di una volta, e forse ci proverò ancora perché conosco la debolezza della mia volontà. Ma tutte le volte che ho deviato, per quanto all’inizio fosse piacevole, alla fine si è sempre rivelato un danno.”
“Ma la tua è vera libertà? Tu non vai dove vuoi, ma solo dove il sentiero ti dice di andare.”
“Io sono libero. Nessuno mi obbliga a seguire il Sentiero: sono io che per mia volontà vado dove mi conduce.”
“Sicuro? Verresti con me domani? Decidiamo assieme, oppure tiriamo a caso.”
“No. Non rifiuto la tua compagnia, ma non posso allontanarmi dal Sentiero.”
“Lo vedi? Scegliere la propria schiavitù non significa essere liberi. Amico, fai come me: non avere sentieri, non dare troppi significati ai segni che il caso ti depone davanti, scegli da solo la tua direzione, sii veramente e completamente libero.”
“Io sono libero, ma non devierò dal Sentiero. Non devo, non posso, non voglio.”
“Ma perché subordinare la tua volontà a un’entità esterna? Un sentiero di cui non hai mai visto la fine, e che ti fa passare anche tra fastidi e dolori? Dovessi mai condurre con te una persona che ami, saresti così crudele da far passare anche lei per quei fastidi e dolori?”
“Sarebbe per il suo bene. Le insegnerei a vedere il Sentiero, e poi la lascerei libera di seguirlo.”
“Dammi retta, amico, sii davvero libero. Io non ho nessuno che mi indichi una direzione o l’altra, non riconosco sentieri prestabiliti: decido da solo.”
“Ma la tua è vera libertà? Perché vai in una direzione piuttosto che in un’altra?”
“Perché la mia volontà decide dove vuole andare.”
“In che modo? Se tutto ciò che esiste nel deserto viene ugualmente dal vento che soffia a caso, allora le oasi meravigliose e le terribili desolazioni non sono la stessa cosa? Perché andare nelle une e non nelle altre? Che differenza c’è?”
“La differenza è nella mia sopravvivenza, nel mio piacere… ed anche in quello di chi è con me, se sono in compagnia.”
“E se la tua volontà decidesse liberamente di condurre qualcuno nelle sabbie mobili, e lì lasciarlo morire per il tuo interesse?”
“Non farò mai una cosa del genere. So che nel Deserto abitano anche predoni e banditi, gente che ruba e uccide, ma io non sono come loro.”
“Allora anche tu hai una via. È mai possibile che tu segua il Sentiero senza rendertene conto? Vieni con me, t’insegnerò a vederlo con i tuoi occhi.”
“Amico, lascia stare. Io non seguirò mai altro che la mia libera volontà.”
“Allora sia amicizia tra noi, anche se abbiamo idee diverse sulla libertà.”
Il giorno dopo, i due si salutarono e si scambiarono doni, lasciandosi in pace e cordialità, e si separarono. L’uomo del deserto andò là dove la sua volontà lo portava. L’uomo del sentiero seguì la sua via.
Quest’ultimo, più tardi, notò che c’erano alcuni segni preoccupanti. L’aria si era fatta pesante; nel cielo strani uccelli volavano in stormi disordinati, in preda al panico; la terra sotto di lui gli comunicava un lieve tremore. L’uomo vide, sentì, capì, e si preoccupò per l’amico che si era lasciato alle spalle.
Stava arrivando una tempesta di sabbia.

Le Tre Leggi della robotica, come sa chi ha letto i racconti di Isaac Asimov sull’argomento, sono codificate nel cervello positronico dei robot e ne regolano la condotta. Un robot non può mai violare queste leggi: può semmai darne un’applicazione che non era quella prevista dai suoi costruttori, ed è di solito da questa possibilità che nei racconti di Asimov sorgono i problemi che innescano il meccanismo narrativo, ma non potrà mai e poi mai infrangere le Tre Leggi (alcuni robot particolarmente evoluti ricavano per estrapolazione anche la cosiddetta Legge Zero, simile alla Prima Legge ma riferita all’umanità nel suo complesso, ma questo è un altro discorso). Insomma, un robot non è libero.
L’essere umano, invece, è tutt’altra faccenda.
Mi si chiede un parere sul passato della Chiesa, sugli errori ed orrori che ne hanno funestato la storia. Ma su questo argomento, al di là di questo e quell’episodio controverso, c’è un problema preliminare da risolvere. Io non sono riluttante ad ammettere con amarezza le pagine nere della storia cattolica, ove si sono effettivamente verificate; però non posso fare a meno di notare come tante volte la vulgata corrente sia impregnata di imprecisioni, inesattezze, supposizioni spacciate per certezze, ed anche panzane colossali. Troppe volte sento o leggo discorsi superficiali e pressappochisti, che oggi possiamo definire con un felice neologismo danbrownate. Molte persone dalla sensibilità anticattolica si scagliano contro la credulità che i credenti avrebbero verso
Comunque, al netto di tutte le leggende nere da sfatare, è innegabile che in circa due millenni sono successe tante cose riprovevoli. Certo, è un po’ singolare che sovente le critiche vengano da chi supporta ideologie che hanno la coscienza molto più sporca, ma dopotutto le colpe altrui non cancellano le proprie. Mi si replica, però, che questi partiti e queste ideologie non accampavano alcuna autorità divina: invece
Questo ci riporta alla questione del libero arbitrio, il dono che Dio fa all’uomo fin nei suoi esiti più radicali, fino alla libertà del male. Il diritto naturale, i dieci comandamenti, i precetti evangelici, il catechismo: queste leggi morali non sono le Tre Leggi della Robotica. Dio ci ha dato le “istruzioni” per il bene, ma non ci ha tolto la possibilità di disattenderle. Entrare col battesimo nella comunità cattolica non ci rende automi telecomandati dallo Spirito Santo. La grazia divina ci dà la possibilità di ascendere a grandi altezze di bontà, ma non ci toglie la libertà di precipitare in abissi di cattiveria. Siamo liberi, e se questo ci dà la responsabilità del male che compiamo, dà anche più valore al bene che facciamo. Nessuna discussione sulla storia della Chiesa può arrivare ad una conclusione positiva e condivisa, se prima non si ammette il valore del libero arbitrio.
Se qualche genitore sta leggendo questa discussione, colgo l’occasone per porre un quesito interessante. Se aveste la possibilità di sottoporre i vostri figli ad un’operazione di lobotomia che avesse come unico effetto quello di privarli della libertà di comportarsi male, lo fareste? Niente vetri rotti, niente bugie, niente capricci, niente di tutto quello che non vi piace. Qualcuno lo farebbe?

Libero arbitrio, prescienza, onnipotenza, tempo, eternità
L’annosa controversia se l’uomo sia libero, e come la sua libertà possa coesistere con l’onnipotenza e onniscienza di Dio, esiste da troppi millenni perché adesso possa arrivare il mio superlativo cervello (sic) e risolvere brillantemente il tutto. Comunque, mi è stato chiesto un parere sulla questione: rispondo come posso.
Sono conciliabili il libero arbitrio umano e l’onnipotenza divina? Qualcuno dice di no, convinto che delle due l’una:
1. Dio è onnipotente, ha deciso e previsto tutto dal principio, perciò il libero arbitrio non esiste. Crediamo di fare delle scelte e invece camminiamo sui binari prestabiliti da Dio.
2. L’uomo è libero, Dio non può contraddire la nostra volontà; forse non può neanche prevederla, perché essa è determinata soltanto quando noi facciamo le nostre scelte, non prima. Comunque, Dio non è onnipotente.
Questo aut-aut soffre purtroppo di due limitazioni: da una parte sottintende una visione troppo semplicistica dell’onnipotenza (che in ultima analisi coinciderebbe con il Caos), dall’altra ignora il problema del rapporto tra tempo ed eternità (che è intrecciato al problema del rapporto tra libertà umana e prescienza divina). Provo a porre rimedio a questi limiti, partendo dal secondo.
Il tempo e l’eternità
Si dice comunemente che Dio possiede la prescienza, ovvero sa già ciò che accadrà in futuro. Tuttavia, volendo essere proprio precisi, dal suo punto di vista non c’è un “già” e non c’è un “futuro”: Dio non “pre-vede”, Dio vede. Tutti gli istanti del nostro universo spaziotemporale sono allo stesso modo “adesso” per lui che osserva dall’eternità, dal suo “fuori” trascendente1, le scelte che noi umani compiamo nel tempo.
La relazione tra tempo ed eternità non è esattamente una cosa facile da capire, ma in nostro aiuto può venire la magnifica invenzione dei fratelli Lumière.
Esempio: Un uomo guarda uno schermo che proietta una qualunque sequenza cinematografica (che so, un coniglio gigante che predice la fine del mondo). Lo spettatore vede il tempo, il succedersi dei fotogrammi; ma il “quando” della sequenza non coincide con il “quando” dell’uomo che la sta guardando. Lo spettatore potrebbe anche fermare in pausa la sequenza, farla avanzare a velocità doppia o farla retrocedere, ma queste modifiche del “quando” cinematografico non hanno evidentemente alcun effetto sul “quando” dello spettatore2.
Andiamo oltre. Supponiamo che la sequenza si fermi, e che lo schermo si suddivida in n riquadri, un riquadro per ogni fotogramma di cui è composta la sequenza. Ora lo spettatore vede n immagini ferme, ed è perfettamente capace di distinguerle l’una dall’altra; non vede a occhio nudo il tempo cinematografico, ma può dedurlo guardando tutti i singoli fotogrammi.
Passo successivo. Supponiamo che ognuno degli n riquadri cominci a proiettare una mini-sequenza, partendo dal fotogramma su cui era precedentemente fermo. In questo modo lo schermo mostra n versioni della sequenza cinematografica, ciascuna differente dall’altra per un fotogramma: quando il riquadro 0 mostra il fotogramma x, il riquadro 1 mostra il fotogramma x+1, il riquadro 2 mostra il fotogramma x+2… siccome ogni riquadro è in fase “play”, lo schermo mostra ad ogni singolo istante tutti i fotogrammi, e simultaneamente mostra il tempo nel suo scorrere.
Fase finale. Prima lo schermo unico si era diviso in tanti riquadri, supponiamo ora che tutti i riquadri convergano uno sull’altro conservando le proprie mini-sequenze. Quello che lo schermo mostrerà alla fine sarà una macchia confusa, un guazzabuglio di luci e colori; ma se l’uomo potesse distinguere nettamente ogni fotogramma, ogni istante, tutti nello stesso punto e senza sovrapposizione né trasparenza… se questo potesse accadere, lo spettatore potrebbe vedere il prima e il dopo, e tutto contemporaneamente.
Ecco, questa può essere una buona approssimazione di come Dio vede il tempo dall’eternità.
Insomma: Dio, dall’eternità del suo Essere, vede tutti gli istanti del tempo dell’universo immersi nel loro Divenire. Tuttavia l’esempio di poco fa ha un limite, perché non ci fa capire bene come Dio dall’eternità può agire nel tempo. Lo spettatore non può “entrare” nella sequenza cinematografica; Dio invece, con l’Incarnazione, nella storia ci è entrato davvero.
Proviamo allora a fare un altro esempio: il viaggio nel tempo. Se io torno nel passato e ho l’occasione di osservare i preparativi di un famoso evento storico (Cesare che si appresta a varcare il Rubicone, Bruto che prepara il pugnale per Cesare…), io posso “pre-vedere” con assoluta certezza che i protagonisti della storia compiranno questi gesti: il loro presente è il mio passato. In quanto cronoviaggiatore, rispetto a questi eventi io sono contemporaneamente prima (perché essi stanno per accadere) e dopo (perché nel mio prima soggettivo questi eventi erano già dopo).
Ma questa mia superiore conoscenza limita forse la libertà di Cesare, di Bruto, di chiunque altro? Sono forse io a suggerire loro quelle azioni, a convincerli a porle in essere, ad armare la mano dell’assassino? Chiunque può capire che la risposta è no: la mia prescienza coesiste con il loro libero arbitrio e non lo limita in alcun modo.
A meno che, naturalmente, io non decida di sfruttare la mia “pre-visione” per intervenire attivamente nel corso degli eventi e influenzare la loro condotta (e se avessi l’onnipotenza, potrei perfino modificare le loro scelte e la loro volontà).
L’onnipotenza e l’impotenza di Dio
Questo ci riporta nuovamente al problema di come possano coesistere l’onnipotenza di Dio e il libero arbitrio dell’uomo. Se Dio può modificare la volontà dell’uomo, mi si chiede, perché non lo fa? Perché non vuole, rispondo io, e dico grazie per la libertà che ho ricevuto.
A questo punto però bisogna chiedersi: il fatto che Dio non vuole assolutamente fare una cosa (non vuol fare il male, non vuol limitare il libero arbitrio dell’uomo…), non vuol dire che in ultima analisi lui quella cosa non può farla?
La risposta, in un certo senso, è sì.
Calma, non sono impazzito: invoco un autorevole precedente. Giovanni Paolo II, in Varcare le soglie della speranza, non ha paura di rispondere alla provocatoria domanda di Vittorio Messori “Impotenza divina?” con l’ancor più provocatoria risposta: “Sì, in un certo senso lo si può dire: di fronte alla libertà umana Dio ha voluto rendersi impotente. E si può dire che Dio stia pagando per il grande dono concesso a un essere da lui creato a sua immagine e somiglianza”.
Insomma: Dio potrebbe (condizionale) limitare la libertà umana, ma in effetti non può, perché così ha voluto: fa parte delle “regole del gioco” che Dio stesso si è dato, e lui non può (non vuole) contraddirsi. Altrimenti addio Logos, addio razionalità, addio amore divino, addio a Dio.
Peraltro questa limitazione, poiché proviene da Dio stesso e non da un’autorità esterna, non contraddice la sua onnipotenza: non per niente avevamo scritto “in un certo senso”.
Mi rendo conto che questo concetto probabilmente appare difficile e forse incomprensibile: dover obbedire a una regola posta da sé stessi, poter fare una cosa e al tempo stesso non poterla fare. Sembra un paradosso. Proviamo a spiegarlo, ricorrendo a un altro esempio ancora: il giocatore di Monopoli (o di un qualunque altro gioco con regole codificate, uso il Monopoli perché è quello che ricordo meglio). Non per caso prima ho parlato delle “regole del gioco” di Dio.
Il giocatore di Monopoli, quando arriva il suo turno, avanza di tante caselle quanti sono i punti segnati dai dadi che ha lanciato; passando dal via riceve una certa somma di denaro; se finisce in prigione, deve osservare un certo rituale per uscire; non può costruire case e alberghi, se non possiede tutti i terreni dello stesso colore; e così via.
Domanda: il giocatore di Monopoli può avanzare di 13 caselle? Può prendere dalla cassa, al passaggio dal via, la somma che più gli aggrada? Può uscire di prigione semplicemente perché così desidera, e niente tiri di dadi e numero doppio? Può costruire quel che gli pare dove gli pare?
La risposta a questa domanda sembrerebbe essere no. Ma perché no? Perché gli altri giocatori protesterebbero? Tuttavia, essi potrebbero mettersi d’accordo e decidere di poter fare tutti quanti le cose elencate; e chi li fermerebbe? Si accenderebbe da qualche parte una luce rossa lampeggiante, suonerebbe un allarme, interverrebbe qualcuno? C’è forse una Psicopolizia del Monopoli che sorveglia affinché tutti giochino secondo le regole?
Allora possiamo concludere che i giocatori possono effettivamente fare tutto quel che ho descritto sopra, e molto altro. Ma a cosa si arriverebbe così? Se i giocatori di Monopoli possono fare tutto quel che gli passa per la testa, stanno ancora giocando a Monopoli? Sì? No? E allora a cosa stanno giocando? E soprattutto, che senso ha giocare?
Spero che l’esempio, per quanto misero, abbia aiutato a sciogliere il paradosso. Nessuno obbliga i giocatori del Monopoli a seguire le regole del gioco, ma sono essi stessi per propria volontà che obbediscono liberamente alle regole da essi accettate, perché se non lo facessero sarebbero incoerenti con il gioco stesso.
In un modo non troppo dissimile si spiega questa storia dell’onnipotenza-impotenza divina: Dio è onnipotente, ma la sua onnipotenza non contempla ciò che renderebbe Dio incoerente con sé stesso. Altrimenti, cosa succederebbe? Nel libro Il nome della rosa di Eco, che è una specie di apologia del nominalismo relativista, si vede bene a quali conseguenze può condurre una concezione così stravolta dell’onnipotenza divina:
[Gugliemo disse] “È difficile accettare l’idea che non vi può essere un ordine nell’universo, perché offenderebbe la libera volontà di Dio e la sua onnipotenza. Così la libertà di Dio è la nostra condanna, o almeno la condanna della nostra superbia.”
Ardii, per la prima e l’ultima volta in vita mia, una conclusione teologica: “Ma come può esistere un essere necessario totalmente intessuto di possibile? Che differenza c’è allora tra Dio e il caos primigenio? Affermare l’assoluta onnipotenza di Dio e la sua assoluta disponibilità rispetto alle sue stesse scelte, non equivale a dimostrare che Dio non esiste?”
Guglielmo mi guardò senza che alcun sentimento trasparisse dai tratti del suo viso, e disse: “Come potrebbe un sapiente continuare a comunicare il suo sapere se rispondesse di sì alla tua domanda?” Non capii il senso delle sue parole: “Intendete dire,” chiesi, “che non ci sarebbe più sapere possibile e comunicabile, se mancasse il criterio stesso della verità, oppure che non potreste più comunicare quello che sapete perché gli altri non ve lo consentirebbero?”
Insomma: se Dio facesse tutto-ma-proprio-tutto quello che la sua onnipotenza gli consente, non sarebbe più il Dio-Logos del cristianesimo; sarebbe il Caos, un guazzabuglio amorfo e sconclusionato di possibilità e necessità ed eventi che accadono per il solo fatto stesso che possono accadere. A questo punto potremmo anche concludere che non c’è Dio (come peraltro il finale del libro di Eco sembra ampiamente suggerire).
Da segnalare che proprio questo era il punto centrale dell’incompresa e maltrattata lectio magistralis di Benedetto XVI: la dis-ellenizzazione del cristianesimo, ovvero l’allontanamento dalla concezione del Dio-Logos (nata dall’innesto sulle radici giudaiche della filosofia greca), dis-ellenizzazione che si sviluppa in epoca moderna (con
È da dire infine che dell’Islam il Papa parlava di sfuggita, per confronto, proprio perché in quella religione c’è appunto una concezione abnorme della maestà ed onnipotenza di Dio: che è un Dio-Arbitrio, un Potere Assoluto che non tollera limitazione alcuna, neanche dalla bontà o dalla ragione. Peccato solo che la maggior parte dei giornali, ritenendo proprio dovere indottrinare un pubblico di deficienti, abbia preferito menarla tanto con lo scontro di civiltà invece di spiegare bene la filosofia…
Per finire, spero di non avervi annoiato o spaventato con le mie elucubrazioni mentali. Prima di qualche semplice annotazione a piè pagina, che inserisco qui alla fine per non appesantire ulteriormente il discorso, vi offro per ritemprarvi un’immagine rilassante (e tutt’altro che fuori luogo).

1 Anche la trascendenza di Dio meriterebbe di essere precisata: Dio non è né soltanto dentro, né soltanto fuori. Ci sono molte gradazioni dell’esserci divino: un “livello-base” (chiedo scusa per la terminologia improvvisata, ma cerco di essere comprensibile a chiunque) per cui Dio è ovunque nel creato, un “livello avanzato” per cui è particolarmente presente in certi luoghi sacri e certe occasioni (“Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”), un “livello massimo” per cui Dio è materialmente presente nella comunione eucaristica…
Anche di questo si potrebbe parlare a lungo, ma ce lo conserviamo per un’altra volta (e immagino il sospiro di sollievo di qualcuno).
2 Per capire meglio il rapporto tra il “quando” dello spettatore e il “quando” della sequenza cinematografica, possiamo ricorrere anche alla geometria. Sia dato un sistema cartesiano:
Qui l’ascissa X rappresenta il tempo della sequenza cinematografica, mentre l’ordinata Y rappresenta il tempo dello spettatore. Costui procede temporalmente verso l’alto, in direzione verticale; la sequenza cinematografica procede verso destra, in senso orizzontale. Quando lo spettatore guarda la sequenza, dunque, il suo spostamento temporale è obliquo; ma se ferma le immagini sullo schermo, o fa scorrere indietro la sequenza, il suo moto orizzontale subisce altrettanti mutamenti, ferma restando la regolarità della sua ascesa verticale.
La conclusione di questa (spero non troppo incomprensibile) digressione teologica-fisica-matematica-cinematografica è che, forse, l’eternità non è una semplice dimensione a-temporale, ma un tempo “perpendicolare” al nostro. Tempi perpendicolari; ma forse, siccome stiamo parlando di Dio, dovremmo imparare a usare una geometria a n dimensioni. Mah, intanto io comincio a informarmi sulla Varietà di Calabi-Yau e la Teoria M...
Cari amici, vi voglio convertire perché vi voglio bene
Convertire. Evangelizzare. Convincere. Catechizzare. Apostolato. Proselitismo. Persuasione.
Le parole precedenti hanno oggigiorno un significato vagamente osceno. Esse presuppongono:
a) la convinzione di credere la verità;
b) la convinzione che colui che la pensa diversamente (che d’ora in poi, per comodità e per fare una simpatica allusione a un bel serial tv, chiamerò l’Altro: the Other) sia in errore;
c) la convinzione che per l’Altro sarebbe meglio credere alla verità che restare nell’errore.
Questi presupposti, disgraziatamente, nella mentalità corrente sono spesso considerati offensivi e politicamente scorretti. Colpa del relativismo, ma rimandiamo alla prossima occasione i predicozzi sul relativismo: oggi m’interessa parlare di un’altra cosa.
Dialogo. Ecumenismo. Tolleranza. Diversità.
Le parole precedenti hanno oggigiorno un significato vagamente ambiguo. Esse hanno subito un brusco mutamento semantico:
a) una volta il dialogo era l’attività con la quale si provava a convertire l’Altro; oggi è un sereno e pacato scambio d’idee alla fine del quale ciascuno si sente in pace con la coscienza, avendo compiuto il proprio dovere di persona rispettosa e tollerante, e l’eventualità che l’Altro abbia minimamente cambiato idea è soltanto una remota possibilità non particolarmente perseguita né veramente auspicata. Prima il dialogo era il mezzo; adesso è il fine.
b) una volta l’ecumenismo era l’aspirazione a convertire tutti gli Altri, a farli entrare nella comunità di coloro che credono la verità, sì da diventare infine una sola ecumene; oggi è l’atteggiamento per cui dobbiamo semplicemente mettere da parte le differenze con gli Altri, considerarle poco importanti, e comportarci come se non esistessero: così possiamo diventare una sola ecumene, ma non perché certe differenze sono state superate, bensì perché sono state semplicemente trascurate.
c) una volta la tolleranza era il rispetto verso il libero arbitrio dell’Altro, l’atteggiamento da assumere verso chi sbaglia, a cui bisogna dire che il suo comportamento è sbagliato ma a cui non bisogna imporre il comportamento giusto (salvi i casi in cui bisogna difendere la società o i singoli terzi innocenti dalle conseguenze nefaste del suo comportamento sbagliato, ed è qui che la morale interseca inevitabilmente la politica); oggi è diventata l’atteggiamento di chi ha rinunciato a rimproverare all’Altro l’errore del suo comportamento, o addirittura di chi pensa che ogni comportamento sia legittimo ed egualmente rispettabile.
d) una volta la diversità, in sé e per sé, non era né un valore né un disvalore ma semplicemente una condizione relativa (l’Altro è diverso rispetto a me che sono diverso rispetto all’Altro), la quale poteva poi nel caso concreto essere positiva o negativa o indifferente; oggi, per una bizzarra evoluzione psicologica della società, si tende a considerare la diversità come un valore in sé e per sé, da tollerare e incoraggiare sempre e comunque.
La conseguenza di tutto ciò è una gran confusione. Quando dico che mi piace il dialogo, che tollero la diversità, che ho un atteggiamento ecumenico, rischio di essere completamente frainteso: spesso l’Altro intende queste parole nel loro nuovo significato, che a me non garba affatto, mentre io le uso in quello vecchio (e spero sia scontato che nuovo non significa sempre migliore, né vecchio significa sempre peggiore, come superficialmente pensa un certo storicismo progressista).
Orbene, bisogna sapere di me che ho (per grazia e per merito) una discreta quantità di amici che nell’argomento religioso sono Altri (per esempio: lui, lei, lui, lei e lui). Con loro faccio una quantità enorme di discussioni, di dialoghi, qualche volta pure di litigi. Per quanto le conosco io, non sono persone particolarmente cattive (sic); non avanzo nessuna ipotesi su cosa ne sarà dopo il trapasso (tiè). Ma a loro voglio chiedere: cari amici Altri, perché dialogate con me? Lo fate perché siamo amici e tra amici ci si ascolta? Perché sono bravo a spiegare cose che vi interessa capire? Io lo so perché dialogo con voi: perché vi voglio convertire. Portare
Vi sentite minacciati? Tranquilli. Non per caso ho chiamato questo blog “Libero Arbitrio”: ho ripetuto mille volte che la verità va pro-posta, non im-posta. È perché so che siamo amici che mi permetto di insistere tanto su certi argomenti, diciamo pure di rompere i coglioni – cosa che, in un certo senso, rientra nelle funzioni istituzionali dell’amicizia… anzi, dirò di più: come io provo il desiderio di convertire voi, così mi aspetto che voi cerchiate di convertire me alle vostre idee. Non lo reputerei affatto offensivo, anzi. Io sono un cristiano, cioè credo in un tale che disse di essere Dio e per questo morì sulla croce: uno così o è pazzo o è veramente Dio, tertium non datur, e chi lo segue o è pazzo pure lui o ha capito la cosa veramente importante della vita. Ebbene, se voi mi considerate pazzo, siete pregati di darmi dimostrazione della vostra amicizia e cercare di farmi rinsavire. Ma siete ormai consapevoli che allo stesso tempo io cercherò, non con la forza ma con la parola e il buon esempio, facendo appello al vostro libero arbitrio, di coinvolgere anche voi nella mia pazzia – che pazzia non è, e cercherò di dimostrarvi anche questo, perché io credo nel Dio-Logos.
Come vedete, l’idea che ho del dialogo non è precisamente buonista. In un certo senso, il dialogo è un conflitto intellettuale: si cerca di convincersi a vicenda, si spera che alla fine del dialogo l’Altro non sia più tale. Eliminare questa intrinseca componente conflittuale dal dialogo, farne il fine e non il mezzo, significa renderlo un’inutile perdita di tempo, al massimo un bell’esercizio retorico e nulla più. E tuttavia, allo stesso tempo, il dialogo non è una lotta contro l’Altro: è una lotta per l’Altro, contro il suo errore e non contro la sua persona. Io voglio con-vincere, cioè vincere assieme: se voi Altri cambiate idea e credete la verità, siamo tutti vittoriosi, e se restate nell’errore siamo tutti sconfitti.
Ma bisogna essere preparati anche a questo. Per convertire l’Altro bisogna innanzitutto essergli amico, cioè volergli bene ed essere preparati a volergli bene anche se non si convertirà mai. Altrimenti tutto è vano, e non si può essere né buoni apostoli né buoni amici. L’apostolato non è un secondo fine dell’amicizia, l’apostolato è la conseguenza spontanea dell’amicizia. E dove non c’è amicizia, non ci può essere apostolato.
E io voglio essere vostro amico.
Quando ti lanci nell’apostolato, convinciti che si tratta sempre di rendere felice, molto felice, la gente:
San Josemaria Escrivà (185 S)
E uno
È passato un anno (e una settimana e un giorno) da quando esiste questo blog, e io non ci avevo neanche fatto caso, essendo esaurito e affaccendato “come un uomo con una gamba sola in una gara di calci nel culo” (e si promette a chi riconoscerà per primo la delicata citazione letteraria che vincerà una copia omaggio del mio futuro libro, se mai lo darò alle stampe).
Vabbè, lasciamo stare i convenevoli. Niente feste di compleanno. Mi limito per l’occasione a riproporre il mio primo post, l’incipit di tutta la baracca, che vale come manifesto programmatico di questo blog. Ecco:
Credo che Dio esista (ovvero posso dire, anche se molti rifiutano l'equazione, so che Dio esiste) per una varietà di motivi pressoché immensa che mi prenderò la briga di spiegare un’altra volta.
Sono cristiano perché, con tutto il rispetto e la tolleranza (intesa in senso NON à
Mica poco.
Sul tema insolubile della teodicea ci si dovrà tornare, per adesso mi limito a dire che non vedo nulla d’uguale nel variegato panorama religioso. Sì lo so, anche nel paganesimo antico c’è il figlio di (un) Dio che nasce, compie grandi imprese (grandi per quella cultura), soffre, muore ingiustamente e poi ascende in gloria; voglio dire Eracle. Sì lo so, anche nelle religioni orientali ci sono le manifestazioni della divinità, gli avataras, tipo Krishna tanto per intenderci (che foneticamente assomiglia pure, coincidenza?). Personalmente tra questi od altri casi e Cristo, Gesù il Messia, vedo un salto di qualità di proporzioni immani; ne possiamo riparlare più in là. Fatto sta che il Dio cristiano è umanista, è un Dio umanista, ma così umanista che si è fatto Uomo.
C’è di più. Dio è così umanista che non detta i suoi testi sacri lettera per lettera, ma ispira determinati uomini affinché siano essi a scriverli, con tutte le loro singole ed individuali peculiarità insopprimibili (il Vangelo di Marco non è uguale al Vangelo di Giovanni, per dire). Questo comporta la necessità di un’esegesi: chiunque abbia almeno dei rudimenti di diritto sa bene l’importanza dell’interpretazione delle norme, per non dire di ogni testo scritto. Spiace per Lutero, ma il motto sola fide sola scriptura non funziona. Ed ecco che allora Dio, essendo umanista, ha affidato agli uomini questo compito di interpretazione: Scrittura, Tradizione, Magistero. Ha istituito una Chiesa in cui tutti abbiamo la stessa dignità, non c’è più greco né giudeo e non c’è uomo né donna; in cui tutti, chierici e laici, suore e sacerdoti, dal Sommo Pontefice all’ultimo poppante battezzato, abbiamo una funzione diversa; e della cui gloria celeste tutti coloro che sono salvati (anche chi in vita non ne era parte, forse solo inconsapevolmente) parteciperanno.
Ma essere nella Chiesa non ci rende automaticamente perfetti. Perché Dio, così umanista che più umanista non si può, non vuole automi determinati: vuole figli liberi, anche se questo li rende fallibili. La totalizzante divinità di Calvino, che decide ab initio chi va su e chi va giù senza che noi si possa dir nulla al riguardo, sarà pure onnipotente; ma è talmente malvagia che la ribellione diventerebbe atto meritevole, ed io preferirei adorare un idolo di legno deturpato da graffiti osceni. Siamo matite nelle mani di Dio, ma ci è data facoltà di scegliere se scrivere. Non possiamo decidere cos’è bene e cos’è male, ma è rimesso alla nostra volontà se fare il bene o fare il male. È la benedizione e la tragedia del libero arbitrio, che
Dio, Cristo,
Come inizio penso vada bene, c’è già tutto il necessario.
Vedremo molte cose
(il Giudizio)
Edit: racconto cancellato per, si spera, ventura pubblicazione (tanto per quanto concerne i diritti ci eravamo già premuniti)
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L’amore vuole amare. Anche se l’amore non è amato, che importa? L’amore ha bisogno di amare. L’amore deve amare. L’amore ama l’amore, l’amore ama amare l’amore, l’amore ama il suo amar amare l’amore in un crescendo vertiginoso esponenziale di amore per amore per amore che si moltiplica per sé stesso fino a non finire mai. L’amore autoreferenziale, autonecessitato, autonutritivo, autoesplicativo. L’amore come il serpente ouroburos degli alchimisti che si morde la coda. L’amore che realizza il moto perpetuo perché delle leggi della termodinamica se ne frega. L’amore è l’unica cosa che amando sé stessa non è mai egoismo, perché è sempre amore.