Libero Arbitrio

Un blog fuori dalle catacombe.

martedì, 10 novembre 2009

 

 

Consigli per gli acquisti: andate in edicola e comprate questo libro. Costa solo € 5,5 e li vale tutti. Peccato solo per il titolo, Futuro in trance, che non c’entra molto con il titolo originale (Mockingbird); in edizioni passate è stato pubblicato con un titolo molto più bello e poetico, Solo il mimo canta al limitare del bosco, che è una frase ricorrente in questo romanzo distopico.

Una distopia è il contrario dell’utopia, ovvero descrive un futuro sgradevole. Qui c’è un futuro in cui l’umanità si è ridotta a pochi individui schiavi delle droghe e dell’imperativo del piacere, che si affidano ciecamente ai robot e alla tecnologia, vincolati ai dogmi della Privacy e dell’Individualismo e a comandamenti come “non farti domande, rilassati” e “il sesso svelto è meglio”. Niente cultura, niente storia, niente libri, niente famiglie, niente amici, niente amore, e niente bambini. Un mondo morente dove l’unica speranza per il futuro è affidata al protagonista maschile, l’unico uomo al mondo che sa leggere, e alla protagonista femminile, l’unica donna al mondo che non prende droghe. E al robot Sponthoff, il robot quasi umano, il cui desiderio è lo stesso inconscio desiderio di un’umanità tarata e difettosa che pare quasi arrivata alla fine: morire.

 

Questo libro o è un capolavoro o ci si avvicina molto. Vi consiglio vivamente di leggerlo.

Postato da: ClaudioLXXXI a 12:46 | link | commenti (8) |
letteratura

lunedì, 01 giugno 2009

Il Dysangelium di Odifreddi (3)

 

 

(continua da 1) (continua da 2)

 

C’era una volta il libro di Piergiorgio Odifreddi Il Vangelo secondo la Scienza – le religioni alla prova del nove: un libercolo con cui l’autore, con la consueta modestia che gli è propria, si riprometteva di risolvere il più grande problema dell’umanità e confutare definitivamente le religioni passandole al vaglio della sua scienza, dimostrandone l’assurdità (secondo la nota uguaglianza per cui credenti = cretini).

C’erano altresì una volta un paio di post scritti dal sottoscritto, nei quali elencavo certosinamente alcuni esempi degli errori colossali e delle sleali panzane propinate dall’autore allo sfortunato lettore. Nelle mie intenzioni iniziali quei due post avrebbero dovuto essere seguiti da molti altri, sennonché, vuoi per pigrizia, vuoi per il tempo scarseggiante, vuoi perché elencare tutti gli errori del Nostro era un compito improbo, lasciai cadere il progetto.

E che cosa scopro adesso? Che il dysangelium odifreddiano è stato ripubblicato in seconda edizione. Chissà se almeno qualcuna delle fesserie più plateali è stata emendata, ma forse è più probabile che ne siano state aggiunte delle altre. Non ho intenzione di pagare il prezzo di copertina per saperlo, ma è l’occasione per ripescare dallo scaffale della monnezza la mia copia del libro e spenderci sopra qualche altra parola.

 

Ormai ho capito la tecnica adoperata da Odifreddi per incantare i suoi lettori. Chiamiamola tecnica dell’affastellamento: consiste nell’accumulare in rapida successione una valanga di citazioni, rapide spiegazioni, alcuni dettagli minuziosi inframezzati in generiche riepilogazioni. Si dà al lettore l’impressione di avere una cultura vastissima, di aver letto un sacco, di conoscere a menadito ciò di cui si sta parlando. Pertanto le opinioni del Nostro riguardo ciò su cui egli va sproloquiando, siano esse esplicitamente presentate nero su bianco o sottilmente implicite da leggersi tra le righe, appaiono ammantate di una qual certa aura di attendibilità.

Sennonché, la quantità è inversamente proporzionale alla qualità. Come tutti i tuttologi superstar, Odifreddi accenna a un sacco di cose ma non ne approfondisce nessuna. Il livello della sua divulgazione è da estratto del sunto del compendio del bignami: un paragrafo per questo, un paragrafo per quest’altro, due frasi citate in corpo otto, ed ecco esaurita la materia e passiamo al prossimo argomento. Il lettore va abbacinato con l’apparenza enciclopedica, per non farlo accorgere della sostanziale inconsistenza dell’intruglio.

 

Esempio concreto. Nel terzo capitolo del libello, il Nostro affronta il problema delle diverse interpretazioni teologiche dell’origine del mondo. Quanto credete che ci voglia all’eroico Odifreddi per liquidare la faccenda? Nella mia edizione Einaudi tascabili del 1999, dieci (10) pagine. Ovviamente sono dieci pagine pregne di erudizione: un paragrafo dedicato alla cosmogonia egiziana secondo Eliopoli e Menfi, una citazione dalla Pietra di Shabaka, 4 righe sul mito tebano di Amon, un paio di paragrafi sui miti della Mesopotamia, qualche riga sulla Teogonia di Esiodo… sulla Genesi, mercè l’accanimento critico accordato al cristianesimo, l’autore si dilunga parecchio: addirittura una paginetta e mezzo. A seguire in veloce successione islam, zoroastrismo, miti dell’India, miti dell’America precolombiana, Aristotele e così via.

Orbene, tutta questa carrellata vorrebbe essere funzionale a giustificare quanto Odifreddi dichiara come concetto generale delle cosmogonie religiose (grassetti miei):

 

Particolarmente significativa è la contrapposizione fra creatore e creatrice, fra Dio Padre e la Grande Madre. Il modello maschile è tipico di società sviluppate e patriarcali, intende la creazione come una eiaculazione, cioè come un’attività esterna, intellettuale o artistica, e produce una divinità trascendente e distaccata, interessata a opere e azioni, tutta dedita a imporre, giudicare e castigare. Il modello femminile è invece tipico di società primitive e matriarcali, descrive la creazione come una gravidanza, cioè come un processo interno, fisico o biologico, e conduce a una divinità immanente e coinvolta, focalizzata sulla vita, e più propensa a chiedere, comprendere e aiutare.

Il passaggio da un genere all’altro è testimoniato dall’evoluzione della parola spirito: da femminile nelle lingue semitiche (ruah), essa divenne neutra in greco (pneuma) e poi maschile in latino (spiritus).

Una volta presa dimestichezza con i caratteri generali a cui abbiamo appena accennato li si potrà facilmente ritrovare negli specifici miti di creazione presenti nelle tradizioni religiose, come una rapida carrellata nello spazio e nel tempo dimostrerà.

 

Dal che si vede che il Nostro si mette a flirtare con il mito storico, caro alla vulgata new age, della pseudo-età dell’oro di quando le società matriarcali pacificamente adoravano la Grande Madre e poi la pacchia è finita quando si è cominciato ad adorare il Dio Padre e a fare la guerra.

Ebbene: posto che non sono in grado di seguire l’etimologia della parola spirito – salvo che dalla “evoluzione” odifreddiana dovrei forse dedurre che gli ebrei, poiché usavano la parola ruah, adoravano la Grande Madre – io ho dovuto rileggere due volte con attenzione il capitolo per realizzare che poi in concreto Odifreddi della Grande Madre non parla affatto. Per niente. Nell’ammucchiata di cosmogonie buttate lì una dopo l’altra, semplicemente non c’è. Andatela a cercare voi. Questo preteso carattere generale (lo stereotipo “Dio maschio cattivo - Dea femmina buona”), Odifreddi promette che “lo si potrà facilmente ritrovare” negli specifici miti religiosi della creazione, ma poi si guarda bene dal mantenere la promessa.

Ma quanti lettori, sballottati tra egiziani greci ebrei e così via, se ne accorgono?

 

Insomma, avete capito come si fa? Si accenna una considerazione velenosa sulla religione, e possibilmente sul cristianesimo in particolare; si dà l’impressione di poterla argomentare razionalmente e spiegare storicamente; dopodiché si stordisce il lettore con una carrettata di cultura a poco prezzo, per forza di cose estremamente vaga e generica. Alla fine l’accenno resta soltanto un accenno, poco argomentato e ancor meno provato; il lettore ideale però nel frattempo si è fatto l’idea che Odifreddi ha una cultura immensa, sicuramente sa quello che dice, e magari si è pure dimenticato quello che l’autore gli aveva promesso dieci pagine e venti citazioni fa; e perciò prende per buono tutto quello che gli propina il Nostro, che ha facile gioco a presentarsi come un geniale so-tutto-io.

 

E così, grazie a questo subdolo modo di scrivere, l’eccellente autore può in relativa sicurezza disseminare la sua opera di madornali fesserie; per esempio, a proposito dell’anima,

 

il secondo racconto [ndr della Genesi, quello di tradizione iahvista]  prosegue dicendo che la donna fu formata da una costola dell’uomo, ma non risulta dal testo se essa abbia un’anima oppure no: ambiguità che fu fonte di spiacevoli conseguenze, tuttora evidenti nella misoginia ebraica e cristiana.

 

Se Odifreddi avesse cercato meglio nella tradizione ebraica e cristiana, avrebbe forse potuto trovare qualche indizio sull’esistenza dell’anima della donna? Boh, forse sì, ma perché fare la fatica di cercare?

Oppure, nel capitolo “Paradossi”,

 

Uno degli insegnamenti più profondi e duraturi che il cristianesimo ha lasciato in eredità al mondo moderno è infatti proprio la concezione dell’irrazionalismo come superiore verità, invece che come vergogna: insegnamento di cui si sono poi appropriati quei sistemi filosofici e politici che hanno condotto il mondo contemporaneo all’assurdo e al paradossale.

 

Ed ecco due millenni di riflessioni sul logos e settecento anni di tomismo buttati nel gabinetto; e se abbiamo avuto l’irrazionalismo ottocentesco, con tutto quel che ne è seguito in termini di fascismo e nazismo, di chi è la colpa?

 

Il primo apparire del paradosso nella storia è la nascita del diavolo da Dio, cioè del male dal bene. Agli inizi Dio è solo, un’unità indivisa, ma nel momento in cui decide di guardare se stesso egli si sdoppia, diventando automaticamente osservatore e osservato, e crea così una scissione. E in greco “scissione” si dice appunto diabolh, un termine il cui contrario è sumbolh, la “riunione”: per questo Dio parla per simboli, e il diavolo per contrapposizioni.

 

Qualcuno sa da quale tradizione religiosa Odifreddi ha tirato fuori questa cosa di Dio che crea il diavolo guardandosi allo specchio e scindendo sé stesso?

E non vi perdete questa perla, a proposito dei paradossi del doppio vincolo (cfr post n.2):

 

Si noti comunque che comportamenti di tipo schizofrenico sono possibili anche nella vita quotidiana non patologica, in reazione a doppi vincoli isolati […] Una volta presane coscienza, i doppi vincoli si scoprono negli aspetti più svariati dell’attività umana. [ndr seguono esempi] La sessualità: si desidera che la propria partner eterosessuale sia “santa di giorno e puttana di notte”, o che il proprio partner omosessuale sia “un vero uomo”.

 

Insomma, per il Nostro è schizofrenico ritenere l’omosessuale un vero uomo: qualcuno allerti Grillini!

E ancora: nel capitolo “Giochi matematici”, dissertando sulla scommessa di Pascal e la teoria dei giochi:

 

Il ragionamento di Dio è il seguente. La cosa migliore è che l’uomo creda, meglio senza rivelazione, ma se necessario attraverso essa: infatti, “beati sono coloro che non hanno visto e hanno creduto (Giovanni, XX, 29), ma “se non vedete segni e prodigi, voi non credete” (IV, 48). Se però l’uomo sceglie di non credere, la cosa migliore è che lo faccia in mancanza di rivelazione, perché sarebbe la sua rovina se egli rifiutasse di credere anche di fronte alla rivelazione: “Chi non crederà sarà condannato” (Marco, XVI, 16).

Il ragionamento dell’uomo si può invece riassumere nel seguente modo. La cosa migliore è che Dio si riveli e l’uomo creda, la cosa peggiore che Dio si riveli e l’uomo non creda. Il problema sta dunque nel decidere che cosa fare nel caso che Dio non si riveli, e Pascal suggerisce appunto che sia meglio credere.

La teoria dei giochi considera un’opzione irrinunciabile (in termini tecnici, dominante) per un giocatore, se essa è preferita qualunque sia il comportamento dell’avversario: non seguirla sarebbe irrazionale, visto che la si preferisce in ogni caso. Non rivelarsi è irrinunciabile per Dio: se l’uomo crede avrà più merito e se non crede avrà meno demerito.

 

Qui parrebbe addirittura che Odifreddi sia sul punto di rendere un buon servizio al cristianesimo, fornendo un aggancio matematico per il Deus Absconditus, per il “c’è abbastanza luce per chi vuole credere e abbastanza buio per chi non vuole credere” di Pascal (che però si guarda bene dal citare).

Sennonché, forse preoccupato da tale orribile eventualità, ecco che subito dopo il Nostro aggiunge che

 

Un Dio razionale che abbia le preferenze che abbiamo appena descritto non deve allora rivelarsi: poiché tali preferenze sono state dedotte dal Vangelo [ndr con delle deduzioni inconfutabili!], il suo protagonista non può essere un Dio razionale, e dunque Cristo o non è Dio, o non è razionale. Entrambe le alternative sembrano possibili: da un lato, egli stesso non ha mai affermato direttamente di essere Dio, ma solo di esserne il figlio (cosa che, ci dicono, dovremmo essere tutti); dall’altro lato, la teologia irrazionale è appunto una variazione sul tema dell’irrazionalità del cristianesimo.

 

E così, al modico prezzo di qualche svarione esegetico, il rischio di parlar bene del cristianesimo è sventato. E per quanto riguarda Pascal,

 

Credere è invece irrinunciabile per l’uomo, se si accetta la posizione di Pascal: se Dio si rivela è impossibile non credere, e se non si rivela si rischia a meno di credere. Ma la posizione di Pascal non è l’unica possibile, visto che persino un apostolo, Tommaso, preferiva quella contraria: “non ci credo se non ci metto il dito” (Giovanni, XX, 25). Nel caso di Tommaso, credere non è irrinunciabile per l’uomo, perché nel caso che Dio non si riveli è meglio non credere. E neppure non credere è irrinunciabile, perché nel caso che Dio si riveli è meglio credere. Non ci sono allora comportamenti irrinunciabili per l’uomo, in questo caso. La scommessa di Pascal si è rivelata dunque un cinico bluff teologico.

 

Dal che si evince che Odifreddi pensa, o quantomeno vuol far pensare al lettore, che l’apostolo Tommaso fosse un ateo totale, che si rifiutava di credere non già alla resurrezione di Cristo e soltanto in quel suo limitato momento di debolezza, ma proprio al concetto stesso dell’esistenza di Dio. Ogni commento è superfluo.

 

Giunto alla fine, nell’ultimo capitolo “opzioni per il terzo millennio”, il Nostro tira le somme: dopo aver stabilito una volta per tutte, per esempio, che la creazione e la fine dell’universo cosmologicamente parlando sono solo possibilità e non necessità, o che il fallimento delle prove dell’esistenza di Dio dimostra che non solo non è razionale credere in Dio ma che è razionale non credervi… insomma, dopo aver brillantemente risolto i grandi problemi su cui l’umanità si affanna da millenni, Odifreddi potrebbe anche tirare un sospiro di sollievo e considerare l’opera terminata.

E invece purtroppo no, perché restano ancora i cretini che non ragionano:

 

In questo capitolo finale aggiungeremo alcune considerazioni generali sulle opzioni che si presentano a coloro che, nonostante ogni mancanza di evidenza, intendono perseverare sulla via della fede. Fermo restando, però, che sarebbe problematico ammettere nel mondo moderno occidentale, anche solo come provvisoria ipotesi assurda, la credenza nella religione cattolica, che è messa in discussione da due sue caratteristiche.

 

E quali sono?

 

La prima, generica, è il dogmatismo su cui si fonda, che la rende incompatibile con la concezione della dignità umana conquistata politicamente attraverso le rivoluzioni inglese, americana, francese e russa, e teorizzata filosoficamente da illuminismo, romanticismo, marxismo ed esistenzialismo.

 

Anzitutto notare il mirabile tempismo del Nostro che nel 1999, dieci anni dopo la caduta del Muro, con la massima tranquillità e glissando su qualche milione di cadaveri ci ricorda la dignità umana conquistata dalla rivoluzione russa. Ma soprattutto il problema è: Odifreddi, che critica il dogmatismo cattolico, sa cos’è il dogmatismo? Che intende lui per dogmatismo?

 

La seconda, specifica, è l’elenco dei dogmi che determinano la fede cattolica: [ndr segue un elenco di alcuni dogmi]. Come si possono infatti credere affermazioni che non si possono capire? E come si può capire, ad esempio, quello che Jung definì “lo scandalo del dogma mariano”, e cioè l’affermazione che il corpo della Madonna è stato assunto in cielo? Per quanto siamo in grado di capire, nessun “corpo” può viaggiare più velocemente della luce: dovremmo forse pensare che la Madonna sia al più a 1950 [ndr perché proprio 1950? Perché non di meno e non di più? Forse perché il dogma è stato dichiarato nel 1950?] anni-luce da noi, dedurre che il “cielo” sta da qualche parte nella nostra galassia, e provare a localizzarlo con il telescopio?

 

E qui raggiungiamo veramente lo zenit della presunzione e il nadir del trash intellettuale. Abbiamo trovato l’immagine ideale con cui chiudere questa modesta disamina del capolavoro odifreddiano. Galileo con il suo cannocchiale si accontentava modestamente di capire come vadano i cieli; ma il Nostro, che è allo stesso livello di Galileo se non oltre (ed è anche lui un perseguitato), invece col telescopio vuole capire proprio come si vada in cielo. Immaginiamolo dunque a scrutare in lungo e in largo l’universo, e a risultati assenti scuotere la testa e trarre le debite somme. Lui non è in grado di capire come possa un corpo viaggiare più veloce della luce, perciò nessun corpo può viaggiare più velocemente della luce; lui non vede il paradiso nella nostra galassia, perciò il paradiso non esiste. E certo.

Questo, proprio questo, è il grand’uomo che si batte contro il dogmatismo.

 

Insomma, avete afferrato l’assioma di fondo su cui Odifreddi basa la Sua magniloquente attività intellettiva? Tutto ciò che Lui non è grado di capire o di vedere, non esiste. Ovvio. Il Suo intelletto penetra tutto ciò che è, che è stato e che sarà; la Sua incomparabile cultura abbraccia e comprende tutti i campi dello scibile in cui l’umanità si sia mai cimentata, dalla matematica alla patristica, dalla logica formale alla storia universale, dalla filosofia alla filologia, dalla fisica all’esegesi comparata. Se qualcosa esiste, è tautologia dire che Lui può individuarla, dedurla, analizzarla, intenderla approfonditamente e spiegarla decentemente nello spazio di qualche paragrafo. Sì, Lui può.

Piergiorgio Odifreddi: Yes I Can.

 

 

 

Postato da: ClaudioLXXXI a 00:08 | link | commenti (47) |
letteratura, antiteismo

venerdì, 08 maggio 2009

I Dervisci e il poliziotto globale

 

Voglio vederti danzare
come i Dervisches Tourners
che girano sulle spine dorsali
o al suono di cavigliere del Katakali…

 

La tragedia del Korosko. Scritto da Arthur Conan Doye nel 1898. Libretto agile, non troppo impegnativo, di nuova attualità contemporanea. Un gruppo di turisti occidentali in gita in Egitto alla fine del XIX secolo viene catturato dai Dervisci che li vogliono convertire all’Islam e/o sgozzarli e/o rapirli a scopo estorsione riscatto (le donne invece vanno bene per l’harem del Califfo). Per una strana coincidenza ho cominciato a leggerlo proprio il giorno prima che Christian Rocca ne parlasse sul Foglio. Qui si fa un esercizio d’alta ermeneutica, si associano i protagonisti della storia alle loro controparti intellettuali del XXI secolo.

I Dervisci sono fanatici e spietati. Ma davvero l’unica altra alternativa geopoliticamente possibile è il fardello dell’uomo bianco del colonnello Cochrane?

 

Ognuno di noi ha la propria missione. La Germania predomina nel campo del pensiero astratto, la Francia nella letteratura, nelle arti e nella grazia. Ma noi e voi [gli inglesi e gli americani] abbiamo tra i nostri uomini migliori un concetto più alto del senso morale e del pubblico dovere di quanto solitamente accade per gli altri popoli; e queste sono le due qualità che occorrono per dirigere una razza più debole che non è possibile aiutare con il pensiero astratto o con le belle arti, ma unicamente con il senso morale che è la sola forza che riesca a tenere in bilico la bilancia della Giustizia, conservandosi al tempo stesso esente dagli allettamenti della corruzione. È in questo modo che noi governiamo l’India. Siamo andati laggiù per una specie di legge naturale come l’aria accorre entro una campana pneumatica. Dappertutto, in tutto il mondo, contro i nostri interessi diretti e le nostre ferme intenzioni, siamo ugualmente attirati per lo stesso motivo.

Postato da: ClaudioLXXXI a 11:33 | link | commenti (7) |
letteratura, islam

domenica, 11 gennaio 2009

Avrete presto nostre notizie

 

 

Devo proprio ringraziare quel qualcuno che mi ha prestato e dato da leggere La morte moderna dello svedese Carl-Henning Wijkmark, un dramma profetico scritto nel 1978: la descrizione di un simposio a porte chiuse organizzato dal FATER (Comitato per la Fase Terminale della Vita Umana) in cui burocrati, economisti, sociologi e teologi si interrogano su come far accettare alla gente l’unico modo possibile per uscire dalla crisi finanziaria che attanaglia il premuroso welfare state della Svezia. Cioè morire. Anziani, ammalati, bambini handicappati, tutti quei mangiatori inutili che gravano sulle tasche della società devono pietosamente essere tolti di mezzo. Ci si interroga sulle strategie comunicative, sulle possibili forme giuridiche; sull’aiuto che potrà dare il disciplinato clero luterano, sempre pronto a esortare all’obbedienza allo Stato nel nome di un dio remoto; sul modo più conveniente per far dimenticare una buona volta lo scomodo ricordo di Hitler che ogni tanto fa capolino, e farla finita con il ridicolo sospetto che la democrazia moderna dopo aver sconfitto il nazismo si stia trasformando sottopelle nella sua versione aggiornata.

 

È interessante notare che il libro, oltre alla comprensibile buona pubblicità ricevuta su giornali eticamente orientati in modo affine, ha ricevuto anche da Repubblica una recensione, se non positiva, almeno apparentemente neutrale. Pare strano davvero, tant’è che Gianni Gennari sulla sua rubrica su Avvenire “Lupus in pagina” se ne stupiva giustamente: come si fa a non vedere l’affinità tra le ragioni del FATER e quelle argomentate oggigiorno, anche sul loro giornale, dagli intellettuali laicamente corretti?

In effetti, a leggere attentamente, c’è il trucco: lo sdegno del recensore Franco Marcoaldi appare concentrato alla fine tutto quanto sulla “idea di utilità collettiva che impone precisi tempi sociali anche alla morte, negando in tal modo anche la stessa eventuale scelta individuale dell’eutanasia”. Come a dire: la morte di cui parlano loro è cattiva, quella di cui parliamo noi è buona.

Io non so se questa sia una rimozione inconsapevole, o un modo per glissare furbamente sulla questione scottante che a Repubblica non conviene sollevare, ma quel che appare dalla lettura è che l’ideale in nome del quale gli inutili muoiono è come il gatto di Mao. È meglio imporre per legge la morte ai 70-75 anni per tutti (tranne ovviamente che per “le persone importanti”, categoria in cui naturalmente i relatori si ritengono compresi), oppure fare leva sulla libertà dell’individuo improduttivo, manipolandolo e facendolo sentire in colpa perchè continua a vivere? È meglio arrivare al traguardo per via collettiva, cioè insistendo sulla prevalenza dell’interesse della società su quello dell’individuo ormai privo di valore sociale, oppure per via individuale (che poi è quella sponsorizzata da Repubblica), cioè presentando la morte come un atto di libertà individuale contro una società totalitaria che vuole imporre la vita? Le verità è che queste strategie sociopolitiche freddamente comparate dai funzionari del FATER sono di per sé indifferenti, soltanto mezzi alternativi e funzionali all’identico fine: non importa se gli inutili moriranno per esemplare obbedienza alla disciplina sociale o per libero esercizio della loro autodeterminazione “adeguatamente stimolata”, l’importante è che muoiano.

 

A lettura finita resta impressa nella memoria l’ultima frase del testo, l’espressione a suo modo agghiacciante con cui l’untuoso Moderatore del simposio congeda i suoi partecipanti: avrete presto nostre notizie. E le abbiamo avute, le abbiamo avute davvero. Trent’anni fa, La morte moderna poteva sembrare fantasociologia: adesso è realtà.

 

Postato da: ClaudioLXXXI a 17:49 | link | commenti (17) |
letteratura

mercoledì, 15 ottobre 2008

E desiderò che morisse e li liberasse

 

La zona morta è un libro molto bello di Stephen King, e parla di un uomo più o meno normale – John Smith, come dire l’uomo qualunque – che per un incidente d’auto va in coma permanente. Lui è lì, immobile e incosciente nel letto, e intanto il mondo cambia: Nixon si dimette, la sua fidanzata sposa un altro, sua madre diventa una monomaniaca religiosa. E suo padre, beh, suo padre ha un sacco di problemi: l’ospedale costa, le inutili cure costano, anche solo dare da mangiare e da bere artificialmente a un essere umano in coma è maledettamente costoso, e poi per che cosa? per far sì che suo figlio possa continuare a stare sdraiato incosciente con un tubo nello stomaco mentre piscia attraverso un altro tubo?

E così, a un certo punto il padre di Johnny

 

appoggiò il mento tra le mani e desiderò che Johnny morisse. Aveva amato suo figlio fin dal primo vagito. Aveva insegnato a Johnny a pescare, a pattinare, a sparare. Lo aveva vegliato tutte le notti durante il terribile attacco di influenza del 1951 quando la febbre del ragazzo aveva raggiunto i 41 gradi. Aveva nascosto le lacrime quando Johnny si era diplomato recitando la sua relazione a memoria, senza sbagliare di una sillaba. I ricordi erano tanti: gli aveva insegnato a guidare, a mantenersi dritto sulla prua del Bolero. Erano stati insieme in vacanza nella Nuova Scozia, lo aveva aiutato a fare i compiti a casa, a costruirsi la capanna sull’albero, a usare la bussola da giovane esploratore. Ma adesso Herb desiderava che Johnny morisse, oh, quanto lo desiderava che il suo cuore cessasse di battere, che le ultime deboli tracce sull’elettroencefalogramma si appiattissero del tutto, che lui potesse spegnersi come una candela in una pozza di cera: che morisse e li liberasse.

 

Ed ecco che Herb Smith voleva che suo figlio morisse, per essere libero da tutto questo dolore. Dal suo dolore: non del figlio, ma il suo proprio. John Smith doveva morire non in nome della libertà di John Smith, ma per liberare suo padre dall’insostenibile peso di accudirlo, mantenerlo, guardarlo immobile.

Possiamo definire egoistico un simile desiderio? Io non ci riesco, perché nasce da un intollerabile abisso di dolore che spero di non dover provare mai, e per il quale posso solo chinare il capo e compatire (nel senso etimologico di “soffrire con”). Per questo e per tutti i veri Herb Smith del mondo, dovunque siano.

 

Comunque, è degno di nota che Herb Smith non scriveva editoriali sull’autoderminazione, sul diritto a morire, sulla libertà di disposizione del proprio corpo, eccetera eccetera.

Non essendo né un giornalista né un politico né un medico superstar, ma soltanto un padre sofferente, non era così ipocrita.

 

Postato da: ClaudioLXXXI a 22:43 | link | commenti (12) |
letteratura

domenica, 11 maggio 2008

La necessità della morte: il senso della vita.

Il tempo.

Le due eternità.

 

 

“Ammaestrata da un esercizio di secoli, la repubblica degl’Immortali aveva raggiunto la perfezione della tolleranza e quasi del disdegno. Essi sapevano che in un tempo infinito ad ogni uomo accadono tutte le cose. Per le sue passate o future virtù, ogni uomo è creditore d’ogni bontà, ma anche d’ogni tradimento, per le sue infamie del passato o del futuro. Come nei giuochi d’azzardo le cifre pari e dispari tendono all’equilibrio, così l’ingegno e la stoltezza si annullano e si correggono e forse il rozzo poema del Cid è il contrappeso che esigono un solo epiteto delle Egloghe o un detto di Eraclito. Il pensiero più fugace obbedisce a un disegno invisibile e può coronare, o inaugurare, una forma segreta. So che alcuni operavano il male affinché nei secoli futuri ne derivasse il bene, o ne fosse derivato in quelli passati… Visti in tal modo, tutti i nostri atti sono giusti, ma anche indifferenti. Non esistono meriti morali o intellettuali. Omero compose l’Odissea; dato un tempo infinito, con infinite circostanze e mutamenti, l’impossibile è non comporre, almeno una volta, l’Odissea. Nessuno è qualcuno, un sol uomo immortale è tutti gli uomini. Come Cornelio Agrippa, io sono dio, sono eroe, sono filosofo, sono demonio e sono mondo, il che è un modo complicato di dire che non sono.

[…] La morte (o la sua allusione) rende preziosi e patetici gli uomini. Questi commuovono per la loro condizione di fantasmi; ogni atto che compiono può essere l’ultimo; non c’è volto che non sia sul punto di cancellarsi come il volto d’un sogno. Tutto, tra i mortali, ha il valore dell’irrecuperabile e del casuale. Tra gl’Immortali, invece, ogni atto (e ogni pensiero) è l’eco d’altri che nel passato lo precedettero, senza principio visibile, o il fedele presagio di altri che nel futuro lo ripeteranno fino alla vertigine. Non c’è cosa che non sia come perduta tra infaticabili specchi. Nulla può accadere una sola volta, nulla è preziosamente precario. Ciò ch’è elegiaco, grave, rituale, non vale per gli Immortali.”

Jorge Luis Borges, L’immortale (nella raccolta di racconti L’Aleph)

 

(la colonna sonora ideale per questo post…)

 

 

                   a                         con

lim               = 0                a N* = { 1, 2, ... }

x→∞             x

 

 

Spero anzitutto di aver scritto correttamente il guazzabuglio matematico che trovate qui sopra, e poi che non vi sembri troppo complicato. Non è tutta farina del mio sacco: me l’ha suggerito un’amica (che a sua volta…), quando le ho chiesto di mostrarmi una frazione in cui:

-         il numeratore a è un numero qualunque, non infinito ma di qualsiasi grandezza (uno dei numeri naturali dopo lo zero: 1, 2, 3…, il googol, il googolplex, il numero di Graham, ed è meglio non andare oltre con la fantasia se non vogliamo impazzire come Cantor);

-         il denominatore x è un valore infinito, o per la precisione tende a infinito (Marta mi ha fatto una testa così sul fatto che non si può mettere direttamente ∞ sotto una linea di frazione – poi le ho chiesto se potevo usare l’Aleph-zero, ma in questo periodo ha cose più importanti a cui pensare che i numeri transfiniti…);

-         il valore della frazione è di conseguenza uguale a zero. Perché qualunque numero, di qualsivoglia grandezza, sarà sempre meno di una goccia nell’oceano se paragonato all’infinito.

Quanto sopra costituisce una rozza dimostrazione matematica della seguente affermazione esistenziale: se non ci fosse la morte, la vita non avrebbe senso.

 

La storia di Borges che ho citato in apertura illustra magnificamente il concetto. Il protagonista del racconto sente parlare di un fiume nel deserto le cui acque danno la vita eterna; lo cerca, dopo grandi sofferenze lo raggiunge, trova la tribù degli Immortali che vi abita vicino, diventa uno di loro. Ma si avvede che gli Immortali vivono una vita insensata, “come perduta tra infaticabili specchi”. Decide allora di cercare un altro fiume, le cui acque possano renderlo mortale, e dopo secoli di vagabondaggio lo trova. Infine aspetta con sollievo la sua fine, che è la fine di tutti, la morte.

Io sono dio, sono eroe, sono filosofo, sono demonio e sono mondo, il che è un modo complicato di dire che non sono”. Questa era stata la sua vita tra gli Immortali: essere per sempre, essere tutto e ogni cosa, essere inutilmente, arriva a coincidere con il non essere. Il protagonista, alla fine, non sa neanche più se sia stato Cartaphilus o il centurione Rufo Valerio oppure Omero. La conclusione del racconto è un anelito disperato verso una liberatoria cupio dissolvi: “Quando s’avvicina la fine, non restano piú immagini del ricordo; restano solo parole. Non è da stupire che il tempo abbia confuso quelle che un giorno mi rappresentarono con quelle che furono simboli della sorte di chi mi accompagnò per tanti secoli. Io sono stato Omero; tra breve, sarò Nessuno, come Ulisse; tra breve, sarò tutti: sarò morto”.

 

Così, la morte ci accomuna tutti. Noi viviamo la nostra vita nel tempo, questa incessante somma di istanti ed eventi, e la nostra vita è mortale. È inevitabile: tu morirai. Ma ecco l’ineluttabile verità: per quanto la morte possa spaventarci, per quanto sia atroce prendere coscienza del fatto che io morirò, questo è necessario. Se non ci fosse la morte, la vita non avrebbe senso: e sia chiaro che sto usando la parola “senso” con due accezioni - sensi - differenti, cioè come “direzione” e come “significato” (e sarebbe interessante indagare il perché di questa sovrapposizione linguistica). Come direzione, la morte è ciò verso cui stiamo andando, la fine della nostra freccia del tempo, il termine del nostro periodo limitato. Ma è proprio questa finitudine a permettere alla nostra vita di avere significato: perché se non dovessimo morire, se questa nostra vita nel tempo non dovesse aver fine, alla lunga saremmo schiacciati dall’inutilità di ogni cosa. Nessun evento sarebbe abbastanza bello e glorioso da poter reggere il peso dell’interminabilità: se il denominatore tende all’infinito, non importa quanto grande possa essere il numeratore della nostra frazione, perché il valore tende comunque allo zero, e perciò la nostra vita non vale niente.

 

Noi moriremo, dunque.

E poi?

La nostra vita avviene nel tempo: ciò che ci aspetta dopo la morte è l’eternità. Ma che cos’è l’eternità? Non è facile definirla, e spesso si incontrano molti fraintendimenti e confusioni sull’argomento (sulla relazione tra tempo ed eternità, specie per quanto riguarda il nostro libero arbitrio di fronte alla prescienza di Dio, avevo già parlato qui; segnalo pure le divagazioni in merito del piccolo Zaccheo). Io credo che per l’uomo possano esistere, fondamentalmente, due tipi di eternità: la dannazione e la beatitudine. La prima è una sequenza lineare infinita di eventi finiti; la seconda è una contemporaneità circolare di eventi infiniti.

Adesso, credo di aver bisogno di un po’ di geometria…

 

 

Il segmento.

Il segmento è la nostra vita attuale. Adesso, mentre siamo vivi, noi esistiamo avanzando nel tempo: siamo punti che si muovono lungo una linea, da un estremo all’altro. Siamo temporalmente unidimensionali.

Vale la pena peraltro di notare che la linearità temporale della nostra vita può anche essere spezzata, in alcuni momenti molto particolari; chi avesse visto la puntata 4x05 di LOST potrebbe farsene un’idea, oppure potremmo pensare ai momenti epifanici di “memoria involontaria” di cui parla Proust…

(e io credo che ciò che Proust compie con la sua Ricerca del Tempo Perduto sia il più commovente e disperato tentativo di “redimere” il tempo, “ritrovarlo” come dice lui, con le sole forze umane e senza Dio; perciò è in ultima analisi un tentativo purtroppo votato allo scacco e al fallimento, perchè Proust vuole redimere il tempo ma non può che farlo dall’interno, ritrovando il tempo in nient’altro che questa vita, senza prospettive ultraterrene, casomai affidandosi all’arte la quale comunque lega lo scrittore-nel-tempo ai suoi lettori-nel-tempo. Proust riesce a spezzare la rigida linearità temporale, e gli basta una madeleine nel tiglio per rivivere tutta la vita, ma non può comunque uscire fuori dal segmento del tempo e perciò il suo ritrovamento del tempo perduto è destinato ad essere, prima o poi, perduto anch’esso.)

… ma sicuramente il caso più importante di extra-temporalità è la Messa, memoriale del Sacrificio di Cristo, in cui il momento della Crocifissione è “perdurante” al di fuori della linea temporale e ri-attualizzato nella funzione liturgica.

Comunque, alla fine noi moriremo. E il nostro segmento che cosa diventerà?

 

 

La semiretta.

Questa è la dannazione; questo è l’Inferno, lo sheol, l’Ade secondo la concezione dei pagani (e, dice qualcuno, anche dei pirati); è la vita degli Immortali perduta tra infaticabili specchi, è il valore nullo di una frazione a denominatore infinito; è un’eternità costituita da un tempo interminabile, in cui ogni cosa è inutile e insignificante.

Che cosa fanno i dannati all’inferno? Io non lo so, e spero di non scoprirlo di persona. Forse anche loro abitano in case, coltivano campi, combattono guerre, magari provano perfino delle passioni sentimentali, insomma trascorrono la propria “vita” in una imitazione-parodia di ciò che erano prima. Ma per loro, qualsiasi cosa facciano, tutto è vano: tutto è schiacciato dal peso insopportabile dell’eternità, separati dagli altri, separati da Dio.

 

 

L’arco.

In geometria, l’arco è la parte di curva compresa tra due punti, ovvero l’equivalente curvo di un segmento. Come il segmento, l’arco ha una lunghezza limitata; a differenza del segmento, l’arco (in riferimento ad un sistema cartesiano) non è unidimensionale ma bensì bidimensionale, poiché il movimento di un punto lungo un arco coinvolge necessariamente due coordinate x e y. Io credo che questa sia una buona immagine del Purgatorio, che non è una realtà definitiva e perciò non è compreso tra i quattro novissimi (morte, giudizio, inferno, paradiso); il Purgatorio è una fase limitata, in cui coloro che sono destinati alla beatitudine si purificano e si preparano all’eternità celeste.

Quanto tempo si passa in Purgatorio? A questa domanda non si può dare una risposta precisa; in passato nella dottrina della Chiesa si parlava di “anni” e “giorni” a proposito del peso delle indulgenze, cioè delle diminuzioni del tempo purgatoriale, ma saggiamente Paolo VI nella Indulgentiarum Doctrina ha abolito questa rigorosa quantificazione. Non si può determinare precisamente il “quanto” del Purgatorio, perché il suo tempo non è come il tempo della vita; io credo che sia un tempo bidimensionale, una fase in cui il penitente si muove su due assi temporali: quello della vita terrena, e quello dell’eternità in cui i penitenti cominciano a muoversi. Possiamo parlare di inizio e fine del tempo purgatoriale, ma cercare di calcolarne l’estensione basandoci sul nostro tempo sarebbe come voler calcolare la lunghezza di un arco conoscendone solo la distanza in linea retta tra gli estremi, senza sapere la curvatura.

 

 

Il cerchio ascendente.

La parola « vita eterna » cerca di dare un nome a questa sconosciuta realtà conosciuta. Necessariamente è una parola insufficiente che crea confusione. « Eterno », infatti, suscita in noi l'idea dell'interminabile, e questo ci fa paura; « vita » ci fa pensare alla vita da noi conosciuta, che amiamo e non vogliamo perdere e che, tuttavia, è spesso allo stesso tempo più fatica che appagamento, cosicché mentre per un verso la desideriamo, per l'altro non la vogliamo. Possiamo soltanto cercare di uscire col nostro pensiero dalla temporalità della quale siamo prigionieri e in qualche modo presagire che l'eternità non sia un continuo susseguirsi di giorni del calendario, ma qualcosa come il momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità. Sarebbe il momento dell'immergersi nell'oceano dell'infinito amore, nel quale il tempo – il prima e il dopo – non esiste più. Possiamo soltanto cercare di pensare che questo momento è la vita in senso pieno, un sempre nuovo immergersi nella vastità dell'essere, mentre siamo semplicemente sopraffatti dalla gioia. Così lo esprime Gesù nel Vangelo di Giovanni: « Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia » (16,22).

Benedetto XVI, Spe Salvi (paragrafo 12)

  

Così scrive il Papa nella sua ultima enciclica, spiegando perché la speranza cristiana non è un fatto individualistico ma trova la sua ultima essenza nella comunione, e cercando di esprimere l’ineffabile realtà del Paradiso: la cui eternità non è una successione infinita di prima e dopo, ma bensì un “adesso” continuo, perché i beati sono in comunione con Dio - la cui Seconda Persona è discesa dall’eternità al tempo e si è fatta Uomo, aprendo così un “varco” nel quale gli uomini potessero ascendere dal tempo all’eternità.

E così, noi siamo liberati dall’unidimensionalità temporale: siamo oltre la morte, abbiamo superato quell’evento che ha dato senso alla nostra vita, e ora il senso è compiuto. La nostra coscienza non è più un punto che si muove lungo un segmento, o lungo un arco; io azzardo a raffigurarla come un cerchio ascendente, cioè una figura estesa lungo due assi temporali che si muove eternamente lungo un terzo:

1.      C’è anzitutto un “raggio” che è dato dal tempo della nostra vita, di cui noi recupereremo e vivremo, contemporaneamente e distintamente, tutti i momenti felici. Nulla di ciò che vale andrà perduto, tutto il redimibile sarà redento e recuperato e salvato; come colui che guarda nell’Aleph, che vede tutti i punti dell’universo in un unico punto, noi vivremo tutti gli istanti nello stesso istante.

2.      Poiché la speranza cristiana non è individualistica e il paradiso è comunione, noi non vivremo soltanto la nostra vita, ma anche quella di tutti gli altri beati, tutti gli altri raggi. Leggere un bel libro, forse scriverlo, ridere con gli amici, belle conversazioni, ammirare un panorama, crescere un figlio, fare l’amore con la persona amata… queste esperienze, se pure le avesse sperimentate un unico essere umano in tutta la storia dell’umanità, sarebbero già solo per questo acquisite alla memoria condivisa del Paradiso. Io sarò te che stai leggendo, e tu sarai me che sto scrivendo, e ciascuno dei noi sarà sé medesimo più di quanto lo sia mai stato prima e al tempo stesso sarà in tutti gli altri. E tutti i “raggi”, tutti i tempi e recuperati, saranno in comunione

3.      nel centro del cerchio, l’asse lungo il quale il cerchio ascende eternamente, il “tempo”nel quale il Padre genera il Figlio e da essi procede lo Spirito Santo, in questo momento di infinito amore da cui tutto muove e a cui tutto vuol tornare.

 

Ecco, io credo che il Paradiso sarà questo. Allora noi saremo in Dio, e Dio sarà in noi come tutto in tutti: e tutti quei momenti non andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia, ma saranno salvati dalla caducità del transeunte, per diventare gemme incastonate nella corona dell’eternità celeste.

 

 

 

 

                   a                         con

lim                 =                a N* = { 1, 2, ... }

x→0             x

 

[questa formula è stata suggerita da Crosta come viceversa della precedente]

 

 

 

 

Postato da: ClaudioLXXXI a 22:42 | link | commenti (24) |
letteratura, scienza

martedì, 04 marzo 2008

Ancora su Harry Potter

 

 

Diventare adulti

Lo Stato etico di Voldemort

Gli Hallows, la tentazione gnostica di Harry

La magia, la natura e i miracoli: la differenza di un Dio personale

La magia, la natura e la tecnica

Always

You bitch!

A margine: le prospettive ermeneutiche dell’omosessualità di Silente

 

 

Ah, ma com’è bello Harry Potter e i Doni della Morte.

Adesso che l’ho riletto in italiano, e con più calma di quanta ne avevo la prima volta, posso confermare la mia impressione iniziale: capolavoro. Forse anche il più bello dei sette, ma per un giudizio simile mi ripropongo nel prossimo futuro di rileggerli tutti di seguito. Intanto, annoto qui alcune riflessioni.

 

 

Diventare adulti

Quando ho letto il libro per la prima volta, lo scorso luglio, ho davvero amato la parte in cui Harry, Ron e Hermione vagano tra i boschi, nascondendosi spaventati, soli e senza aiuto, senza sapere neppure cosa fare per cominciare a cercare gli Horcrux. Non è soltanto la fine del tempo in cui andavano a scuola: è il passaggio definitivo all’età adulta. Devono cavarsela da soli, capire da soli come muoversi e cosa è giusto fare, senza più qualcuno che li guida e gli indica la direzione: sono diventati adulti.

In effetti, non è improbabile che questa mia chiave di lettura derivasse dal fatto che in quel momento stavo vivendo personalmente un passaggio cruciale del diventare adulto. Ma adesso che vivo un momento più tranquillo e l’ho riletto (a proposito: se un libro non merita di essere letto almeno una seconda volta, allora non meritava di essere letto neanche la prima), mi sono accorto di una cosa che mi era sfuggita. Harry e i suoi amici devono cavarsela da soli, sì, ma non rifiutano l’idea di una guida che li aiuti e gli indichi dove andare. Anzi, le loro difficoltà nascono dal fatto che loro una guida la vorrebbero davvero, vorrebbero tanto che Silente fosse ancora lì per dirgli che accidenti fare per trovare e distruggere gli Horcrux, e purtroppo per loro Silente non c’è (anche se non sono così soli e senza aiuto come credono).

Adesso credo di capire meglio: essere adulti non significa rifiutare a priori l’autorità che indica la direzione; significa provare a cavarsela da soli, auspicabilmente essere in grado di cavarsela da soli, ma ciò nella consapevolezza che nessuno può davvero farcela da solo. Diventare adulti non è semplicemente dire “faccio da solo”. Harry e i suoi amici sono adulti perché devono fare a meno di una guida, ma sono ancora più adulti quando capiscono che hanno bisogno di una guida e la cercano, ovvero cercano di fare quel che Silente direbbe loro di fare se fosse lì. Essere adulti è anche avere l’umiltà e il realismo di riconoscere che una guida, alla fin fine, serve a tutti.

 

 

Lo Stato etico di Voldemort

La magia è potere”: così è scritto sulla grande statua nel Ministero della Magia all’apogeo del potere dei Mangiamorte, la statua che raffigura un mago che schiaccia col piede centinaia di babbani nudi e indifesi.

Harry Potter e i Doni della Morte sembra, in certi punti, una specie di 1984 in piccolo. La descrizione del regime totalitario di Voldemort è sublime, non manca nulla: l’arroganza del potere, l’ipocrisia delle persone meschine come la Umbridge che non esitano a passare al servizio del nemico di ieri, la menzogna dei corrotti che scrivono leggi crudeli e le applicano senza pietà per colpire i propri nemici, la manipolazione delle informazioni fatta dalla propaganda dei giornali di regime, lo Stato che strappa l’educazione dei bambini dall’ambito familiare e avoca a sé ogni funzione pedagogica per plasmare le giovani menti nella scuola pubblica

Allora, questo è forse un libro contro lo Stato? Non esageriamo. Sicuramente è un libro che mette in mostra i limiti dello Stato,  i pericoli che sorgono dall’idealizzare lo Stato come unico parametro del bene e del male. Harry e i suoi amici non hanno mai avuto eccessiva simpatia per il Ministro della Magia, fin da quando nel terzo libro hanno assistito al processo verso l’ippogrifo Fierobecco, e hanno dovuto sopportare prima la mediocrità di Caramell e poi l’autoritarismo brutale di Scrimgeour. Sanno che lo Stato è necessario, che la legge è indispensabile per proteggere i deboli dai prepotenti; ma imparano pure che lo Stato non è tutto, che uno Stato le cui leggi non sono fatte secondo giustizia non è poi così diverso da una banda di ladri; che lo Stato non è un’entità moralmente autoreferenziale, perché può anche capitare che lo Stato diventi cattivo, e allora è giusto ribellarsi; che nessuno Stato sarà mai così buono da non aver più bisogno che gli uomini siano buoni.

 

 

Gli Hallows, la tentazione gnostica di Harry

No, per favore, non ditemi che i libri di Harry Potter sono cattivi perché c’è la magia. Non ditemi che sono diseducativi perché insegnano ai bambini le arti occulte. Non ditemi che sono libri gnostici.

Se dite così, vuol dire che questi libri o non li avete letti, o non li avete capiti.

Harry Potter e i Doni della Morte è la traduzione di Harry Potter and the Deathly Hallows, dove hallows potrebbe essere tradotto anche con “reliquie, cose sacre”. Gli Hallows sono i tre oggetti, descritti da un’antica fiaba come doni che la Morte fa a tre fratelli, il cui possesso congiunto garantisce poteri immensi. La Bacchetta Invincibile, la Pietra della Resurrezione, il Mantello dell’Invisibilità: chi li riunisce diventa “padrone della Morte”, vincitore della morte. Imbattibile, immenso… immortale.

Questi “doni della morte”, a farci attenzione, sono una cosa gnostica: c’è un testo essoterico (la fiaba dei tre fratelli) che contiene una verità esoterica (l’esistenza degli hallows), un segreto conoscibile solo da una ristretta cerchia di “illuminati” (come Xenophilius Lovegood, esilarante parodia dell’occultista) che si riconoscono tra loro medianti simboli dal significato sibillino (la linea, il cerchio e il triangolo), un segreto la cui conoscenza garantisce un potere assoluto che infrange l’ordine naturale del mondo ed addirittura realizza apparentemente le promesse cristiane (L’ultimo nemico ad essere sconfitto sarà la morte).

Quando Harry ne apprende l’esistenza, gli Hallows diventano per lui una tentazione quasi irresistibile. Un potere magico immenso, superiore a quello di Voldemort! Sarebbe meraviglioso! Anche se Hermione gli ripete più volte che questi Hallows sembrano pericolosi, che il vero compito di Harry è cercare e distruggere gli Horcrux di Voldemort, i doni della morte lo ossessionano. Esemplare il momento in cui deve scegliere se parlare prima con il goblin Unci-Unci o con Olivander il fabbricante di bacchette: Horcrux o Hallows?

Ebbene: alla fine Harry raduna assieme i tre Hallows, ma rinuncia al loro potere, che aveva sedotto anche Silente da giovane, il quale credeva di poterlo usare per un bene superiore e ha pagato a caro prezzo il suo errore. Harry rinuncia perché lui vuole sconfiggere la morte, sì, ma non nel modo sbagliato degli Hallows  che poi è anche quello di Voldemort (vivere per sempre in questo mondo, infrangere le regole naturali del creato), ma bensì nel modo giusto, che è anche il modo cristiano: andare serenamente incontro alla morte, nella consapevolezza che dopo la morte c’è un’altra vita che salva tutto ciò che c’era di buono in questa.

La fine della saga è quanto di più anti-gnostico potessimo sperare, perché Harry sconfigge Voldemort grazie all’amore e al sacrificio, suo e di quelli che l’hanno aiutato, e rinuncia al potere occulto degli Hallows per vivere una vita buona… da mago, naturalmente.

 

 

La magia, la natura e i miracoli: la differenza di un Dio personale

A questo punto però qualcuno potrà ancora domandarsi: perchè se nel nostro mondo, il mondo reale, la magia è intrinsecamente cattiva, nel mondo di Harry Potter la magia invece può essere buona? Dov’è la differenza? Adesso che la saga è finita, possiamo dare un giudizio complessivo sulla storia. La risposta è: perchè nei libri di Harry Potter non si parla di un Dio personale.

Ciò non vuol dire che non ci sia, in effetti; potrebbe anche esserci (se si vuol vedere un’allusione in King’s Cross...); ma non se ne parla. E questo è fondamentale.

 

 Facciamo un po’ di chiarezza. Che cos’è la magia? Essenzialmente, si tratta di un potere che infrange le regole naturali del mondo. * Trasformare gli oggetti, sospendere la gravità, eccetera. La magia è andare oltre la natura, operare nel sopra-naturale.

(* per una correzione-integrazione della definizione di magia, vedi il commento #9 e seguenti)

Però, a pensarci bene, andare oltre la natura non è sbagliato in sè e per sè. Anche i miracoli sono eventi soprannaturali, che sospendono le leggi naturali del mondo; e i miracoli sono buoni, come è buono ciò che è operato dallo Spirito di Dio. Però nei miracoli tutto avviene l’intervento divino, mentre nella magia invece no.

I santi, e tutti coloro che pregano, non fanno i miracoli allo stesso modo in cui i maghi fanno le magie. Mentre nella magia c’è una relazione bilaterale tra il mago che opera e l’oggetto su cui si esercita l’azione magica, nel miracolo la relazione è trilaterale: il santo chiede, Dio opera, il miracolo accade. Il problema morale della magia non è tanto nella sospensione delle leggi naturali (ricordiamo che il cristianesimo non è un naturalismo puro), quanto nell’esclusione dell’azione divina, l’usurpazione del potere soprannaturale, insomma: gira e rigira, siamo ancora alla vecchia promessa del serpente di diventare come Dio.

Possiamo allora dire che tra il miracolo e la magia c’è la stessa differenza che passa tra usare un oggetto di un altro con oppure senza il suo permesso. Nel primo caso, l’uso può essere buono o cattivo a seconda del fine che ci si propone (e nel caso del miracolo è sicuramente buono, perchè altrimenti lo Spirito non agirebbe); nel secondo caso, l’uso è pressappoco un furto, e questo a prescindere dal fine (anche se poi, comunque, la bontà o malvagità dell’intenzione influisce senz’altro sulla gravità della colpa).

Vedete però che l’immoralità della magia deriva dal presupposto della presenza attiva e operante di un Dio personale, creatore della natura e perciò sopra la natura, ingiustamente escluso dall’ambito soprannaturale che gli compete. Nel mondo di Harry Potter, che è un mondo fittizio (ovvero, per dirla alla Tolkien, un mondo secondario e sub-creato), è proprio il fatto che non si parli di un Dio personale a rendere possibile, da un punto di vista narrativo, che i maghi possano essere buoni: non sei un ladro, se non sai che c’è un derubato.

Il problema educativo dei libri di Harry Potter, alla fin fine, sta tutto in questo: aiutare i lettori, specie se bambini, a capire la differenza tra il mondo fittizio e il mondo reale. Ed io sono pienamente convinto che siano capaci di capire questa differenza; e se non ci riescono, non sarà perché non sono stati aiutati da chi doveva aiutarli e non l’ha fatto? (magari riparandosi dietro un comodo, troppo comodo, “non leggere questa roba!”)

 

 

La magia, la natura e la tecnica

Il bello della letteratura fantasy è che, raccontando un mondo in cui alcune regole sono diverse dalle nostre, ci può permettere di vedere da una luce diversa certi aspetti del nostro mondo, farci pensare ad essi da nuove prospettive e dunque farceli capire meglio. In questi casi, la forza metaforica e allegorica del fantasy può rivelarsi molto utile.

Abbiamo visto che nel mondo di Harry Potter la magia è una vera e propria disciplina scientifica, le cui leggi sono studiate a scuola, e i ragazzi si comportano proprio come in tutte le altre scuole. In questo mondo la magia è in sé moralmente neutra, salvo poi poter essere usata per scopi buoni o cattivi. Ed è fondamentale notare che sempre, in tutti i libri, Harry ottiene risultati positivi non tanto grazie alle sue conoscenze magiche ma per le sue scelte morali, lo spirito di sacrificio, l’amicizia e l’amore.

 

Ebbene, io credo che ciò che nel mondo di Harry Potter è la magia, cioè un potere sopra la natura o addirittura contro la natura, possa essere considerato per analogia o per metafora come ciò che nel nostro mondo è la tecnica. Mentre la magia è un potere sopra-naturale, la tecnica è intra-naturale: con essa l’uomo può realizzare possibilità che sono contemplate dalle leggi naturali. Il manico di scopa di Harry può volare perchè un incantesimo sospende la legge di gravità; un aeroplano vola perchè usa la legge di gravità, ed è a suo modo naturale tanto quanto un’aquila in picchiata. La magia infrange i limiti della natura; la tecnica è un’estensione della natura, sposta quei limiti in avanti.

In questa concezione, dunque, la relazione tra artificiale e naturale non è di conflitto, ma di simbiosi: la tecnica deriva dalla natura e ne realizza le potenzialità inespresse (“l’arte è figlia della natura”, dicevano gli antichi, che chiamavano arte anche ciò che noi oggi chiamiamo tecnica; si veda ad esempio il canto XI della Divina Commedia, vv. 101-105, dove si spiega il perché della punizione degli usurai).

Ora, questo modo d’intendere il binomio natura-tecnica è purtroppo in crisi al giorno d’oggi, e deve fare i conti con una nuova concezione della tecnica, ostile alla natura.

Se volessimo fare una carrellata lungo i secoli potremmo partire da Francesco Bacone, il cui Novum Organum può forse essere considerato il manifesto fondativo della “vittoria della tecnica sulla natura” (con la scienza l’uomo può conoscere perfettamente la natura, e con la tecnica può dominarla); attraversare le scoperte della modernità e della Rivoluzione Industriale, in cui l’ostilità della nuova tecnica verso la natura si mostra chiaramente ed emerge il problema ecologico (la tecnica distrugge la natura); passare per il Frankenstein, o il Prometeo moderno di Mary Shelley, archetipo dello scienziato pazzo e inascoltato monito contro il delirio di onnipotenza di una tecnica senza controllo; assistere alla metamorfosi della modernità in post-modernità, in cui il conflitto diventa ancora più radicale (mentre nella modernità la natura è succube della tecnica, nella post-modernità si arriva a negare che la natura esista); fino ad arrivare alla filosofia di Emanuele Severino, che essendo un post-hegeliano (per lui la tecnica è ciò che per Marx era il comunismo, ovvero la realizzazione della coincidenza tra Realtà e Idea Razionale), lucidamente parla di un “paradiso della Tecnica” prossimo venturo, in cui l’uomo potrà diventare il dio-in-terra e completare il percorso del Geist.

Così, un ciclo si compie: la tecnica diventa la nuova magia del nostro tempo, la nuova promessa di un potere illimitato oltre ogni natura e ogni regola divina; e forse non è lontana la comparsa del “capolavoro” bramato dal diavolo Berlicche nelle sue lettere, il “Mago Materialista”, colui che non usi, ma veramente adori ciò che chiama vagamente ‘forze’, mentre nega l’esistenza degli ‘spiriti’ ”.

Se Voldemort fosse nel nostro mondo, sarebbe uno scientista, una specie di Argo (chi ha visto Nadia il mistero della pietra azzurra capirà): un uomo convinto che solo la scienza possa garantire la comprensione del mondo, ebbro del potere promessogli dalla tecnica sul mondo e sugli altri uomini. E se Silente fosse nel nostro mondo, ne sono convinto, sarebbe uno scienziato: avrebbe fiducia nelle capacità conoscitive della scienza e nelle possibilità pratiche della tecnica, ma al tempo stesso ci metterebbe in guardia dalla fede cieca nella scienza come unica chiave di lettura dell’universo, e dai pericoli di una tecnica senza limiti né naturali né morali.

 

 

Always

Always.

Sempre, o meglio (come sarebbe stato più esatto tradurre) per sempre.

Uno dei punti più commoventi del libro è sicuramente quando Silente, dopo aver visto il Patronus scagliato da Piton, così simile a quello della donna che Severus aveva amato, gli chiede “dopo tutto questo tempo?”.

E la risposta di Piton è, semplicemente, “Always”. Per sempre. Amore eterno, infinito, immortale.

Se vi fate un giro per i forum che parlano del libro, troverete centinaia-migliaia di commenti di ragazzi e adulti, giovani e meno giovani, che su questa pagina ci hanno pianto dalla commozione.

Quanti di questi lettori sono cattolici?

Boh, non molti, penso.

Quanti sono cresciuti bombardati dalla pubblicità dell’amore light, l’amore senza impegno, l’amore libero senza vincoli e legami, il sesso senza amore, le relazioni a tempo determinato, eccetera eccetera?

Beh, moltissimi, suppongo.

Eppure eccoci qui, tutti commossi ed emozionati da quella singola parola, capace di perforare la corazza dell’omologante bla bla politicamente corretto ed arrivare nel profondo, là dove c’è quello che il cuore umano veramente desidera.

Always.  

 

 

You bitch!

Not my daughter, you bitch!” è quel che la signora Weasley urla, verso la fine del libro, a Bellatrix Black quando la vede attaccare la figlia Ginny.

You bitch!”, traducibile come “stronza!”, o perfino “troia!”.

E così, alla fine è successo. Dopo sette libri e dieci anni e qualche migliaio di pagine, il linguaggio volgare ha fatto la sua comparsa.

Non toccare mia figlia, stronza.

È molto di più che una semplice parolaccia: è uno shock, un’eucatastrofe, un terremoto emozional-verbale. È la silloge definitiva all’aura di “l’infanzia è finita, ora siamo grandi” che pervade tutto il libro. È uno dei punti più belli dell’intera saga di Harry Potter.

Ed è un vero peccato che nella traduzione italiana abbiano tradotto per un meno intenso “mia figlia no, cagna!”, che non ha neanche lontanamente la stessa forza espressiva di quel bellissimo YOU BITCH!

Eh già, ma Harry Potter è un libro per bambiiini...

 

 

A margine: le prospettive ermeneutiche dell’omosessualità di Silente

 

In conclusione, qualche considerazione sulle dichiarazioni della Rowling sull’omosessualità di Silente.

Devo premettere che la questione delle tendenze sessuali di Silente, in sé, non è che m’interessi più di tanto. Anche perchè, a ben pensarci, considerata com’è andata a finire tra Silente e Grindelwald, considerato il rimpianto evidente che traspare dal vecchio Silente per i suoi errori di gioventù, e considerato l’intero processo di umanizzazione che il personaggio affronta (prima Silente era praticamente perfetto, senza difetti, un personaggio affascinante ma monocorde, ora l’approfondimento psicologico lo rende meno manicheo e più tridimensionale), insomma: quella liason giovanile non mi sembra proprio una cartolina pubblicitaria per l’amore gay. Siamo molto lontani dalle parti di Brokeback Mountain…

 

Nossignore: la questione degna di nota, anche se ha destato l’interesse di pochi (qui c’è uno dei pochi articoli ben fatti che ho trovato sull’argomento), i molti essendo più distratti dal moralizzare o strumentalizzare, è un’altra.

Il testo di Harry Potter e i Doni della Morte è questo: la relazione tra Silente e Grindelwald, così com’è descritta nel libro, appare come una breve ma forte amicizia conclusa in tragedia per l’incidente che provoca la morte di Ariana, la sorella di Albus. L’amicizia si trasforma in ostilità, Grindelwald fugge, Silente lo rivedrà solo al momento del loro duello.

E poi c’è il meta-testo, ciò che è oltre e fuori dal testo: la Rowling ha dichiarato pubblicamente che, anche se lei non lo ha reso esplicito nel libro (ma può darsi che l’informazione finisca nella futura “enciclopedia di Harry Potter”, in cui JKR farà confluire tutti i tasselli della storia che non hanno trovato posto nei sette libri),  tra Silente e Grindelwald c’è stata una relazione amorosa. “His love for Grindelwald was his great tragedy”. Ebbene sì, lei ha sempre immaginato Silente come un omosessuale.

 A questo punto, ci si chiede: Albus Percival Wulfric Brian Dumbledore, dunque, è omosessuale?

Possibili risposte:

 

a) iporealismo: la questione è inutile. Non ha senso dire che Silente “è” omosessuale oppure eterosessuale, così come non avrebbe senso dire che Silente “è” saggio oppure stupido, o che “è” alto la tale quantità di centimetri. Silente semplicemente non è, non esiste nella realtà, è solo il personaggio di un libro, e interrogarsi sulle sue preferenze sessuali è una perdita di tempo.

 

b) dietrologismo: JKR non ce la conta giusta con questa storia, tirata fuori dal cappello a sipario calato. Avrà probabilmente dato retta a qualche consulente di marketing, che le ha consigliato di omosessualizzare Silente per non alienarsi le simpatie del pubblico radical chic, a cui la conclusione fortemente spirituale della serie può risultare indigesta.

 

c) esclusivismo testuale: per l’interpretazione finale dell’opera conta solo il testo, e il testo non dice che Silente è omosessuale, né sembra particolarmente suggerirlo. Una volta che il testo è “chiuso”, e il processo creativo è concluso, l’autore è sullo stesso piano di un qualsiasi altro fruitore e le sue speculazioni sul non-detto dei personaggi, sul loro background storico e caratteriale, valgono quanto quelle di qualunque altro lettore, come fossero una qualsiasi fanfiction.

 

d) inclusivismo testuale: il meta-testo dato dall’autore è imprescindibile e vincola quanto il testo, e perciò signori miei, piaccia o non piaccia, Silente è omosessuale.

 

 Insomma, la questione va molto al di là della rilevanza dell’omosessualità di Silente su una completa valutazione morale del personaggio (che per quanto mi concerne è, e resta in ogni caso, ampiamente positiva).

Io rifiuto decisamente la a), perchè è una riduzione troppo drastica del rapporto tra realtà e fantasia: nella concezione di Tolkien, che tendo a condividere, la letteratura è sub-creazione (e desidero puntualizzare che questo non è idealismo: il pensiero narrativo non influisce sul mondo reale primario, ma su quello sub-creato secondario). Silente “è”, come “esiste” il mondo sub-creato dalla Rowling, e la questione non è affatto priva di senso.

D’altra parte anche la b), pure a volerla considerare non implausibile come ipotesi (JKR è una grande scrittrice e un’accorta comunicatrice), non centra il punto focale. Fosse anche vero che quest’outing è solo una mossa politically correct, resta comunque il fatto che il meta-testo ormai c’è, e il soggetto interpretante non ne può prescindere tanto facilmente.

La questione allora è se il meta-testo possa concorrere al pari del testo alla creazione dell’opera, e in che misura: e qui si spalancano orizzonti di discussioni sul rapporto tra intenctio auctoris e intenctio operis, su ciò che vuol dire l’autore e ciò che “oggettivamente” dice l’opera, anche all’insaputa o perfino nonostante ciò che ne pensa l’autore.

Riflettendo su tutte queste problematiche, mi sono ricordato che qualcosa in proposito è stato scritto da Borges, che di testi e interpretazioni ne sapeva qualcosa, in uno dei suoi nove saggi danteschi (Il falso problema di Ugolino), incentrato sul memorabile protagonista dell’inizio del canto XXXIII della Commedia. Scrive JLB:

 

«Il problema storico se Ugolino abbia esercitato il cannibalismo è evidentemente insolubile. Il problema estetico o letterario è di ben diversa indole. Conviene enunciarlo così: volle Dante che pensassimo che Ugolino (l’Ugolino del suo Inferno, non quello della storia) mangiò la carne dei suoi figli? Io arrischierei la risposta: Dante non ha voluto che lo pensassimo bensì che lo sospettassimo. L’incertezza è parte del suo disegno. Ugolino rode il cranio dell’arcivescovo; Ugolino sogna cani dalle zanne acuminate che lacerano i fianchi del lupo («... e con l’agute scane mi parea lor veder fender li fianchi»); Ugolino, spinto dal dolore, si morde le mani; Ugolino sente che i figli gli offrono inverosimilmente la loro carne; Ugolino, pronunciato l’ambiguo verso, torna a rosicchiare il cranio dell’arcivescovo. Tali atti suggeriscono o simboleggiano il fatto atroce. Adempiono a una duplice unzione: li crediamo parte del racconto e sono profezie. Robert Louis Stevenson osserva che i personaggi di un libro sono filze di parole; a questo, per quanto blasfemo ci possa sembrare, si riducono Achille e Peer Gynt, Robinson Crusoe e Don Chisciotte. A questo anche i potenti che ressero la terra: una serie di parole è Alessandro, un’altra Attila. Di Ugolino dobbiamo dire che è una testura verbale che consta di una trentina di terzine. Dobbiamo includere in questa testura la nozione di cannibalismo? Ripeto che dobbiamo sospettarla con incertezza e timore. Negare o affermare il mostruoso delitto di Ugolino è meno tremendo che intravederlo».

 

Ebbene, si parva licet, senza voler mettere in dubbio l’incommensurabile distanza di qualità artistica tra la Commedia e i libri di Harry Potter, il problema che qui ci si presenta è in qualche modo analogo: se e come e quanto il meta-testo si possa infiltrare negli interstizi del testo, nei margini del non-detto, e influenzarne il tessuto semantico. Nel caso di Ugolino il meta-testo è la Storia, la vita e la morte del reale conte Ugolino; nel caso di Silente il meta-testo, per le caratteristiche proprie del fantasy e anche per le peculiarità del fenomeno Harry Potter, può essere solo quanto dichiarato da JKR su ciò che dei personaggi ha inventato ma non (ancora) scritto.

Sulla scia di Borges, allora, vorrei sfuggire alle Scilla e Cariddi di una c) rigidamente testuale e una d) perduta negli infiniti orizzonti metatestuali, e mi provo ad avanzare ipoteticamente una e): Silente è e non è omosessuale, simultaneamente. Nel mondo primario, il mondo reale in cui viviamo, gli enti sono o non sono; nel mondo secondario, il mondo sub-creato dal potere cosmogonico della fantasia dell’autore, sono possibili forme più o meno estese di chiaroscuro. Il giovane che sarebbe diventato il più grande preside di Hogwarts volle bene al giovane che sarebbe diventato il più terribile mago oscuro dopo Voi-Sapete-Chi; tale affetto fu e non fu un’amicizia, fu e non fu un amore, fu e non fu infiltrato dalla passione erotica; l’ibrida mescolanza di essere e non essere rende questo sentimento più suggestivo e più significativo di quanto non sarebbe senza quest’ambivalenza nascosta nella nebbia del meta-testo.

 

Di fronte a simili vertigini ermeneutiche, preoccuparmi soltanto se Silente abbia o non abbia fatto su-e-giù con Grindelwald mi sembra decisamente riduttivo.

 

Postato da: ClaudioLXXXI a 21:46 | link | commenti (31) |
letteratura

venerdì, 04 gennaio 2008

1408: lasciate ogni speranza…

 

 

Paolo ricorda agli Efesini come, prima del loro incontro con Cristo, fossero « senza speranza e senza Dio nel mondo » […] compare come elemento distintivo dei cristiani il fatto che essi hanno un futuro: non è che sappiano nei particolari ciò che li attende, ma sanno nell’insieme che la loro vita non finisce nel vuoto. Solo quando il futuro è certo come realtà positiva, diventa vivibile anche il presente.

Benedetto XVI, Spe Salvi

 

Gli chiesi una volta, dopo l’uscita di Shining, se credeva nei fantasmi. Mi rispose che sarebbe bello se i fantasmi esistessero perché ciò avrebbe implicato che esiste qualcosa dopo la morte. Infatti, mi pare avesse detto “Gesù, ci spero!”

             testimonianza su Stanley Kubrick da parte di sua figlia Katharina

 

 

1408 è un buon film che fa poche promesse, ma le mantiene tutte: poca carne al fuoco, ma cotta bene.

Si tratta di carne umana, ovviamente.

 

La trama del film è in effetti di per sé molto semplice: un scrittore vuole entrare in una stanza d’albergo “infestata”, la numero 1408; il direttore tenta di dissuaderlo ma lui, scettico sul paranormale, insiste; lo scrittore entra nella stanza, si accorge che qualcosa c’è, e deve affrontare l’orrore.

In un certo senso, 1408 è una specie di Shining in piccolo: lì c’era una famiglia imprigionata in un albergo, qui c’è un uomo solo chiuso una stanza. La reminiscenza è d’obbligo se consideriamo la fonte comune di entrambe le storie, ovvero la fantasia macabra di Stephen King, l’autore del racconto (contenuto nella raccolta Tutto è fatidico; l’idea base si trova nel suo “manuale sulla scrittura” On Writing).

 In realtà, il film innova piacevolmente la storia originale. Il racconto kinghiano, semplice ma efficace, basa la propria forza sulla descrizione dei processi mentali sempre più declinanti del protagonista che passa in poche pagine dalla lucidità alla pazzia, sconvolto dalle immagini e dai pensieri provocatigli dall’entità malefica che abita la 1408; roba del tipo:

 

Mike si girò ansimando e guadò la stanza - era proprio quella la sensazione che aveva - fino allo scrittoio. Vide le tende ondeggiare leggermente ai lati della finestra che aveva aperto a forza, ma non sentiva neanche un refolo di aria fresca sul viso. Era come se la stanza la stesse inghiottendo. Sentiva ancora i clacson sulla Quinta Avenue, ma molto distanti. Sentiva ancora il sassofono? Anche se fosse stato così, la stanza ne aveva carpito tutta la dolcezza e la melodia, lasciando solo un suono stridulo e atonale, come quello del vento che soffia attraverso il foro nel collo di un morto o in una bottiglia piena di dita mozzate, oppure...

Smettila, cercò di imporsi, ma non riusciva più a parlare.

 

E poi, via, c’è anche il divertimento per il Fedele Lettore nel vedere un protagonista così scettico e pragmatico, impermeabile a qualsiasi accenno d’invisibile nella vita, chiuso in un materialismo ruvido che non vuole vedere al di là del proprio naso… fino a quando non va a sbattere, naso e tutto quanto, nell’invisibile che si fa troppo visibile. Un uomo per cui “non esistono i fantasmi, né un buon Dio che ci possa salvare da loro”.

 

 

 

Bene: il film 1408 conserva questa dicotomia tra scetticismo e accettazione della metafisica, e la riveste di ulteriori significati, approfondendo apprezzabilmente la figura del protagonista. Mike Enslin sul grande schermo non è soltanto un incredulo, uno scrittore che per fare soldi vende libri sulle notti che ha passato in luoghi che si dice siano infestati, e in quei libri smonta sistematicamente tutte le storie di fantasmi; è anche un uomo fondamentalmente infelice, che aveva scritto un ottimo primo romanzo finito nel dimenticatoio, e soffre per un trauma che la stanza non tarda a far venire alla luce – la morte di sua figlia.

Ed ecco che scopriamo che quest’uomo è infelice perché sua figlia è morta, e perché non crede a nulla dopo la morte. Lui e sua moglie, quando la loro bambina si è ammalata, le hanno raccontato che sarebbe andata in un posto molto bello, dove sarebbe stata felice, dove c’era anche Dio; dopo la sua morte, si è pentito di non aver insistito per convincerla a lottare con tutte le sue forze, invece di “riempirle la testa con tutte queste storie sul paradiso, il nirvana, e tutte queste stronzate!”, e alla fine ha lasciato sua moglie.

Ma nella 1408 quest’uomo triste arriva a scoprire che “tutte quelle storie” non sono solo fesserie… anche se in quella camera d’albergo l’argomento non è il paradiso ma l’inferno, di cui anzi la stanza potrebbe benissimo essere l’anticamera. Le sofferenze che Mike deve affrontare sono via via più pesanti, psicologiche e fisiche, con ottimo uso degli effetti speciali (il sangue che cola dal muro, la stanza invasa dal clima polare, perfino l’alluvione; ho anche particolarmente apprezzato, data la mia sensibilità, la scena in cui l’ex scettico corre a prendere la Bibbia della stanza sussurrando “hai vinto, hai vinto!”… e scopre che le pagine sono diventate bianche).

 

C’è una sfumatura nella trama del film che ho particolarmente apprezzato. Nel racconto, Mike resiste nella stanza per circa settanta minuti, dopodichè l’autore ci dice che la “cosa” sta arrivando a prenderlo – e non vi dico come finisce. Nel film, lo sfortunato scrittore attraversa esperienze terribili, e infine riceve una telefonata dalla “reception”, cioè in realtà un’altra manifestazione della stanza, a cui risponde:

        perché non mi ammazzi e basta?

        perché tutti gli ospiti dell’albergo godono del libero arbitrio, Mr. Enslin. Lei può scegliere di rivivere quest’ora più e più volte, oppure può usufruire del nostro sistema rapido di check-out.

La stanza uccide i suoi prigionieri non direttamente, ma terrorizzandoli fino al suicidio; ma che cos’è il suicidio, se non un atto di disperazione, cioè l’assenza di ogni speranza che le cose possano andare meglio di come intollerabilmente vanno adesso? E che cos’è il terrore, se non il rovescio della speranza, cioè la forte sensazione o l’atroce certezza che succederà non qualcosa di positivo, ma bensì qualcosa di negativo e spaventoso?

Il fine della 1408 è togliere la speranza; la condizione di non ha più speranza, ma solo terrore e disperazione, è l’inferno.

Questo è in un certo senso il contrappasso per Mike Enslin: prima di entrare nella stanza, non aveva speranza di qualcosa oltre la vita e il mondo che vediamo, anzi forse la toglieva ai suoi lettori ai quali trasmetteva il suo scetticismo; la 1408 distrugge la sua incredulità, perché “quelle cose” diventano fin troppo reali, ma al tempo stesso cerca di uccidere in lui ogni speranza, dandogli terrore e disperazione. La stanza gli restituisce, moltiplicato per cento, quel che già aveva.

(osserviamo che queste considerazioni, per quanto limitate al film 1408 e non al racconto originale, non sono di per sé estranee all’universo narrativo kinghiano; in un precedente romanzo del Re dai connotati esplicitamente cristiani, Desperation, si affermava che “la condizione naturale di chi non ha fede è la disperazione”.)

Ma la conclusione per il protagonista (e qui copro per non rovinare il finale a chi non vuole spoiler), dopo aver davvero passato l’inferno nella 1408, è positiva: Mike riesce ad uscire dalla stanza, riesce perfino a distruggerla (forse); torna a vivere con sua moglie, salvando il suo matrimonio in pezzi; un giorno, riordinando le sue cose, trova il registratore che si era portato nella 1408, lo attiva e… sente la voce della figlia, che aveva incontrato nella stanza. Adesso sa che potrà rivederla, perché c’è qualcosa dopo la morte. La sua vita non è più senza speranza, e dopotutto non valeva la pena passare l’inferno per questo?

Io sono convinto di sì. E voi?

 

 

Postato da: ClaudioLXXXI a 19:40 | link | commenti (7) |
cinema, letteratura

sabato, 22 settembre 2007

Al tempo de li dèi falsi e bugiardi

 

 

Adriano, secondo l’interpretazione di Marguerite Yourcenar, nelle sue Memorie (i numeri di pagina si riferiscono all’edizione Einaudi):

 

(pag. 181)

“La sinagoga di Gerusalemme delegò il suo membro più venerato, Akiba, un vegliardo quasi nonagenario, il quale non sapeva il greco, per convincermi a rinunciare ai progetti, già in corso di attuazione, a Gerusalemme. Assistito da interpreti, ebbi con lui parecchi colloqui, che, da parte sua, non furono che pretesti per monologhi. In meno di un’ora, mi sentii in grado d’intendere esattamente il suo pensiero, se non di sottoscriverlo; ma egli non compì lo stesso sforzo per quel che concerneva il mio. Quel fanatico non sospettava neppure che si potesse ragionare su premesse diverse dalle sue; offrivo a quel popolo denigrato un posto tra gli altri nella comunità romana: per bocca di Akiba, Gerusalemme mi faceva sapere la sua volontà di rimanere fino all’ultimo la fortezza d’una razza e d’un dio isolato dal genere umano, Questa risoluzione forsennata si esprimeva con sottigliezze estenuanti; dovetti subire una lunga serie di ragioni, sapientemente dedotte le une dalle altre, della superiorità di Israele. Al termine di otto giorni, quel negoziatore ostinato s’accorse tuttavia d’aver sbagliato strada, e m’annunciò che partiva. Detesto la sconfitta, perfino quella altrui; mi commuove soprattutto quando il vinto è un vecchio. L’ignoranza di Akiba, il suo rifiuto di accettare tutto ciò che non fosse i suoi libri santi e il suo popolo, gli conferivano una sorta di candida innocenza. Ma era ben difficile intenerirsi per quel settario. Pareva che la longevità lo avesse spogliato di qualsiasi duttilità umana: quel corpo scarno, quello spirito asciutto erano dotati d’un vigore duro, da cavalletta. Pare che in seguito sia morto da eroe per la causa del suo popolo, o, piuttosto, della sua legge: ognuno si vota ai propri dèi.”

 

(pag. 207)

“In quell’epoca, Quadrato, vescovo dei cristiani, m’inviò un’apologia della sua fede. Mi ero prefisso di seguire, per questa setta, la stessa linea di condotta rigidamente equa che Traiano s’era imposta nei suoi giorni migliori; avevo recentemente rammentato ai governatori delle province che la protezione delle leggi si estende a tutti i cittadini, e che i diffamatori di cristiani sarebbero stati puniti qualora li accusassero senza prove. Ma ogni tolleranza accordata ai fanatici li induce immediatamente a credere a una simpatia per la loro causa. Stento a credere che Quadrato sperasse di convertirmi al cristianesimo; comunque, volle provarmi l’eccellenza della sua dottrina, e soprattutto quanto essa fosse innocua per lo Stato. Lessi la sua opera, ed ebbi perfino la curiosità di far raccogliere da Flegone qualche informazione sulla vita del giovane profeta chiamato Gesù, il quale fondò quella setta e morì vittima dell’intolleranza ebraica circa cento anni fa. Pare che quel giovane sapiente abbia lasciato precetti che arieggiano quelli di Orfeo, al quale i discepoli talvolta lo paragonano. Attraverso la prosa singolarmente piatta di Quadrato, non mancai tuttavia di gustare il fascino commovente di quelle virtù da gente semplice, la loro dolcezza, la loro ingenuità, il loro affetto reciproco; sembravano le confraternite di schiavi o di poveri che si fondano qua e là in onore dei nostri dèi, nei quartieri popolosi delle città; in un mondo che, malgrado tutti i nostri sforzi, seguita a essere spietato e indifferente alle pene e alle speranze degli uomini, queste piccole società di mutua assistenza offrono un appoggio e un conforto a molti sventurati. Ma non ero insensibile ad alcuni pericoli: quella esaltazione di virtù da fanciulli o da schiavi avveniva a discapito di qualità più virili e ferme; dietro quell’innocenza insipida e ristretta, indovinavo l’intransigenza feroce del settario verso forme di vita e di pensiero che non sono le sue, l’orgoglio insolente che gli fa preferire se stesso al resto degli uomini, la sua visuale deliberatamente limitata da paraocchi. Mi stancai ben presto degli argomenti capziosi di Quadrato, di quelle briciole di filosofia scopiazzata dalle opere dei nostri saggi. Cabria, sempre ansioso del giusto culto da offrire agli dèi, si preoccupava del progresso delle sette di questo genere tra la plebe delle grandi città; si sgomentava per le nostre vecchie religioni, che non impongono all’uomo il giogo di alcun dogma, si prestano a interpretazioni tanto varie quanto la natura stessa, e lasciano che i cuori austeri si foggino, se lo vogliono, una morale più alta, senza costringere le masse a precetti troppo rigidi per evitare che ne scaturiscano subito costrizione e ipocrisia. Arriano condivideva queste opinioni. Trascorsi una sera intera a discutere con lui l’ingiunzione di amare il prossimo come se stessi; essa è troppo contraria alla natura umana per essere sinceramente seguita dalle persone volgari, le quali non ameranno mai altri che loro stesse, e non si addice al saggio, il quale non ama particolarmente neppure se stesso.”

 

(pag. 220)

“In teoria, quella giudaica ha un posto tra le altre religioni dell’impero; ma, in realtà, da secoli Israele si rifiuta di essere un popolo tra gli altri, d’avere un dio tra gli dèi. I Daci più selvaggi non ignorano che il loro Zalmosis si chiama Iuppiter a Roma; il Baal punico del monte Cassio s’è identificato facilmente col Padre che tiene la Vittoria in mano e da cui è nata la Saggezza; gli Egizi, pur tanto vani dei loro dèi dieci volte secolari, consentono d’indentificare in Osiris un Bacco dotato di attributi funerei; l’aspro Mitra sa di essere fratello di Apollo. Non v’è un altro popolo, all’infuori di Israele, così arrogante da pretendere di contenere la verità intera nei limiti angusti d’una sola concezione divina, insultando così la molteplicità del dio che tutto contiene; non v’è altro dio che abbia ispirato ai suoi fedeli disprezzo e odio per coloro che pregano ad are diverse.”

 

(pag. 273)

“La vita è atroce; lo sappiamo. Ma proprio perché aspetto tanto poco dalla condizione umana, i periodi di felicità, i progressi parziali, gli sforzi di ripresa e di continuità mi sembrano altrettanti prodigi che compensano quasi la massa immensa dei mali, degli insuccessi, dell’incuria e dell’errore. Sopravverranno le catastrofi e le rovine; trionferà il caos, ma di tanto in tanto verrà anche l’ordine. La pace s’instaurerà di nuovo tra le guerre; le parole umanità, libertà, giustizia ritroveranno qua e là il senso che abbiamo tentato d’infondervi. Non tutti i nostri libri periranno; si restaureranno le nostre statue infrante; altre cupole, altri frontoni sorgeranno dai nostri frontoni, dalle nostre cupole; vi saranno uomini che penseranno, lavoreranno e sentiranno come noi: oso contare su questi continuatori che seguiranno, a intervalli irregolari, lungo i secoli, su questa immortalità intermittente. Se i barbari s’impadroniranno mai dell’impero del mondo, saranno costretti ad adottare molti dei nostri metodi; e finiranno per assomigliarci. Cabria si preoccupa di vedere un giorno il pastoforo di Mitra o il vescovo di Cristo prendere dimora a Roma e rimpiazzarvi il Pontefice Massimo. Se per disgrazia questo giorno venisse, il mio successore lungo i crinali vaticani avrà cessato d’essere il capo d’una cerchia d’affiliati o di una banda di settari per divenire a sua volta una delle espressioni universali dell’autorità. Erediterà i nostri palazzi, i nostri archivi; differirà da noi meno di quel che si potrebbe credere. Accetto con calma le vicissitudini di Roma eterna.”

 

Postato da: ClaudioLXXXI a 19:02 | link | commenti (10) |
letteratura

domenica, 02 settembre 2007

Pedagogia

 

Pochi giorni fa giravo in libreria con mio fratello, che è adolescente, e mi ero offerto di regalargli un libro. Lui mi ha detto che avrebbe voluto leggere Il Codice Da Vinci perché ne aveva sentito tanto parlare ed era curioso. Io gli ho risposto che quel libro lo abbiamo già, è nella mia libreria (nello scaffale dove tengo anche vari libri di Nietzsche, qualche saggio di Bertrand Russell, un libercolo menzognero di Odifreddi, una raccolta di quei romanzi gotici inglesi dove la cattolicissima Spagna sembra sempre un luogo peggiore dell’inferno, e insomma avete capito di che roba si tratta). Lui mi ha chiesto se quando tornava giù a casa* poteva leggerlo.

Non mi è passato neanche per l’anticamera del cervello di dirgli una cosa come “ti proibisco di leggerlo”. Per tre motivi:

1) tanto, se lo vuole leggere, lo legge comunque

2) il divieto di fare qualcosa spesso aggiunge fascino e attrattiva alla cosa stessa, soprattutto nella testa degli adolescenti

3) le idee e la mentalità di quel libro si ritrovano praticamente ovunque: nei discorsi da bar, nei talk show, nelle pagine culturali dei Grandi Giornali Laici… se vietiamo di leggere danbrown, tanto vale vietare di leggere quasi tutta la stampa italiana, vietare di guardare quasi tutto quello che passa in televisione, e per carità che non ci venga in mente di azzardarci a mettere il delicato piedino fuori dal nostro piccolo e lindo e ordinato ghetto culturale.

Così a mio fratello ho detto: “guarda, io non ti consiglio di leggerlo perché è un libro di merda, quando lo leggevo io tutti quegli errori storico-concettuali mi facevano veramente incazzare. Comunque, se proprio vuoi leggerlo, allora ti consiglio vivamente di leggere dopo anche qualcosa dell’altra campana, così puoi fare un confronto.”

(per esempio, quello che avevo a suo tempo scritto qui)

 

È andata a finire che mio fratello ha effettivamente letto Il Codice Da Vinci, sulla stessa copia che avevo letto io, quella dove ogni tanto scrivevo delle glosse a margine quando sentivo in qualche modo il bisogno di vendicare la verità per tutte le inesattezze che trovavo. Cose del tipo:

danbrown, ma non te l’hanno detto che non ci sono monaci nell’Opus Dei? così ti sei documentato???

danbrown, ma da dove l’hai cacciata questa cosa che nelle residenze dell’Opus Dei la gente dorme sui pagliericci? ma tu l’hai mai vista una residenza???

danbrown, ma com’è che citi il vangelo gnostico dove il tuo gesù proto-femminista dice che le donne possono andare in paradiso, e però non citi il versetto dove dice che per andarci devono diventare maschi? questo non lo devono sapere i lettori???

Mio fratello mi ha detto che ha trovato le mie glosse molto divertenti, rendevano la lettura più interessante, e in effetti facevano risaltare come il libro fosse lievemente tendenzioso su certi argomenti. Mi ha fatto un sacco di domande sull’Opus Dei**, di cui ha letto su internet cose raccapriccianti, e ho provato a spiegargli questo e quello e quest’altro e alla fine gli ho detto:

“Senti. Tu non devi prendere per oro colato né quello che ti dico io, né quello che c’è scritto sul libro, né le infinite cazzate che qualunque sballato può scrivere su internet. Vuoi sapere come sono fatte queste persone? Te ne presento qualcuna e poi giudichi tu. Probabilmente se ne conoscessi un bel po’ ne troveresti di simpatici e meno simpatici, proprio come succede con la gente cosiddetta normale.”

Insomma, come diceva qualcuno: vieni e vedi.

 

Auspico, possibilmente in un futuro non troppo remoto, una collana editoriale di famosi libri anticattolici con le note a piè pagina a cura della CEI. Succederà mai?

 

  

*Mio fratello abita con i nostri genitori, in quel periodo era salito a Roma a trovarmi.

 

**Da studente universitario ho abitato in una residenza gestita da persone dell’opera, che continuo a incontrare tuttora, perciò conosco personalmente l’argomento. Mai visto un pagliericcio.

 

P.S. sono due anni esatti che questo blog esiste. Tanti auguri a me. Se anche a una sola persona è lievissimamente migliorata la vita per qualcosa che ha letto qui sopra, vuol dire che non sto scrivendo invano. Me lo auguro.

 

Postato da: ClaudioLXXXI a 22:45 | link | commenti (16) |
letteratura

 

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A margine

L’amore vuole amare. Anche se l’amore non è amato, che importa? L’amore ha bisogno di amare. L’amore deve amare. L’amore ama l’amore, l’amore ama amare l’amore, l’amore ama il suo amar amare l’amore in un crescendo vertiginoso esponenziale di amore per amore per amore che si moltiplica per sé stesso fino a non finire mai. L’amore autoreferenziale, autonecessitato, autonutritivo, autoesplicativo. L’amore come il serpente ouroburos degli alchimisti che si morde la coda. L’amore che realizza il moto perpetuo perché delle leggi della termodinamica se ne frega. L’amore è l’unica cosa che amando sé stessa non è mai egoismo, perché è sempre amore.