Un blog fuori dalle catacombe.
I Dervisci e il poliziotto globale
Voglio vederti danzare
come i Dervisches Tourners
che girano sulle spine dorsali
o al suono di cavigliere del Katakali…
La tragedia del Korosko. Scritto da Arthur Conan Doye nel 1898. Libretto agile, non troppo impegnativo, di nuova attualità contemporanea. Un gruppo di turisti occidentali in gita in Egitto alla fine del XIX secolo viene catturato dai Dervisci che li vogliono convertire all’Islam e/o sgozzarli e/o rapirli a scopo estorsione riscatto (le donne invece vanno bene per l’harem del Califfo). Per una strana coincidenza ho cominciato a leggerlo proprio il giorno prima che Christian Rocca ne parlasse sul Foglio. Qui si fa un esercizio d’alta ermeneutica, si associano i protagonisti della storia alle loro controparti intellettuali del XXI secolo.
I Dervisci sono fanatici e spietati. Ma davvero l’unica altra alternativa geopoliticamente possibile è il fardello dell’uomo bianco del colonnello Cochrane?
Ognuno di noi ha la propria missione.
Quando l’acqua va dalla valle al monte
L’aver visto per caso e di sfuggita ieri sera Magdi Cristiano Allam in televisione, intervistato su non ricordo quale rete locale per il suo impegno politico nelle prossime elezioni, mi ha ricordato che avevo da parte un post iniziato e mai finito (uno dei tantissimi) a proposito della sua conversione al cattolicesimo; conversione che circa un anno fa creò un po’ di scalpore, per le ovvie implicazioni politico-islamiche legate al personaggio in questione.
La bellissima circostanza dell’essere questo blog sideralmente distante da una testata giornalistica, posto che viene aggiornato senza alcuna periodicità e ultimamente pure in modo assai sporadico, e mai e poi mai potrebbe essere considerato un prodotto editoriale ai sensi della legge 7 marzo 2001 n. 62, vuol dire pure che non sono in alcun modo tenuto a pormi problemi scemi di attualità, puntualità, stare al passo con i tempi e altre consimili fesserie. Perciò, anche se sono lievemente in ritardo a parlare di Magdi Cristiano Allam, chissenefrega e ne parlo adesso.
Dunque, il “problema” della suddetta conversione è che un sacco di gente pensa, anche perché così gliel’hanno spiegata, che Allam sia passato dall’Islam alla Chiesa cattolica. Il che è semplicemente falso.
Prima di convertirsi, infatti, Magdi Allam non era un musulmano: era un ateo razionalista, seppur di “cultura” musulmana, cioè in qualche modo destinatario del patrimonio di idee e tradizioni islamiche dal quale però aveva preso le distanze da tempo. Conosceva l’islam, quanto bene o male non saprei proprio dirlo, però non ci credeva, tant’è che nei suoi articoli si descriveva talora come “musulmano laico”.
Ebbene, ma guarda un po’, questo dettaglio fondamentale fu completamente ignorato da molti commentatori della sua conversione, perlopiù proprio da coloro che appartenevano a quell’area di riferimento genericamente definita “laica”. Considerate per esempio la lettera da lui inviata al direttore del Corriere della Sera, nella quale il neoconverso spiegava lungamente le ragioni che l’avevano portato a chiedere il battesimo: quel brav’uomo di Paolo Mieli, forse perché la lettera era troppo lunga, forse per altri motivi chissà quali, pensò bene di pubblicarla monca (qui la trovate completa), e tagliando in particolare proprio i paragrafi in cui Allam descriveva nei dettagli il suo percorso umano e spirituale, che lo aveva portato negli anni ’70 “alla stagione dell’ateismo sventolato come fede”. Apperò.
Ora, a mio avviso è proprio questo, piuttosto che le polemiche sulla qualità del giornalismo performato da Allam o l’opportunità di mandare in mondovisione il musulmano battezzato dal papa col rischio che qualche imam si offenda e ci dichiari guerra, per non parlare della faida tra cattolici filoisraeliani e cattolici antisionisti… questo è il cuore della questione.
È il caso di ricordare che, all’indomani della morte di Giovanni Paolo II, appariva sul Corriere della Sera un editoriale di Emanuele Severino il quale, per rendere omaggio all’illustre defunto, non trovava di meglio che paragonarlo a “uno che, in mezzo a un torrente in piena, sostenga che l’acqua va dalla valle al monte”. Cioè un folle, insomma. Il concetto, espresso altresì con insolita claritas considerati gli standard del filosofo, era che il superamento del cattolicesimo (nonché della filosofia aristotelico-tomistica su cui esso si erige) è inevitabile, invincibile come la forza di gravità; tant’è che Severino riconosceva la grandezza del Papa proprio in quanto ne bollava l’operato come un inutile seppur tragicamente eroico sforzo di frenare le magnifiche sorti e progressive della filosofia dell’ultimo secolo e mezzo, la quale “è la punta d'acciaio che anima, dà forza, fa procedere il nostro tempo: essa mostra che lo scavalcamento dei valori del passato è un processo inevitabile”.
Bene: questa specie di forza gravitazionale della fine della fede vale, secondo una certa mentalità “laica”, non solo a livello generale ma anche per i singoli individui. È ancora ancora comprensibile che si passi dal branco dei musulmani al gregge dei cristiani: cretini gli uni, cretini gli altri. Tutti minus habentes, anche se ai primi non conviene dirlo ad alta voce perché ci si può ritrovare con la gola tagliata, molto meglio disegnare coraggiosamente il papa con un preservativo in testa chè al massimo si rischia la pubblicazione su Micromega e l’intervista sorridente da Fabio Fazio. Che invece si converta al cattolicesimo un ateo, un razionalista, uno che non crede dunque pensa, ecco, questo è inverosimile. Di solito accade il contrario: sono alcuni credenti cresciuti nel crudele indottrinamento clericale ad evolvere mentalmente, liberarsi dai dogmi e ascendere alle vette del pensiero laico. Il percorso normale è dal credere al non credere, che è come dire dal non pensare al pensare: dal monte alla valle.
Certo, può succedere che i vecchi e i moribondi si sentano addosso la signora con la falce e allora si convertano per paura, oppure ti può morire un figlio o capitare qualcos’altro di così doloroso che hai bisogno di una morfina spirituale e allora ti converti per sofferenza; tuttavia si tratta pur sempre di ipotesi legate a un deprecabile decremento di razionalità, a una senescenza dell’intelletto sgradevole ma non inspiegabile. Ma che un ateo si converta così, senza esserci costretto? Che uno si faccia cattolico apostolico romano come esito di un percorso razionale, senza abdicare di uno iota alla propria intelligenza e consapevolezza e lucidità? Via, non scherziamo. Ridicolo, impossibile, intollerabile, assurdo come acqua che va all’insù.
Ecco, allora, perché della conversione di Magdi Cristiano Allam si aveva tutto l’interesse a parlare come del passaggio di un credente da una fede all’altra: perché questo è stato uno di quei casi in cui l’acqua davvero sale invece di scendere, e mostra che tutto sommato quella “punta d’acciaio” di cui parlava Severino non è poi così inarrestabile, perlomeno non a livello individuale e a pensarci bene neppure a livello globale.
Ma su questo, naturalmente, non conveniva aprire una riflessione seria: molto meglio presentarla come una questione interna ai rapporti cattogiudoislamici, cretini questi, cretini quelli.
Libero arbitrio, prescienza, onnipotenza, tempo, eternità
L’annosa controversia se l’uomo sia libero, e come la sua libertà possa coesistere con l’onnipotenza e onniscienza di Dio, esiste da troppi millenni perché adesso possa arrivare il mio superlativo cervello (sic) e risolvere brillantemente il tutto. Comunque, mi è stato chiesto un parere sulla questione: rispondo come posso.
Sono conciliabili il libero arbitrio umano e l’onnipotenza divina? Qualcuno dice di no, convinto che delle due l’una:
1. Dio è onnipotente, ha deciso e previsto tutto dal principio, perciò il libero arbitrio non esiste. Crediamo di fare delle scelte e invece camminiamo sui binari prestabiliti da Dio.
2. L’uomo è libero, Dio non può contraddire la nostra volontà; forse non può neanche prevederla, perché essa è determinata soltanto quando noi facciamo le nostre scelte, non prima. Comunque, Dio non è onnipotente.
Questo aut-aut soffre purtroppo di due limitazioni: da una parte sottintende una visione troppo semplicistica dell’onnipotenza (che in ultima analisi coinciderebbe con il Caos), dall’altra ignora il problema del rapporto tra tempo ed eternità (che è intrecciato al problema del rapporto tra libertà umana e prescienza divina). Provo a porre rimedio a questi limiti, partendo dal secondo.
Il tempo e l’eternità
Si dice comunemente che Dio possiede la prescienza, ovvero sa già ciò che accadrà in futuro. Tuttavia, volendo essere proprio precisi, dal suo punto di vista non c’è un “già” e non c’è un “futuro”: Dio non “pre-vede”, Dio vede. Tutti gli istanti del nostro universo spaziotemporale sono allo stesso modo “adesso” per lui che osserva dall’eternità, dal suo “fuori” trascendente1, le scelte che noi umani compiamo nel tempo.
La relazione tra tempo ed eternità non è esattamente una cosa facile da capire, ma in nostro aiuto può venire la magnifica invenzione dei fratelli Lumière.
Esempio: Un uomo guarda uno schermo che proietta una qualunque sequenza cinematografica (che so, un coniglio gigante che predice la fine del mondo). Lo spettatore vede il tempo, il succedersi dei fotogrammi; ma il “quando” della sequenza non coincide con il “quando” dell’uomo che la sta guardando. Lo spettatore potrebbe anche fermare in pausa la sequenza, farla avanzare a velocità doppia o farla retrocedere, ma queste modifiche del “quando” cinematografico non hanno evidentemente alcun effetto sul “quando” dello spettatore2.
Andiamo oltre. Supponiamo che la sequenza si fermi, e che lo schermo si suddivida in n riquadri, un riquadro per ogni fotogramma di cui è composta la sequenza. Ora lo spettatore vede n immagini ferme, ed è perfettamente capace di distinguerle l’una dall’altra; non vede a occhio nudo il tempo cinematografico, ma può dedurlo guardando tutti i singoli fotogrammi.
Passo successivo. Supponiamo che ognuno degli n riquadri cominci a proiettare una mini-sequenza, partendo dal fotogramma su cui era precedentemente fermo. In questo modo lo schermo mostra n versioni della sequenza cinematografica, ciascuna differente dall’altra per un fotogramma: quando il riquadro 0 mostra il fotogramma x, il riquadro 1 mostra il fotogramma x+1, il riquadro 2 mostra il fotogramma x+2… siccome ogni riquadro è in fase “play”, lo schermo mostra ad ogni singolo istante tutti i fotogrammi, e simultaneamente mostra il tempo nel suo scorrere.
Fase finale. Prima lo schermo unico si era diviso in tanti riquadri, supponiamo ora che tutti i riquadri convergano uno sull’altro conservando le proprie mini-sequenze. Quello che lo schermo mostrerà alla fine sarà una macchia confusa, un guazzabuglio di luci e colori; ma se l’uomo potesse distinguere nettamente ogni fotogramma, ogni istante, tutti nello stesso punto e senza sovrapposizione né trasparenza… se questo potesse accadere, lo spettatore potrebbe vedere il prima e il dopo, e tutto contemporaneamente.
Ecco, questa può essere una buona approssimazione di come Dio vede il tempo dall’eternità.
Insomma: Dio, dall’eternità del suo Essere, vede tutti gli istanti del tempo dell’universo immersi nel loro Divenire. Tuttavia l’esempio di poco fa ha un limite, perché non ci fa capire bene come Dio dall’eternità può agire nel tempo. Lo spettatore non può “entrare” nella sequenza cinematografica; Dio invece, con l’Incarnazione, nella storia ci è entrato davvero.
Proviamo allora a fare un altro esempio: il viaggio nel tempo. Se io torno nel passato e ho l’occasione di osservare i preparativi di un famoso evento storico (Cesare che si appresta a varcare il Rubicone, Bruto che prepara il pugnale per Cesare…), io posso “pre-vedere” con assoluta certezza che i protagonisti della storia compiranno questi gesti: il loro presente è il mio passato. In quanto cronoviaggiatore, rispetto a questi eventi io sono contemporaneamente prima (perché essi stanno per accadere) e dopo (perché nel mio prima soggettivo questi eventi erano già dopo).
Ma questa mia superiore conoscenza limita forse la libertà di Cesare, di Bruto, di chiunque altro? Sono forse io a suggerire loro quelle azioni, a convincerli a porle in essere, ad armare la mano dell’assassino? Chiunque può capire che la risposta è no: la mia prescienza coesiste con il loro libero arbitrio e non lo limita in alcun modo.
A meno che, naturalmente, io non decida di sfruttare la mia “pre-visione” per intervenire attivamente nel corso degli eventi e influenzare la loro condotta (e se avessi l’onnipotenza, potrei perfino modificare le loro scelte e la loro volontà).
L’onnipotenza e l’impotenza di Dio
Questo ci riporta nuovamente al problema di come possano coesistere l’onnipotenza di Dio e il libero arbitrio dell’uomo. Se Dio può modificare la volontà dell’uomo, mi si chiede, perché non lo fa? Perché non vuole, rispondo io, e dico grazie per la libertà che ho ricevuto.
A questo punto però bisogna chiedersi: il fatto che Dio non vuole assolutamente fare una cosa (non vuol fare il male, non vuol limitare il libero arbitrio dell’uomo…), non vuol dire che in ultima analisi lui quella cosa non può farla?
La risposta, in un certo senso, è sì.
Calma, non sono impazzito: invoco un autorevole precedente. Giovanni Paolo II, in Varcare le soglie della speranza, non ha paura di rispondere alla provocatoria domanda di Vittorio Messori “Impotenza divina?” con l’ancor più provocatoria risposta: “Sì, in un certo senso lo si può dire: di fronte alla libertà umana Dio ha voluto rendersi impotente. E si può dire che Dio stia pagando per il grande dono concesso a un essere da lui creato a sua immagine e somiglianza”.
Insomma: Dio potrebbe (condizionale) limitare la libertà umana, ma in effetti non può, perché così ha voluto: fa parte delle “regole del gioco” che Dio stesso si è dato, e lui non può (non vuole) contraddirsi. Altrimenti addio Logos, addio razionalità, addio amore divino, addio a Dio.
Peraltro questa limitazione, poiché proviene da Dio stesso e non da un’autorità esterna, non contraddice la sua onnipotenza: non per niente avevamo scritto “in un certo senso”.
Mi rendo conto che questo concetto probabilmente appare difficile e forse incomprensibile: dover obbedire a una regola posta da sé stessi, poter fare una cosa e al tempo stesso non poterla fare. Sembra un paradosso. Proviamo a spiegarlo, ricorrendo a un altro esempio ancora: il giocatore di Monopoli (o di un qualunque altro gioco con regole codificate, uso il Monopoli perché è quello che ricordo meglio). Non per caso prima ho parlato delle “regole del gioco” di Dio.
Il giocatore di Monopoli, quando arriva il suo turno, avanza di tante caselle quanti sono i punti segnati dai dadi che ha lanciato; passando dal via riceve una certa somma di denaro; se finisce in prigione, deve osservare un certo rituale per uscire; non può costruire case e alberghi, se non possiede tutti i terreni dello stesso colore; e così via.
Domanda: il giocatore di Monopoli può avanzare di 13 caselle? Può prendere dalla cassa, al passaggio dal via, la somma che più gli aggrada? Può uscire di prigione semplicemente perché così desidera, e niente tiri di dadi e numero doppio? Può costruire quel che gli pare dove gli pare?
La risposta a questa domanda sembrerebbe essere no. Ma perché no? Perché gli altri giocatori protesterebbero? Tuttavia, essi potrebbero mettersi d’accordo e decidere di poter fare tutti quanti le cose elencate; e chi li fermerebbe? Si accenderebbe da qualche parte una luce rossa lampeggiante, suonerebbe un allarme, interverrebbe qualcuno? C’è forse una Psicopolizia del Monopoli che sorveglia affinché tutti giochino secondo le regole?
Allora possiamo concludere che i giocatori possono effettivamente fare tutto quel che ho descritto sopra, e molto altro. Ma a cosa si arriverebbe così? Se i giocatori di Monopoli possono fare tutto quel che gli passa per la testa, stanno ancora giocando a Monopoli? Sì? No? E allora a cosa stanno giocando? E soprattutto, che senso ha giocare?
Spero che l’esempio, per quanto misero, abbia aiutato a sciogliere il paradosso. Nessuno obbliga i giocatori del Monopoli a seguire le regole del gioco, ma sono essi stessi per propria volontà che obbediscono liberamente alle regole da essi accettate, perché se non lo facessero sarebbero incoerenti con il gioco stesso.
In un modo non troppo dissimile si spiega questa storia dell’onnipotenza-impotenza divina: Dio è onnipotente, ma la sua onnipotenza non contempla ciò che renderebbe Dio incoerente con sé stesso. Altrimenti, cosa succederebbe? Nel libro Il nome della rosa di Eco, che è una specie di apologia del nominalismo relativista, si vede bene a quali conseguenze può condurre una concezione così stravolta dell’onnipotenza divina:
[Gugliemo disse] “È difficile accettare l’idea che non vi può essere un ordine nell’universo, perché offenderebbe la libera volontà di Dio e la sua onnipotenza. Così la libertà di Dio è la nostra condanna, o almeno la condanna della nostra superbia.”
Ardii, per la prima e l’ultima volta in vita mia, una conclusione teologica: “Ma come può esistere un essere necessario totalmente intessuto di possibile? Che differenza c’è allora tra Dio e il caos primigenio? Affermare l’assoluta onnipotenza di Dio e la sua assoluta disponibilità rispetto alle sue stesse scelte, non equivale a dimostrare che Dio non esiste?”
Guglielmo mi guardò senza che alcun sentimento trasparisse dai tratti del suo viso, e disse: “Come potrebbe un sapiente continuare a comunicare il suo sapere se rispondesse di sì alla tua domanda?” Non capii il senso delle sue parole: “Intendete dire,” chiesi, “che non ci sarebbe più sapere possibile e comunicabile, se mancasse il criterio stesso della verità, oppure che non potreste più comunicare quello che sapete perché gli altri non ve lo consentirebbero?”
Insomma: se Dio facesse tutto-ma-proprio-tutto quello che la sua onnipotenza gli consente, non sarebbe più il Dio-Logos del cristianesimo; sarebbe il Caos, un guazzabuglio amorfo e sconclusionato di possibilità e necessità ed eventi che accadono per il solo fatto stesso che possono accadere. A questo punto potremmo anche concludere che non c’è Dio (come peraltro il finale del libro di Eco sembra ampiamente suggerire).
Da segnalare che proprio questo era il punto centrale dell’incompresa e maltrattata lectio magistralis di Benedetto XVI: la dis-ellenizzazione del cristianesimo, ovvero l’allontanamento dalla concezione del Dio-Logos (nata dall’innesto sulle radici giudaiche della filosofia greca), dis-ellenizzazione che si sviluppa in epoca moderna (con
È da dire infine che dell’Islam il Papa parlava di sfuggita, per confronto, proprio perché in quella religione c’è appunto una concezione abnorme della maestà ed onnipotenza di Dio: che è un Dio-Arbitrio, un Potere Assoluto che non tollera limitazione alcuna, neanche dalla bontà o dalla ragione. Peccato solo che la maggior parte dei giornali, ritenendo proprio dovere indottrinare un pubblico di deficienti, abbia preferito menarla tanto con lo scontro di civiltà invece di spiegare bene la filosofia…
Per finire, spero di non avervi annoiato o spaventato con le mie elucubrazioni mentali. Prima di qualche semplice annotazione a piè pagina, che inserisco qui alla fine per non appesantire ulteriormente il discorso, vi offro per ritemprarvi un’immagine rilassante (e tutt’altro che fuori luogo).

1 Anche la trascendenza di Dio meriterebbe di essere precisata: Dio non è né soltanto dentro, né soltanto fuori. Ci sono molte gradazioni dell’esserci divino: un “livello-base” (chiedo scusa per la terminologia improvvisata, ma cerco di essere comprensibile a chiunque) per cui Dio è ovunque nel creato, un “livello avanzato” per cui è particolarmente presente in certi luoghi sacri e certe occasioni (“Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”), un “livello massimo” per cui Dio è materialmente presente nella comunione eucaristica…
Anche di questo si potrebbe parlare a lungo, ma ce lo conserviamo per un’altra volta (e immagino il sospiro di sollievo di qualcuno).
2 Per capire meglio il rapporto tra il “quando” dello spettatore e il “quando” della sequenza cinematografica, possiamo ricorrere anche alla geometria. Sia dato un sistema cartesiano:
Qui l’ascissa X rappresenta il tempo della sequenza cinematografica, mentre l’ordinata Y rappresenta il tempo dello spettatore. Costui procede temporalmente verso l’alto, in direzione verticale; la sequenza cinematografica procede verso destra, in senso orizzontale. Quando lo spettatore guarda la sequenza, dunque, il suo spostamento temporale è obliquo; ma se ferma le immagini sullo schermo, o fa scorrere indietro la sequenza, il suo moto orizzontale subisce altrettanti mutamenti, ferma restando la regolarità della sua ascesa verticale.
La conclusione di questa (spero non troppo incomprensibile) digressione teologica-fisica-matematica-cinematografica è che, forse, l’eternità non è una semplice dimensione a-temporale, ma un tempo “perpendicolare” al nostro. Tempi perpendicolari; ma forse, siccome stiamo parlando di Dio, dovremmo imparare a usare una geometria a n dimensioni. Mah, intanto io comincio a informarmi sulla Varietà di Calabi-Yau e la Teoria M...
Insieme preghiamo il vero Dio
1. Cristo in moschea
Il Papa nella Moschea Blu, che scalzo e davanti al mihrab rivolto verso
Naturalmente le reazioni ed impressioni che questo gesto ha suscitato nel mondo, soprattutto nella parte di mondo in cui viviamo, sono state particolarmente variegate. Eppure, oltre alle purtroppo inevitabili riduzioni ad uno pseudo-sincretismo (fatte da qualche insipiente che ci ha spiegato come pregare Allah o Cristo sia in fondo quasi la stessa cosa), nonché alle interpretazioni che trovano una contraddizione insanabile tra il Papa a Ratisbona e il Papa a Istambul (chi per compiacersene, chi per dolersene), c’è stato pure qualcuno che è riuscito a pensare qualcosa d’interessante e intelligente. Khaled Foud Allam su Repubblica ha scritto che “è attraverso la preghiera che si giunge alla pace: […] credo che la preghiera intesa in questo senso non rappresenti assolutamente un cedimento ad un facile ecumenismo che spesso non ha aiutato il dialogo; essa è invece un punto di partenza, un momento di fondazione. La preghiera cristiana quando si rivolge a Dio nello spazio di una moschea simbolica come quella blu stabilisce che l’incontro è possibile solo se si è consapevoli della propria identità, e che quest’ultima non rappresenta un freno, ma un’apertura.” Analogamente, Franco Garelli sulla Stampa (pur con le idee un po’ confuse su cosa significhi pregare insieme, e quanto sia importante il luogo e soprattutto il destinatario) ha scritto che “praticando la preghiera in uno spazio sacro non cristiano Ratzinger afferma con un gesto fortemente simbolico l’esigenza della libertà religiosa, e lo fa in coerenza con una visione teologica del mondo, non semplicemente civile”.
Così, mentre la “modernità laica e neutrale” ha spesso creduto di poter inibire i conflitti religiosi semplicemente rimuovendo il fenomeno stesso della fede dallo spazio pubblico, e confinandolo nel cantuccio invisibile del meramente privato (come ha esemplarmente fatto
E la preghiera sicuramente cristiana di Benedetto XVI (essendo improbabile che il Papa abbia recitato in cuor suo “bi-smi’Llâhi ‘ar-Rahmâni, ‘ar-Rahîm”, ovvero “In nome di Allah il Compassionevole e Misericordioso”), fatta in luogo islamico, si pone così non solo come ponte di dialogo e affetto con chi è culturalmente e teologicamente diverso, ma come auspicio e anticipazione di un regime di libertà religiosa nelle terre musulmane che finalmente consenta ad ogni cristiano di essere pubblicamente sé stesso, di mostrare pubblicamente ciò in cui crede, di svolgere nei modi più consoni la sua propria attività di culto.
2. Preghiera multireligiosa, preghiera interreligiosa
Questa preghiera, insomma, ha delle implicazioni notevoli e importantissime sia da lato sociale e politico che da quello religioso e teologico. Ora, per capire pienamente queste ultime, credo sia utile leggere cosa scriveva lo stesso Joseph Ratzinger non molto tempo fa, nel 1992 (il testo è stato pubblicato per la prima volta in italiano nel libro “Fede, Verità, Tolleranza – il cristianesimo e le religioni del mondo”, ed. Cantagalli, pag. 110), a proposito di cosa siano e cosa significhino la preghiera multireligiosa e la preghiera interreligiosa (per il lettore che mal per lui non avesse voglia o tempo di leggere il testo, farò poco dopo un breve riassunto):
Nell’epoca del dialogo e dell’incontro delle religioni è sorto inevitabilmente il problema se si possa pregare insieme gli uni con gli altri. A questo proposito oggi si distingue preghiera multireligiosa e interreligiosa. Il modello per la preghiera multireligiosa è offerto dalle due giornate mondiali di preghiera per la pace, nel 1986 e nel 2002, ad Assisi. Appartenenti a diverse religioni si radunano. […] Tuttavia le persone radunate sanno pure che il loro modo di intendere il “divino”, e quindi la loro maniera di rivolgersi a esso, sono così diversi che una preghiera comune sarebbe una finzione, non sarebbe nella verità. Esse si raccolgono per dare un segno del comune anelito [alla pace e alla giustizia, ndr], ma pregano – anche se in contemporanea – in sedi separate, ciascuno a modo proprio. […]
In riferimento ad Assisi – tanto nel 1986 quanto nel 2002 – ci si è chiesti ripetutamente e in termini molto seri se questo sia legittimo. La maggior parte della gente non penserà che si finge una comunanza che in realtà non esiste? Non si favorisce così il relativismo, l’opinione che in fondo siano solo differenze secondarie quelle che si frappongono tra le “religioni”? Non si indebolisce così la serietà della fede, non si allontana ulteriormente Dio da noi, non si consolida la nostra condizione di abbandono? Non si possono accantonare con leggerezza tali interrogativi. I pericoli sono innegabili, e non si può negare che Assisi, particolarmente nel 1986, da molti sia stato interpretato in modo errato. Sarebbe però altrettanto sbagliato rifiutare in blocco e incondizionatamente la preghiera multireligiosa così come l’abbiamo descritta. A me sembra giusto legarla a condizioni che corrispondano alle esigenze intrinseche della verità della responsabilità di fronte ad una cosa così grande come è l’implorazione rivolta a Dio davanti a tutto il mondo. Ne individuo due:
1. Tale preghiera multireligiosa non può essere la norma della vita religiosa, ma deve restare solo come un segno in situazioni straordinarie, in cui, per così dire, si leva un comune grido d’angoscia che dovrebbe riscuotere i cuori degli uomini e al tempo stesso scuotere il cuore di Dio.
2. Un tale avvenimento porta quasi necessariamente ad interpretazioni sbagliate, all’indifferenza rispetto al contenuto da credere o da non credere e in tal modo al dissolvimento della fede reale. Perciò avvenimenti del genere devono restare eccezionali, e dunque è della massima importanza chiarire accuratamente in che cosa consistano. Questo chiarimento, in cui deve risultare nettamente che non esistono le “religioni” in generale, che non esiste una comune idea di Dio e una comune fede in Lui, che la differenza non tocca unicamente l’ambito delle immagini e delle forme concettuali mutevoli, ma le stesse scelte ultime – questo chiarimento è importante, non solo per i partecipanti all’avvenimento, ma per tutti quelli che ne sono testimoni o comunque ne sono informati. L’avvenimento deve presentarsi in sé stesso e davanti al mondo in modo talmente chiaro da non diventare dimostrazione di relativismo, perché si priverebbe da solo del suo senso.
1. Si può pregare insieme solo se sussiste unanimità su chi o che cosa sia Dio e perciò se c’è unanimità di principio su cosa sia il pregare: un processo dialogico in cui io parlo a un Dio che è in grado di udire ed esaudire. In altre parole: la preghiera comune presuppone che il destinatario, e dunque anche l’atto interiore rivolto a Lui, vengano concepiti, in linea di principio, allo stesso modo. Come nel caso di Abramo e Melchisedek, di Giobbe e di Giona, dev’essere chiaro che si parla col Dio unico che sta al di sopra degli dèi, col Creatore del cielo e della terra, col mio Creatore. Dev’essere chiaro dunque che Dio è “persona”, vale a dire che può conoscere ed amare; che può ascoltarmi e rispondermi; che Egli è buono ed è il criterio del bene, e che il male non fa parte di Lui. […]
2. Sulla base del concetto di Dio, deve sussistere pure una concezione fondamentalmente identica su ciò che è degno di preghiera e può diventare contenuto di preghiera. Io considero le richieste del Padre nostro il criterio di ciò che ci è consentito implorare da Dio, per pregare in modo degno di Lui. In esse si vede chi e come è Dio e chi siamo noi. Esse purificano la nostra volontà e fanno vedere con che tipo di volontà stiamo camminando verso Dio, e che genere di desideri ci allontana da Lui, ci metterebbe contro di Lui. Richieste che fossero in direzione opposta alle richieste del Padre nostro, per un cristiano non possono essere oggetto di preghiera interreligiosa, e di nessun tipo di preghiera.
3. L’avvenimento deve svolgersi nel suo complesso in modo tale che la falsa interpretazione relativistica di fede e preghiera non vi trovi alcun appiglio. Questo criterio non riguarda solo chi è cristiano, che non dovrebbe essere indotto in errore, ma alla stessa stregua anche chi non è cristiano, il quale non deve avere l’impressione dell’interscambiabilità delle “religioni” e che la professione fondamentale della fede cristiana sia di importanza secondaria e dunque surrogabile. Per evitare tale errore bisogna pure che la fede dei cristiani nell’unicità di Dio e in quella di Gesù Cristo, il Redentore di tutti gli uomini, non sia offuscata davanti a chi non è cristiano.
Pertanto, mentre la preghiera multireligiosa avviene tra credenti in fedi diverse che pregano sì nello stesso contesto e con le medesime intenzioni ma ciascuno a suo modo, pensando alla propria immagine della divinità, nella sua propria direzione (come rette divergenti), la preghiera interreligiosa è più impegnativa perché in essa i credenti pregano davvero insieme, con una consenso almeno sui fondamenti essenziali della fede, unendo il proprio cervello e il proprio cuore verso una divinità comune ad entrambi (come rette convergenti). E se questi eventi possono e devono essere qualcosa di straordinario (sia nel senso di “importante immenso bellissimo”, sia nel senso di “raro inconsueto eccezionale”), è importante che il messaggio trasmesso agli osservatori esterni non sia quello del relativismo, della fungibilità religiosa, del “una fede vale l’altra, è solo questione di gusti o di culture”.
Alla luce di quanto sopra, allora, pare di capire che la preghiera in moschea di Benedetto XVI sia stata una preghiera multireligiosa: il Papa e il Muftì, l’uno accanto all’altro, hanno pregato in silenzio, ciascuno raccolto nei propri pensieri e indirizzando la propria orazione verso la sua propria concezione dell’unica divinità.
A questo punto, però, viene spontaneo chiedersi se possa essere eventualmente possibile con i musulmani una preghiera interreligiosa: e abbiamo visto che non è soltanto questione da accademia teologica, perché il clash of civilities può essere disinnescato più dal pregare assieme che dalle convenzioni internazionali. Dal fatto che in quello stesso giorno (data molto importante, il 30 novembre!) Benedetto XVI abbia scritto nel Libro d’Oro a Santa Sofia, che fu basilica e fu moschea e ora è museo, “nelle nostre diversità ci troviamo davanti alla fede del Dio unico”, possiamo presumere che sì, seppur nelle attente e rigorose circostanze viste sopra, sia possibile.
Ma in che senso un cristiano può dire a un musulmano “preghiamo un solo Dio”?
3. Tutti sentono il ruggito del Leone
La questione è fondamentale. Il cristiano e il musulmano pregano lo stesso Dio? E in che senso questo Dio è “lo stesso” Dio? Cerchiamo di fare chiarezza. È palese che la nostre due religioni non sono uguali o interscambiabili, perché hanno un’immagine di Dio per certi versi simile ma per altri versi differente. Noi crediamo in un Dio che è Trinità d’amore; loro in un Dio “monoliticamente” uno. Noi crediamo in un Dio che si fa uomo e condivide il dolore umano fino alla tortura e alla morte; loro credono in un Dio che resta lontano nella sua gloria celeste, e per aiutare l’uomo manda sulla terra una serie di rispettabilissimi profeti. Noi crediamo in un Dio che indica all’uomo il bene ma che poi si limita lasciandogli il libero arbitrio per scegliere tra il bene o il male; loro credono in un Dio dall’onnipotenza incomprimibile, che in ogni momento decide ogni cosa (per capire bene questo punto, si consiglia di leggere La prigione della libertà di Michael Ende).
Stando così le cose, possiamo ancora dire che preghiamo un solo Dio? Sì: perché, siccome sappiamo che un solo Dio esiste, chi si rivolge nelle sue preghiere all’unico Dio si rivolge comunque al vero Dio. Anche se la sua visione è senza colpa erronea e confusa, è comunque quel Dio che sta pregando, non altri inesistenti: il Dio uno e trino, il Dio che si è incarnato in Cristo ed è venuto a nascere vivere morire e risorgere nel mondo per redimerlo.
Per far capire al meglio tutto ciò, chiediamo aiuto alla letteratura.
Clive Staples Lewis, cristiano anglicano, negli anni ’50 del secolo scorso scrisse Le cronache di Narnia, epica e apprezzata fiaba fantasy incentrata sulla figura del grande leone Aslan (parola che, guarda caso, proprio in turco significa “leone”), immagine cristologica e Signore del mondo di Narnia. Nell’ultimo dei sette libri della saga, L’ultima battaglia, il popolo di Narnia che è rimasto fedele ad Aslan si scontra con i Calormeniani (un popolo descritto con tratti abbastanza simili a quelli islamici), che invece adorano il dio Tash. Lo scontro si svolge attraverso varie vicissitudini che qui non racconto, che includono anche uno stratagemma dei generali di Calormen volto a far credere che Aslan e Tash siano in realtà lo stesso dio dal vero nome di “Tashlan”, e si conclude infine con l’intervento improvviso e risolutivo di Aslan; successivamente, quando i protagonisti del libro si ritrovano e si raccontano le rispettive traversie, tra loro appare un Calormeniano, Emeth, che dice loro:
Re guerrieri – cominciò Emeth – e voi, nobili dame che con la vostra bellezza illuminate l’universo: sappiate che io sono Emeth, settimo figlio del tarkaan Harpa della città di Tehishbaan, a occidente del deserto. Negli ultimi giorni sono arrivato a Narnia con una trentina di altri soldati, miei compagni, agli ordini del tarkaan Rishda. Quando mi fu detto che avremmo marciato su Narnia, sinceramente ne fui contento: avevo sentito dire meraviglie sul vostro popolo e la vostra terra, perciò non vedevo l’ora di incontrarvi in battaglia. Ma quando scoprii che ci saremmo intrufolati da voi vestiti da mercanti (con abiti, fra l’altro, non adatti al mio rango) e che avremmo dovuto ingannarvi con una montagna di bugie, persi tutto il mio entusiasmo. […] Quando, infine, sentii dire che Aslan e Tash erano la stessa persona, non ci vidi più. Da quando ero bambino mi considero un devoto servitore di Tash e il mio più grande desiderio è stato conoscerlo di persona. Il nome di Aslan, invece, mi è sempre stato odioso.
[…] Mi convinsi che il vero Tash era tra noi e stava per vendicarsi di chi lo aveva vendicato invano e senza fede. Allora, benché avessi il cuore paralizzato dalla paura, sentii in me un desiderio incontrollabile di vederlo, un desiderio più forte del terrore di affrontarlo. Mi offrii come volontario, pur essendo consapevole che il gesto mi sarebbe probabilmente costato la vita. All’inizio il tarkaan si oppose alla mia richiesta, ma poi, anche se controvoglia, acconsentì. Appena varcata la soglia, la prima grande sorpresa fu che mi trovato in un luogo accogliente e soleggiato, lo stesso dove siamo adesso; e non riuscivo a spiegarmi perché, dall’esterno, la stalla [in cui i generali di Calormen avevano detto essere il dio Tashlan, ndr] sembrasse angusta e buia.
[…] Mi guardai intorno, vidi un cielo azzurro come non mai e meravigliose distese di prati. “Per tutti i numi, che posto fantastico” mi dissi. “Forse sono entrano nel regno di Tash.” E mi incamminai per andarlo a cercare. Percorsi molti chilometri, passando attraverso bellissimi campi coperti di fiori dai mille colori; entrai in boschi affollati di alberi d’ogni specie, traboccanti di frutti dolcissimi. Poi, meraviglia delle meraviglie, immaginate cosa vidi? Da un passaggio tra due rocce era sbucato un leone gigantesco e mi veniva incontro. Correva più forte di una gazzella e sembrava più grande di un elefante: la criniera pareva fatta di fili d’oro, e d’oro fuso splendevano i suoi occhi. Aveva un aspetto più terribile delle gole a strapiombo sulle montagne di Lagour, ma la bellezza di cui era ammantato era così sconvolgente che al confronto la cosa più bella avrebbe fatto la figura della polvere del deserto rispetto a una rosa. Mi gettai ai suoi piedi e pensai che fosse giunta la mia ora, perché il leone – nella sua immensa saggezza – sapeva certo che per tutta la vita avevo servito Tash e non lui. Mi sentivo comunque sereno, perché ero convinto che fosse meglio morire dopo aver visto il Sublime che vivere cent’anni da re senza averlo mai incontrato. Ma quell’essere stupendo chinò la nobile testa dorata e, sfiorandomi la fronte con la lingua, disse: “Figlio, che tu sia il benvenuto.” E io, balbettando: “No, non avere pietà di me. Non son degno di te. Sono un umile servo di Tash!” Ma lui, nella sua infinita bontà, rispose: “Figlio, tutto quello che hai fatto per Tash lo hai fatto per me.” Allora io, spinto dal desiderio di conoscenza, cercai di vincere la paura e cominciai a fargli delle domande. Innanzitutto gli chiesi se fosse vero che Tash e lui fossero la stessa persona. Il leone ruggì e la terra tremò, ma la sua ira non era rivolta contro di me; infine disse che era tutto falso, assolutamente falso. Poi spiegò il senso delle sue parole: avevo fatto per lui quello che avevo creduto di fare per Tash, non perché fossero la stessa persona (anzi sono addirittura agli opposti), ma perché tutto quello che facciamo di buono lo facciamo in nome di Aslan, anche quando non lo sappiamo; mentre tutto quello che facciamo di cattivo lo facciamo in nome di Tash. Se un uomo commette una crudeltà in nome di Aslan, pur non sapendolo è Tash che serve; allo stesso modo, quando si ha l’animo buono e gentile è Aslan a occuparsi di noi. “Ora hai capito, figliolo?” mi chiese. Risposi che sì, forse avevo capito, ma dovevo confessare (spinto dalla sete di verità) che nella mia vita ero andato sempre in cerca di Tash. “Mio diletto” disse l’Essere Sublime “se non mi avessi desiderato così intensamente, non avresti potuto vedermi. Tutti trovano solo quello che cercano veramente.”
Ignorante a chi? *
“Il Papa è il benvenuto, lo tratteremo come un ospite di riguardo. Detto questo, se nel corso della discussione verrà il momento, gli farò rilevare gli errori compiuti a Ratisbona: un discorso basato su storia, informazioni e conoscenze completamente sbagliate. Il Papa ha attaccato i valori sacri dell'Islam: il Corano, il Profeta, la fede in Dio. Ha mostrato la nostra religione come causa dei problemi, e anche questo è un grave errore. Criticare il Corano come fonte di violenza è segno di non conoscere l'Islam, e il legame fatto tra fede e irrazionalità è stato un altro errore.”
Così parlò Ali Bardakoglu, “Gran Muftì” ovvero direttore dell’ufficio Affari religiosi, che secondo Repubblica “è conosciuto come studioso finissimo. Fu lui il primo a pretendere le scuse dal pontefice quando a settembre Benedetto XVI citò un imperatore bizantino, Manuele II Paleologo, legando Maometto alla diffusione "della fede con la spada”.
Bene. Lo studioso finissimo afferma nell’intervista, a proposito del suddetto discorso:
“Lei contesterà a Benedetto XVI le sue parole sull'Islam?
Non parlerò del passato, ma farò rilevare il suo errore. Se il Papa si fosse ad esempio riferito a un gruppo preciso, avremmo accettato la critica. Ma lui ha attaccato invece direttamente i valori sacri dell'Islam. Non si possono biasimare le altre fedi. Io mi auguro che un discorso del genere faccia ormai parte del passato e non se ne parli più. Ma se ci sarà una discussione accademica, siamo pronti a farla.
Che cosa l'ha indisposta di più?
L'Islam non è mai fonte di violenza. Invece il legame fatto tra fede e irrazionalità è stato un altro errore. Se noi compiamo uno sbaglio, siamo pronti a scusarci. Noi non parliamo mai nel nome di Dio, trasferiamo solo la conoscenza del Corano e lo interpretiamo. L'autorità più alta nell'Islam è la conoscenza, ancor più della gerarchia.
Ma il Papa è considerato infallibile. **
E' ironico pensare che il Papa, ritenuto infallibile, faccia questi errori parlando di razionalità e irrazionalità. Nella teologia cattolica, in Lutero per esempio, ci sono molte espressioni di critica. Ma noi non le abbiamo mai usate.”
Applauso.
Ah, come vorrei assistere a questa bella discussione accademica…
* L’intenzione originaria era di titolare questo post “il bue e l’asino”. Mi è poi venuto in mente che avrei potuto urtare la sensibilità di qualcuno. Vabbè, ci siamo capiti lo stesso.
** Notare che il giornalista Marco Ansaldo ci mette del suo, ignorando completamente le stringenti condizioni in cui si parla d’infallibilità papale. Ma d’altra parte, it’s Repubblica, baby.
Bienvenus En Europe
Bastone e carota: così si fa. E ogni buon negoziatore deve sapere quand’è il momento dell’uno e dell’altra.
Intendiamoci, io non sono pregiudizialmente contrario all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Può essere un buon incentivo per spingere la società turca, più complessa e variegata di quanto la retorica viscerale dei calderoli e delle fallaci faccia sospettare, ad evolvere in senso positivo: la carota, appunto.
Ma c’è anche un’altra faccia della medaglia che non si può trascurare…
(continua a leggere sull’Esagono)
Hina, l’Islam e il multiculturalismo
Ho particolarmente apprezzato, a proposito della tristissima vicenda di questa sfortunata ragazza che ha ricevuto la morte da chi le aveva dato la vita, le sagge parole del ministro Amato:
“Il caso di Hina insegna molto ai fini della cittadinanza: è evidente che non basta chiedere l'adesione ai valori della Costituzione, ma bisogna che ci sia un'adesione anche a diritti fondamentali come il fatto che la donna si rispetta secondo regole che io considero universali. La donna ha il diritto di scegliere la sua vita. Il matrimonio combinato noi lo abbiamo abbandonato alcuni secoli fa”.
Vedo attorno a me due spaventosi errori, uguali e opposti, nelle reazioni che sorgono da questo delitto. Da una parte c’è chi se la prende con l’Islam in quanto tale, con il Corano, con i musulmani e gli immigrati generalmente intesi, e dalla legittima rabbia passa velocemente alla non legittima xenofobia. Dall’altra parte c’è chi nasconde a stento l’imbarazzo di fronte a un episodio atroce che non depone affatto bene per il multiculturalismo, e si ripara dietro a una serie di “però” e “bisogna capire bene”; o magari cambia furbamente discorso e se la prende con la famiglia che, si sa, è sempre luogo di violenza…
(continua a leggere sull’Esagono)
Ragioni di coerenza
Una bella lettera da parte di Giorgio Israel pubblicata qui dal Foglio, che mi spiccio a copiare perché già domani non sarà più on-line (ma vi consiglio di andare comunque sul link, di solito ne vale la pena).
“Abbiamo visto grandi intellettuali, giornalisti di primo piano, ex presidenti dell’Unione delle comunità ebraiche e tanti altri sezionare rigo per rigo il discorso di Benedetto XVI ad Auschwitz ed emettere una severa sentenza: il Papa ha minimizzato
Il Dysangelium di Odifreddi (2)
(continua)
La maggior parte delle volte che Odifreddi parla male di una religione nel suo libro, guarda un po’, si tratta del cristianesimo (con un occhio di irriguardo al cattolicesimo). Ma anche le altre fedi godono della sua premurosa attenzione. Per esempio, nel capitolo “Paradossi”, parlando di affermazioni autocontraddittorie:
Nella mitologia islamica il già citato racconto della creazione dell’uomo prosegue in maniera inaspettata (Corano, XV, 28-43 e XXXVIII, 71-85):
Il Signore disse agli angeli: “Io creerò un uomo di argilla secca, presa da fango nero impastato, e quando l’avrò modellato e gli avrò soffiato dentro il mio spirito, prostratevi davanti a lui in adorazione. E tutti gli angeli si prostrarono, eccetto Iblis, che si rifiutò di unirsi a loro.
E Dio gli chiese: “Iblis, che hai perché non ti prostri con gli altri in adorazione?” Iblis rispose “Non sia mai che io adori un uomo, creato dall’argilla secca, dal fango impastato!”
Disse allora Dio: “Vattene di qui, reietto, e che tu sia maledetto sino al giorno del giudizio!” Iblis rispose “Signore, poiché tu mi hai ingannato io renderò bella agli occhi dell’uomo ogni turpitudine, e li ingannerò tutti”
Dio crea così un dilemma veramente diabolico, un’alternativa da cui si può uscire soltanto disobbedendo: o direttamente, all’ingiunzione di adorare Adamo, o indirettamente, al comandamento di non adorare altri che Dio. Ancora una volta, dunque, è Dio che appare come subdolo e paradossale, mentre il diavolo si trova chiuso di fronte a una coppia di ordini contraddittori che non gli lasciano scampo.
E così, ancora una volta, Dio è subdolo e paradossale. Povero diavolo di un Diavolo.
In realtà la faccenda è da approfondire. Odifreddi ha riportato un’unica versione per due passi diversi del Corano abbastanza simili tra loro: tuttavia, se il lettore si dà la pena di andare a controllare la fonte originale, può scoprire che le cose non stanno esattamente come le descrive l’autore. In questa traduzione del Corano (su cui pure ci sarebbero varie cose da dire, in quanto è a cura dell’UCOII – e ve li raccomando, quelli dell’UCOII, ma questo è un altro discorso), l’episodio presenta una diversa e significativa sfumatura:
71 [Ricorda] quando il tuo Signore disse agli angeli: «Creerò un essere umano con l'argilla.
72 Dopo che l'avrò ben formato e avrò soffiato in lui del Mio Spirito, gettatevi in prosternazione davanti a lui ».
73 Tutti gli angeli si prosternarono assieme,
74 eccetto Iblis, che si inorgoglì e divenne uno dei miscredenti.
75 [Allah] disse: « O Iblis, cosa ti impedisce di prosternarti davanti a ciò che ho creato con le Mie mani? Ti gonfi d'orgoglio? Ti ritieni forse uno dei più elevati?»
76 Rispose: «Sono migliore di lui: mi hai creato dal fuoco, mentre creasti lui dalla creta».
77 [Allah] disse: « Esci di qui, in verità sei maledetto;
78 e
Insomma, si evince che Iblis ha rifiutato di inginocchiarsi non per spirito di obbedienza al comandamento del monoteismo, ma per puro e semplice orgoglio. Quello è argilla secca e fango impastato, io sono uno spirito creato dal fuoco, non mi abbasso in prosternazione davanti a lui.
Tuttavia questo interessante particolare, stranamente, nella versione di Odifreddi non è riportato. Come mai?
Che poi, a leggere il passo con un po’ di buonsenso, appare chiaro che questa pretesa autocontraddittorietà dell’ordine divino in realtà non sussiste affatto. Allah non chiede ai suoi angeli di adorare Adamo come un dio pari suo, ma di rispettare
Ed anche, per usare una terminologia nota, subdolo e paradossale.
(continua)
Vivamente consigliata la lettura sul Corriere di oggi dell’articolo “L’Europa è la Mecca dell’Islam Globale” di Francis Fukuyama, uno degli intellettuali neo-cons più ascoltati a Washington, che fa il punto della situazione sullo stato del multiculturalismo in Olanda e in Europa dopo l’omicidio del povero Theo Van Gogh (che brutta fine, per un ateo che si chiamava Theo, sgozzato in nome di Dio) da parte di un cinefilo che non aveva apprezzato il suo cortometraggio Submission (la sceneggiatura assai prolissa e l’uso eccessivo del fade off pare siano stati il movente).
L’articolo, nonostante quello che può sembrare dal titolo, non è un rabbioso grido antislamico stile Fallaci: “se consideriamo l’ideologia islamista contemporanea come un’affermazione dei valori o della cultura tradizionali musulmani, fraintendiamo profondamente la natura del problema”. Bin Laden fa leva sullo spaesamento dei figli e nipoti di immigrati, recisi dalla loro cultura d’origine ma non integrati nel continente europeo. Crisi d’identità, disoccupazione diffusa, esclusione coatta che per orgoglio e rancore diventa esclusione per scelta: a questi problemi esistenziali offre rimedio il moderno islamismo di Al Qaeda.
Questo complica le cose, perché rende l’esportazione democratica una mossa necessaria ma non sufficiente. Il problema è intraeuropeo, e riguarda “le controproducenti politiche multiculturaliste che hanno protetto il radicalismo”. E qui torniamo all’Olanda, zoccolo duro del relativismo europeo, che dopo il caso Van Gogh ha fortunatamente (ed era ora) avviato un dibattito sul modello di tolleranza. E la stessa cosa è successa in Inghilterra dopo le bombe di luglio. “La tolleranza liberale è stata interpretata come rispetto non per i diritti dei singoli ma dei gruppi, alcuni dei quali proprio loro intolleranti (con l’imposizione, ad esempio, di chi le proprie figlie dovessero frequentare o sposare). Per un senso sbagliato di rispetto nei confronti delle altre culture, si è dunque lasciato che le minoranze musulmane autodisciplinassero i propri comportamenti”.
Attenzione però, questo non significa abbracciare la difesa oltranzista dell’identità primigenia. Figuriamoci se Fukuyama, che è nippo-americano, ci metterebbe in guardia dal meticciato culturale. La sua esortazione finale alla Vecchia Europa è proprio per il modello USA del melting pot, questo bel calderone: ridefiniamo l’identità, mischiamoci tra di noi, prendiamo il meglio dalle nostre culture e formiamone una sola in cui credere fermamente, pronti a difenderla se necessario.
Questo è Fukuyama. Aggiungo qualche considerazione personale già diffusa. Sono perfettamente d’accordo nel criticare non tanto la tolleranza, quanto l’interpretazione moderna che se ne è data in questi tristi tempi di pensiero debole. Questa parola ha cambiato significato più o meno dopo il Trattato sulla tolleranza di Voltaire; prima tollerare qualcuno equivaleva a dirgli: tu sbagli, e mettiamo bene in chiaro che sbagli, ma io ti rispetto comunque. Bisogna odiare il peccato e amare il peccatore. Oggi invece le si dà un significato relativistico: non esistono il Bene e il Male, nessuno può avere l’arroganza di dire “io ho ragione e tu hai torto”, l’unico modo per vivere senza farci la guerra è tollerare i nostri reciproci costumi quali che essi siano.
Così la tolleranza diventa l’unico criterio di convivenza sociale. E ciò è male: contestualizzata in un sistema con delle solide coordinate morali è una bellissima cosa, da sola non basta ed è anzi molto dannosa perché conduce alla dissoluzione della società, che si divide in compartimenti stagni dove tante piccole microcomunità se ne stanno per conto proprio. Ma questo non è più con-vivere, perché non restano più valori condivisi che formino una comunità; che è tale se, pur permettendo e magari anche incoraggiando varie opzioni culturali, ha comunque alla base un comune sentire, un denominatore minimo che chi non accetta deve essere estromesso.
Pym Fortuyn, il politico olandese ammazzato nel 2003, diceva “Sì alla tolleranza, ma non verso gli intolleranti”. Una presa di posizione tanto più encomiabile in quanto proveniente da un omosessuale dichiarato (e spiace dire che l’avanzata culturale gay fa del suo meglio per diffondere il modello ipertrofico di tolleranza). I Paesi Bassi, all’epoca insanguinati dalle guerre di religione, finora hanno relativizzato la verità ed assolutizzato la tolleranza. Speriamo che qualcosa stia cambiando. Perché la società compartimentalizzata è proprio il contrario della società aperta.
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questo blog è sideralmente distante dal concetto stesso di testata giornalistica, stante l’assoluta aperiodicità della pubblicazione dei post (sovente rari e lunghissimi), e mai e poi mai potrebbe essere considerato un prodotto editoriale ai sensi della legge 7 marzo 2001 n. 62. Questo blog occasionalmente pubblica immagini tratte dalla rete, citandone la provenienza se necessario; comunque, ove qualche detentore di diritti non fosse contento, mi faccia sapere e celermente rimuoverò. Questo blog ha installato un contatore visite, ma cerca di non guardarlo troppo spesso, per il resto non è interessato a raccogliere collazionare e conservare informazioni su luoghi e itinerari di provenienza dei visitatori, uno perché gliene tange relativamente poco e due perché non saprebbe come farlo, perciò per tutte le questioni di privacy rimanda alla policy di Splinder e stop. Questo blog vuole proteggere i propri diritti d’autore ut sopra descritto, perciò si prega non commettere plagi, naturalmente sono invece ben accette le citazioni con indicazione della fonte.
L’amore vuole amare. Anche se l’amore non è amato, che importa? L’amore ha bisogno di amare. L’amore deve amare. L’amore ama l’amore, l’amore ama amare l’amore, l’amore ama il suo amar amare l’amore in un crescendo vertiginoso esponenziale di amore per amore per amore che si moltiplica per sé stesso fino a non finire mai. L’amore autoreferenziale, autonecessitato, autonutritivo, autoesplicativo. L’amore come il serpente ouroburos degli alchimisti che si morde la coda. L’amore che realizza il moto perpetuo perché delle leggi della termodinamica se ne frega. L’amore è l’unica cosa che amando sé stessa non è mai egoismo, perché è sempre amore.