Un blog fuori dalle catacombe.
Tempus fugit
Fare la fila alla posta è un’esperienza che tutti dovrebbero fare almeno una volta nella vita, per imparare una lezione sul nesso tra pazienza e sofferenza. Specialmente se avviene in uno di quegli uffici postali dove non c’è la prenotazione tramite numero e perciò bisogna accalcarsi in piedi, proteggere il posto in coda, sentire sul collo il fiato di chi ti precede; e ancora meglio se gli sportellisti, poco impressionati dalla fila chilometrica, si guardano bene dal velocizzare il ritmo di lavoro e procedono lemmi lemmi come al solito, parlando tra loro e quasi cazzeggiando, prendendo il caffè, alzandosi per misteriose esigenze interne e assentandosi per non pochi minuti. Uno strazio, un vero strazio.
All’ora di chiusura c’è ancora un sacco di gente in coda e cominciano a sentirsi numerose proteste, prima qualche voce isolata, poi tutto il pubblico. Basta! È indecente! Non possiamo perdere tutto questo tempo! Pare vogliano buttar giù l’ufficio da tanto che sono arrabbiati.
E allora arriva il Direttore. Guarda con attenzione il pubblico e lo placa dicendo: avete ragione, bisogna fare qualcosa. Nel Regolamento della Posta c’è scritto che la fila deve avere una durata ragionevole. Da domani starete in coda al massimo per due dozzine di minuti, ve lo garantisco!
Applauso scrosciante degli astanti.
Il giorno dopo molte persone, tra cui tutti quelli che ieri non avevano fatto a tempo ad arrivare allo sportello, si presentano ancor prima dell’orario di apertura curiosi della novità e frementi d’impazienza. Sembra che l’ufficio sia stato rivoluzionato: è stato installato un distributore di prenotazioni numeriche ed al muro è affisso uno strano timer.
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Quando la posta apre ufficialmente e gli astanti cominciano a prenotare il posto e fare la coda, le caselle del timer cominciano a scorrere. Dopo un minuto appare così:
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E dopo un altro minuto:
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E così via.
All’inizio tutto sembra funzionare normalmente. Quando qualcuno prende dal distributore la prenotazione, essa segna la casella nella quale si trova in quel momento il numero 24 (perciò di seguito: AF, EL, DL, CL, BL, AL, EI…). Gli sportellisti cominciano a servire il pubblico, qualcuno dice che sembrano più veloci di ieri, qualcun altro dice di no.
Ma dopo un po’ di tempo, ecco che l’anziana signora Pina si sente dire dallo sportellista che ha guardato la sua prenotazione:
“Mi spiace signora, il tempo è scaduto.”
“Eh?”
“Non posso spedire la sua raccomandata, deve lasciare la coda. Avanti il prossimo!”
Brusio nella folla.
“Non capisco…”
“Deve lasciare la fila.”
“Ma perché?”
“Perché la fila deve avere una durata ragionevole. Lei deve stare in coda al massimo per due dozzine di minuti, come vi ha promesso il Direttore. Quando lei ha preso la prenotazione il 24 era nella casella CG, adesso nella casella CG c’è lo 0, dunque…”
La folla capisce. Cominciano tutti ad inveire ad alta voce, tranne quei due o tre subito dopo la costernata signora Pina, che guardano le loro prenotazioni e le dicono “signora faccia come le è stato detto, segua il regolamento… suvvia si sposti… e levati vecchia str…!”, infine passandole davanti a forza e facendosi servire allo sportello. Quelli subito dopo interrompono il vociare e controllano la propria prenotazione, incerti se continuare a protestare o mettere fretta a chi sta davanti. Intanto allo sportello accanto il signor Ugo, che deve spedire tre raccomandate e un’assicurata, è tallonato dei predecessori che gli mettono fretta urlando “sbrigati!”, “togliti dai piedi!” e volgarità assortite. Scoppiano tafferugli. La signora Pina è stata messa in un angolo e nessuno si preoccupa più di lei.
Alla fine il fracasso è tale che arriva il Direttore. Mentre quelli davanti sono troppo occupati a litigare tra di loro, quelli in fondo alla coda, che ormai vedono sfumare la possibilità di arrivare allo sportello nelle fatidiche due dozzine di minuti, se la prendono con lui. Ma il Direttore è un funzionario rigoroso e non mette in discussione le sue decisioni.
“Signori, basta con questo disordine!”
“Direttore, ma che ha combinato?!?”
“Ho mantenuto la promessa che vi avevo fatto, ho risolto il problema della coda troppo lunga. La fila deve avere una durata ragionevole! Due dozzine di minuti sono il tempo massimo.”
“E se non arriviamo allo sportello entro due dozzine di minuti?”
“Non è un problema di cui possiamo farci carico noi, quest’ufficio postale non deve più essere così ingolfato di lavoro. Troppi ritardi, troppe richieste di indennizzo, troppi soldi che perdiamo.”
“Ma questo è l’unico ufficio postale del paese, se non ci spedite voi le lettere come facciamo?”
“Allora andate ad abitare in un altro paese.”
“Direttore, non è che lei ci guadagna personalmente qualcosa da questo nuovo Regolamento? Gira voce che qua in fondo ci sia qualcuno che vuole spedire una lettera che lei non vuole sia spedita…”
“Le sue insinuazioni non meritano risposta.”
“Ma se gli sportellisti sono lenti nel loro lavoro, perché ci dobbiamo andare di mezzo noi?!?”
“Daremo al personale operativo più risorse, lo faremo lavorare di più.”
Gli sportellisti interrompono brevemente le proprie mansioni per guardarsi tra loro con aria divertita o farsi segni d’incredulità rassegnata.
“Ma questa non è Giustizia!”
“Questa è la Legge!” urla il Direttore spazientito. E poi aggiunge nel caos crescente, suscitando urla di rabbia da parte di alcuni e di giubilo da parte di altri:
“E giacchè ci siamo, visto che vedo molti di voi che erano qui anche ieri, sappiate che il nuovo Regolamento si applica anche alle file che erano già in corso! Il vostro tempo è già scaduto, ve ne dovete andare subito!”
Teoria del complotto
N.1: Senti dobbiamo urgentemente discutere della legge anti-omofobia. Bisogna risolvere questo problema.
N.2: Quale problema? I nostri colleghi del PD alla Camera mi dicono che stanno approvando la legge proprio adesso.
N.1: Appunto. Questo è il problema.
N.2: Non capisco.
N.1: Perchè sei un cretino. Rifletti. Che succede se passa l’aggravante per i delitti commessi in base all'orientamento sessuale?
N.2: Uh... succede che finalmente facciamo una legge che mantiene le promesse fatte ai nostri elettori?
N.1: Errore. Loro fanno la legge, quelli della destra. In questo momento sono loro al governo. Se questa cosa passa poi possono vendersi il risultato come un’apertura agli omosessuali, lo-vedete-che-non-siamo-omofobi, eccetera. Noi non possiamo permetterlo, la gente deve sapere che è una guerra tra il bene e il male. Loro sono malvagi, odiano i ricchioni, niente patti con il diavolo.
N.2: Allora la legge va bocciata.
N.1: Certo che deve essere bocciata. Sono mesi che manovro per farla bocciare! All’inizio avevamo fatto un disegno di legge fantastico, no alle discriminazioni sull'orientamento sessuale e identità di genere. Una pacchia. Il grimaldello perfetto per introdurre sotto mentite spoglie lo psicoreato in Italia, avendo il giudice giusto al posto giusto. Chi proverà a parlare men che bene dell'omosessualità rischierà di andare in galera, come in Brasile. La legge che faremo quando saremo noi ad avere la maggioranza. Una legge così quelli avrebbero dovuto bocciarla senza appello, muro contro muro, guerra sui giornali, scontro al calor bianco.
N.2: Ma invece l’hanno solo modificata.
N.1: Quella cretina della Concia, invece di buttare tutto a mare urlando all’omofobia, s’è messa a trattare e a negoziare e alla fine hanno approvato l’aggravante penale in Commissione Giustizia. Grave errore. Un’occasione polemica sprecata.
N.2: E allora che si fa?
N.1: L’unica speranza è che quei fessi si accorgano che il testo parla di orientamento sessuale senza spiegare cos’è l’orientamento sessuale. Penso che...
N.2: Aspetta, mi stanno telefonando proprio adesso. Pronto Numero 6, come vanno le cose lì in aula alla Camera? Dicci che sta succedendo! Vogliamo informazioni! Cosa? Ah! Fantastico!
N.1: Che succede?
N.2: Dice che l’UDC ha avanzato la pregiudiziale di incostituzionalità per il fatto che orientamento sessuale è un’espressione troppo vaga mentre la Costituzione dice che una legge penale deve essere comprensibile.
N.1: Bene. Pronti a urlare al regime clerico-fascista.
N.2: Aspetta... dice che la Concia ha proposto di rinviare il testo alla Commissione Giustizia per aggiustarlo e specificare la formula!
N.1: Cosa? Ma che si è messa in testa quella cretina! Ordina a Numero 6 di fermarla, altrimenti gli sposto il collegio elettorale in un villaggio sperduto! Nessuna richiesta di rinvio! Nessuna discussione politica!
N.2: Subito. Ecco fatto. Aspetta... Ecco. Benissimo!
N.1: Allora?
N.2: Tutto ok. Ci siamo opposti al rinvio e abbiamo detto o così o niente. A questo punto il PDL ha appoggiato l’UDC e ha votato contro. La proposta di legge è caduta. Il PD ha perso.
N.1: Perfetto.
N.2: Dice che la Concia sta piantando un casino che non finisce più e inveisce pure contro di noi.
N.1: Lasciala strillare. Quella non ha ancora capito come si fa politica. Con questa cosa potremo fare almeno per una settimana i titoloni di giornale contro Berlusconi e la Chiesa.
N.2: A proposito, dice che la Binetti ha votato contro.
N.1: Grandioso. Forse è la volta buona che ce la leviamo di torno.
N.2: La facciamo espellere?
N.1: Ma sei cretino? Deve essere lei ad andarsene per incompatibilità personale. Se siamo noi a cacciarla, i cattolici del nostro partito potrebbero sospettare che vogliamo solo i loro voti ma non le loro idee, che li trattiamo da utili idioti.
N.2: Sarà, ma io una dichiarazione sulla libertà di coscienza penso sia il caso di farla.
N.1: Tu sei proprio un cretino. Penso che sia ora di cambiare un’altra volta il Numero 2…
Perchè Dovrei?
No, sul serio, perché dovrei votare PD? Perché dovrei col mio voto mandare a Bruxelles parlamentari che, altre considerazioni a parte, non si sa neppure in quale gruppo europeo andranno a lavorare? Io non l’ho mica capito. Qualcuno me lo spiega per favore? Andranno nel PSE socialista? Andranno nell’ALDE liberaldemocratico? I pochissimi che sognavano il PPE sono stati coperti di pece e piume? Boh. Sono andato sul sito del PD a leggere il loro programma per le europee: non lo vedo scritto. In rete ho trovato solo un articolo di Repubblica datato 3 giugno dove c’è scritto che sono “verso una soluzione”, fanno un nuovo gruppo, l’Alleanza dei socialisti e dei democratici. Non ho capito che roba è. L’accordo non è stato ancora dichiarato, però è raggiunto. Ah. Mi devo fidare? Ma poi scusate, si vota domani e dopodomani e voi siete ancora “verso” una soluzione? E vi riducete all’ultimo giorno per far capire agli elettori dove mandare gli eletti? Come gli studenti che studiano il giorno prima gli argomenti da portare all’esame di maturità. Ma che avete fatto fino a questo momento, di che cosa discutevate, in quali faccende di prioritaria urgenza ed importanza per il bene del Paese eravate tremendamente occupati?
Ah, già. Parlavate delle mutandine di Noemi.
Ciarpame
Considerazioni sparse sulla grande crisi politica che l’Italia sta affrontando.
Complotto. Fossi complottista, penserei che Berlusconi abbia organizzato tutto quanto per tempo in vista delle europee, concordando con la sua signora cosa dire e come dirlo. Perché da questa vicenda lui ha solo da guadagnarci e i suoi avversari hanno solo da perderci (vedi sotto).
Poiché però non sono complottista, mi limito a pensare che Miriam Raffaella Bartolini abbia agito sua sponte, e che semplicemente suo marito ne abbia approfittato.
Chic, radical chic. C’è questo gustosissimo articolo di Fausto Carioti che spiega benissimo, a chi sa leggere tra le righe, perché la sinistra non può che farsi male a riconoscersi nel personaggio di Veronica Lario. E una certa sinistra non potrà certo resistere alla tentazione di farne “una di noi”. Io, semplicemente, mi chiedo cosa possa sentire in comune con la signora Lario – per dire – la moglie di un cassaintegrato, che magari ha abortito non perché il bambino era malato ma perché non si potevano permettere un altro figlio.
Poi non capiscono perché gli operai votano a destra. E certo che non lo capiscono.
Cattolici. Vari giornali laicisti parlano eccitati e sottilmente speranzosi di una disaffezione dei vertici ecclesiastici verso il Presidente del Consiglio.
Come al solito, da quelle parti non hanno capito proprio un accidente della Chiesa.
Non è che alla CEI e alla redazione di Avvenire si sono svegliati l’altra mattina stropicciandosi gli occhi e apprendendo con sorpresa che Berlusconi è un trombeur de femmes. Semplicemente, la situazione politica attuale ci mette di fronte ad un triste dilemma: è meglio un politico puttaniere che sulla famiglia legifera in modo quantomeno accettabile, o un politico fedele e morigerato che legifera in modo deleterio per la società? Certo, l’ideale sarebbe un leader politico che riunisse l’una e l’altra qualità. Ma in questo momento non ce l’abbiamo, ed anzi è lecito sospettare che di politici santi non ne vedremo mai. In altri tempi si è pensato di applicare la ricetta di Platone (cioè, se i governanti non riescono a essere buoni, allora siano i buoni a farsi governanti) e affidare alla Chiesa il potere temporale, ma non ha funzionato e non poteva funzionare: come dicono due assiomi Bene Gesserit, il potere corrompe e il potere assoluto corrompe in modo assoluto ed inoltre il potere non soltanto corrompe, ma attira i corruttibili. A fare politici i chierici non si migliora la politica, si peggiorano i chierici.
E allora che si fa? Alla CEI e ad Avvenire credono che sugli argomenti famiglia e bioetica questo governo sia preferibile al precedente (su altri argomenti è da discutere), e si regolano di conseguenza. Un conto è il Berlusconi uomo peccatore, a cui vanno tirate le orecchie come a chiunque altro e che non ha diritto a sconti in confessionale, un altro è il Berlusconi politico a cui ci si adatta se al momento non c’è di meglio.
Mi sembra un modo di ragionare laico. Forse è per questo che i giornali laicisti non lo capiscono.
Coerenza. Nella neolingua del mondo di 1984 esistono aggettivi che hanno un significato ambivalente: se applicati ad un amico sono un complimento, se applicati ad un nemico sono un insulto. Lo stesso vale per i concetti etici: sono buoni o cattivi a seconda della convenienza politica del momento.
Per esempio, la libertà sessuale è certamente un valore: ma se stiamo parlando di Berlusconi, ecco che l’accompagnarsi ad allegre signorine diventa un peccato capitale. Se poi per astratta ipotesi codeste donne libere fossero anche di poco minorenni, la cosa sarebbe sicuramente una mostruosità: e invocano il boia mediatico proprio quelli che lottano per il diritto dei giovani a fare le proprie esperienze sessuali, tant’è che dobbiamo garantire i preservativi nelle scuole e l’aborto senza dirlo ai genitori. E così via.
Moralisti senza morale, la sobrietà lasciatela predicare agli astemi, non agli ubriachi.
Le mutazioni genetiche
Nel post precedente avevo commentato la paradossale ironia della storia per cui a quelli che volevano convincere i cattolici a diventare sostanzialmente non-cattolici, in nome della modernità, adesso non va proprio giù che la sinistra debba diventare ciò che (secondo loro) è sostanzialmente non-sinistra, proprio in nome della modernità.
Questo però mi porta a chiedermi: che cosa significa essere di sinistra? Qual è il limite che caratterizza ciò che è il pensiero di sinistra rispetto a ciò che non lo è, quali sono i “valori non negoziabili” della sinistra? E chi è che ha l’autorità riconosciuta per stabilire cosa è o non è di sinistra?
L’articolo di Sansonetti che commentavo individua e descrive sinteticamente quattro punti fermi, quattro “idee-forza” che qualificano la vera sinistra (ricordiamo che per Sansonetti, e per tutti i pensatori di quell’area politica, il PD non è altro che una pseudo-sinistra). Ovvero:
“Primo, il recupero del valore del lavoro, come elemento essenziale di una società produttiva, e quindi la lotta aspra contro l’idea che il lavoro sia solo una variabile dipendente del profitto e della competizione.
Secondo, il sostegno alle lotte per rovesciare lo strapotere maschile, e dunque una idea di società non più dominata dal patriarca, e quindi dalla gerarchia, e quindi dai simboli essenziali del pensiero maschile (potere, gerarchia, dominio, ordine, autorità, eterosessualità, tradizione).
Terzo, la mobilitazione per imporre uno stile di vita, in occidente, che riduca drasticamente i consumi e impedisca lo smantellamento degli equilibri della natura.
Quarto, l’affermazione del principio di uguaglianza, e cioè quell’idea che gli esseri umani hanno tutti la stessa dignità e gli stessi diritti (idea che io, personalmente, prima ancora di leggere Marx avevo imparato al catechismo, e che ormai, invece, è considerata una bestemmia estremista...). E quindi che il problema - ad esempio - delle grandi migrazioni, va affrontato dal punto di vista dei diritti dei migranti e non da quello dell’ordine pubblico.”
Ora, vorrei innanzitutto che i lettori si chiedessero se in questo elenco di idee-forza manca qualcosa. Un’idea che una volta significava parecchio, anzi forse quasi tutto, e che adesso pare stranamente scomparsa dall’orizzonte intellettuale della sinistra. Pensate un attimo a quale possa essere questa idea, mentre io commento brevemente i valori non negoziabili della sinistra sansonettianamente intesa.
Primo, il lavoro. Ma io non capisco: forse che il lavoro non è già considerato essenziale nella nostra società, “Repubblica democratica fondata sul lavoro”? Forse che il modello sociale liberista, che Sansonetti odia (e neanche a me garba, e perfino Tremonti ne delucida i pericoli), non si regge proprio sul lavoro come motore dello sviluppo e fonte di sostentamento dei propri divertimenti liberamente autodeterminati, hard work hard play? Probabilmente Sansonetti si rifaceva all’antico tema del conflitto tra lavoro e capitale, inteso proprio come conflitto di classe tra lavoratori e capitalisti: ma allora perché non l’ha messa in questi termini?
Secondo, la “lotta al pensiero maschile”. Poveri noi: un insieme eterogeneo di concetti alla rinfusa, identificati a forza a forza con il pensiero maschile. La gerarchia è maschile: Sansonetti non ha mai sentito parlare del matriarcato. L’eterosessualità è maschile: Sansonetti non ha mai conosciuto una donna eterosessuale, non ha mai sentito di un omosessuale che si consideri cionondimeno un uomo (e leggiti Proust!). La tradizione è maschile: tiè, ti sta bene che la modernità che hai tanto idolatrato adesso ti si rivolti contro.
Terzo, l’ecologismo e l’anti-consumismo. E a me va pure bene, ma non vi sfugga che il nostro parla disinvoltamente di “imporre uno stile di vita”: la qual cosa, se ne deduce, è male se fatta dai cattolici ma è bene se fatta dai comunisti. Buono a sapersi.
Quarto, l’uguaglianza. E questo è un vecchio classico della sinistra: si potrebbe discettare se uguali diritti voglia dire pari benessere o pari opportunità, o che l’uguaglianza degli esseri umani è un concetto inutile finché non si definisce cos’è un essere umano; ma si può dire che l’accento sull’uguaglianza è una idea-forza di sinistra, rispetto all’accento sulla differenza che caratterizza la destra. In realtà entrambe queste idee in sé sono astrattamente esatte, perchè gli esseri umani sono per certi versi uguali e per altri versi differenti; ed entrambe queste idee possono essere pervertite e corrotte. È idea di sinistra giusta che gli esseri umani abbiano uguali diritti fondamentali come la vita e la libertà; è idea di sinistra sbagliata che tutti debbano ricevere allo stesso modo a prescindere dal merito. È idea di destra giusta che ciascuno guadagni in relazione a quanto merita, e chi merita di meno, peggio per lui; è idea di destra sbagliata che il benessere di alcuni dipenda da privilegi di classe o di razza che non si è meritato.
Ma la cosa che più mi colpisce di questa sinistra tassonomia è la mancanza dell’idea di comunità: l’idea che la società non sia semplicemente una miriade di individui che interagiscono tra loro, ma un insieme organico che ha un’identità sua propria. Tutela dei lavoratori, modernismo socio-sessuale, ecologismo, uguaglianza... eppure, da questa costituzione dogmatica dell’ortodossia di sinistra, manca proprio ciò che sarebbe lecito attendersi da una politica che abbia la pretesa di definirsi socialista o addirittura comunista: manca la critica all’individualismo.
Ma perchè dovrei sorprendermi? Da tempo la sinistra ha abbandonato, prima nella pratica e poi nella retorica, la critica a quel che un tempo si sarebbe chiamato “individualismo piccolo-borghese”. Una volta era considerato come un (dis)valore di destra, ora lo si trova anche a sinistra. E mentre potrei rozzamente dividere la destra tra un filone individualista-liberale-liberista (penso in primis ai radicali, ma anche a Feltri o Biondi oppure Ostellino) e un filone di destra sociale (Storace, Alemanno e dintorni), e resterei nel dubbio su quale sia attualmente il contingente più numeroso, devo riconoscere che a sinistra abbondano molto più coloro che di fatto sono individualisti (a prescindere dai richiami di maniera al comunismo) rispetto a coloro che conservano ancora un sostanziale pensiero sociale. Anzi, il paradosso è che quanto più vado a “sinistra” tanto più vi trovo un individualismo soggiacente, mentre le uniche tracce di concreto pensiero comunitario ormai riesco a ravvisarle solo in posizioni che sono considerate di centrosinistra o centro-centro-sinistra. Che il comunismo sia ormai morto è certificato dal fatto che i cosiddetti comunisti, come l’esemplare sopra citato, sanno parlare dei diritti solo in chiave antropologicamente liberista.
A questo punto mi chiedo: ha ancora senso, oggi, parlare di “destra” e “sinistra”? Se faccio una ricerca veloce sull’origine di questi due termini, scopro che questa polarizzazione politico-geometrica dura da poco più di due secoli, fin dai tempi in cui in Francia i conservatori e radicali siedevano ai capi opposti dell’emiciclo degli Stati generali convocati dal Re, e si consolida durante
Sorpresa: scopro che la sinistra è nata individualista, e poi è diventata socialista. Adesso il cerchio si è chiuso.
Comincio a sospettare che non solo non abbia più senso parlare di “destra” e “sinistra” in termini assoluti, ma che non l’abbia mai veramente avuto; che queste parole siano diventate oramai etichette inutili, anzi fuorvianti.
Povero Sansonetti, che crede di essere ancora comunista.
Penso che questo weekend, se riuscirò a trovare un po’ di tempo, rivedrò uno dei miei film preferiti…
I lefebvriani del comunismo
«C’è un grande turbamento in questo momento nel popolo di sinistra, e ciò che è in questione è il pensiero di sinistra. Capita ora che mi ripeta la frase oscura di Marx nel Capitale: Quando il sol dell’avvenire trionferà, troverà ancora la sinistra sulla terra? Capita che escano degli articoli in cui la sinistra è in ritirata su punti importanti, che i politici ed intellettuali di sinistra tacciano, che non si trovino strani questi articoli. Questo, secondo me, è strano. Rileggo talvolta il Capitale che parla della fine del capitalismo e constato che in questo momento emergono alcuni segni di questa fine. Siamo prossimi alla fine? Questo non lo sapremo mai. Occorre tenersi sempre pronti, ma tutto può durare ancora molto a lungo. Ciò che mi colpisce, quando considero la sinistra, è che all’interno della sinistra sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non di sinistra, e può avvenire che questo pensiero non di sinistra all’interno della sinistra diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della vera sinistra. Bisogna che sussista una piccola percentuale di comunisti, per quanto piccola esso sia».
(piccolo concorso-quiz: il primo che indovina chi fu a dire queste parole, vince un racconto “inedito” del sottoscritto!)
“Sinistra, se sei seria diventa di destra...”
Questo editoriale di Sansonetti su Liberazione merita un’attenta lettura, perchè dice molto, soprattutto tra le righe, di dove e che cosa è oggi la sinistra cosiddetta massimalista.
Sansonetti parte da una critica ad un precedente editoriale del Riformista, “La Roma dei Rom e la sinistra californiana”. Al Riformista è finalmente tornato Polito (alleluia), e si vede:
“Finché la sinistra sarà moscia col crimine, che colpisce le donne, i deboli e i poveri; finché odierà i Suv, che sono il sogno di ogni artigiano del Nord; finché dirà che l’unico pasto civile è lo slow food in un ristorante organico e carissimo mentre i nostri ragazzi affollano i McDonald’s; finché ci proporrà di continuare ad appendere i panni sulla strada invece di asciugarli nelle centrifughe per non consumare troppo; finché sarà così, sarà una sinistra nella migliore delle ipotesi californiana, fatta cioè per un mondo che -ahinoi- non è l’Italia. E per quanto Roma abbia i suoi californiani, quelli che vivono in centro senza panni stesi, non prendono il trenino alla Storta come la povera ragazza stuprata, e possono fare a meno del Suv perché si muovono in taxi, non sono abbastanza per vincere le elezioni.”
Bene, tutto questo a Sansonetti – il quale dirige il giornale che è la propaggine editoriale di ciò che fu Rifondazione Comunista, e dunque è egli stesso un comunista non pentito ma solo “rifondato” – fa girare ampiamente le scatole: “Capite qual è la proposta del riformista? Che la sinistra si allinei alle idee di destra, e in questo modo recuperi consensi e modernità”. Lui è uno di quelli che il 14 aprile hanno sbattuto la testa, e adesso sono obbligati a chiedersi a) dove hanno sbagliato, e b) cosa devono fare per recuperare consenso. Ebbene, la sua risposta alla a) è semplicissima: è Veltroni che ha fatto il disastro, per aver fatto correre la “moderna sinistra riformista” del PD da sola e abbandonato la sinistra massimalista al suo destino, perdipiù cannibalizzandola con la propaganda del voto utile.
Però, per Sansonetti la distinzione tra sinistra riformista e sinistra massimalista non ha senso: solo la seconda è vera sinistra. Il PD veltroniano non è una “sinistra moderna”, ma una destra camuffata da sinistra, una pseudo-sinistra che ha svenduto il suo essere sinistra per essere accolta nel salotto buono della modernità. In questo si rivela la miopia politica dell’estremista: incardinato nel suo punto estremo, guarda e valuta tutto ciò che non coincide con tale punto come se fosse sostanzialmente la stessa cosa, come un telecopio egocentrico che non è interessato a quanto le stelle distano tra loro ma solo a quanto distano dall'osservatore. Tutto ciò che è diverso da A merita a malapena di essere classificato come B, C, D, eccetera: è semplicemente non-A, e tanto basta. Sansonetti è capace all’occasione di parlare di Veltroni Casini Berlusconi Fini Bossi e Storace come fossero la stessa cosa, e in effetti dal suo punto di vista quasi lo sono davvero.
Ma ecco, è proprio qui che si manifesta una grandiosa vendetta della storia, su cui vorrei attirare l'attenzione. Perchè quelli come Sansonetti, che adesso imparano quanto sa di sale il pane della modernità, sono gli stessi che per lungo tempo sulla retorica della modernità inarrestabile, del cambiamento, del rovesciamento della tradizione, ci hanno costruito tutta la loro ideologia politica; e in particolar modo hanno brandito le magnifiche sorti e progressive come arma contro
Azzardo un paragone temerario: le argomentazioni di Sansonetti contro il riformismo sono, mutatis mutandis, in un certo senso simili a quelle che un cattolico “integralista” potrebbe avanzare nei confronti del cattolicesimo “democratico” e “conciliare” sponsorizzato da quell’intelligenjia che si è ben saputa coltivare i suoi utili idioti per far entrare il fumo nel tempio. E già: quante volte abbiamo letto e sentito accorati appelli alla Chiesa affinché entrasse nella “modernità”, accettasse il “dialogo” e rinunciasse ai “dogmi”, applicasse la “nuova pentecoste” del Concilio Vaticano II e abbandonasse le sue idee obsolete e contrarie al “progresso”... Quanti rigorosi sondaggi ci hanno dimostrato che “il popolo cattolico” oggi non segue le idee della “gerarchia ecclesiastica”, la pensa a modo suo, e perciò
Ebbene: ecco che ora, sorpresa sorpresa, la sinistra massimalista si trova improvvisamente a stare dall'altra parte dello spartiacque della “modernità”, ad essere percepita a sua volta come superata e conservatrice. Buona parte del popolo comunista o veterocomunista o postcomunista o comesichiama ha abbandonato la nave: chi ha risposto al richiamo alle armi del voto utile e ha votato Veltroni, chi si è astenuto in quanto schifato dalla notte di una politica dove tutte le vacche sono ugualmente e schifosamente nere, e chi ha addirittura votato Lega perchè – mirabile sintesi, rozza ma efficace, attribuita ad un ineffabile operaio di Mirafiori – “ormai la sinistra pensa solo a froci e zingari e per i lavoratori non ha fatto niente”. I comunisti sono allo sbando e si chiedono che fare adesso. Dobbiamo fare autocritica? Dobbiamo cambiare? Dobbiamo “aggiornarci”?
Ma l’atteggiamento di Sansonetti al riguardo è adamantino: non si cambia nulla. Il suo astio verso Veltroni e il PD è degno di quello di un lefebvriano verso Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano II; Liberazione sta al Riformista come La Tradizione Cattolica sta a Jesus. Per Sansonetti l’aggiornamento è una roba che va bene solo per
Insomma, vedete? A quelli che volevano convincere i cattolici a diventare sostanzialmente non-cattolici in nome della modernità, adesso non va proprio giù che la sinistra debba diventare sostanzialmente non-sinistra in nome della modernità.
Al destino, come sappiamo, non manca il senso dell’ironia.
Caro Sansonetti, che ti devo dire? Benvenuto nel club degli obsoleti, di quelli che la modernità vogliono interpretarla ma non subirla, di chi pensa che le idee non sono nuove o vecchie ma solo giuste o sbagliate. Forza, ripetiamo insieme: resistere, resistere, resistere.
* e ci sarebbe pure da commentare quali sono, e quali non sono, queste idee-forza che per Sansonetti caratterizzano la sinistra rispetto alla pseudo-sinistra e alla destra. Ma ne parliamo un’altra volta.
Ce ne sarebbero di cose da dire su queste elezioni, ma ora ho solo il tempo per un commento veloce. Volete sapere perchè i comunisti e i socialisti sono (finalmente) scomparsi dal Parlamento, e una buona fetta dei suoi tradizionali sostenitori ha votato Lega o PDL? Leggetevi quest’intervista a Rina Gagliardi:
D. Le propongo una riflessione: e se la sinistra avesse perso il voto operaio perchè ha perso di vista i bisogni primari della società inseguendo i bisogni secondari - le esigenze di libertà sessuale e diritti civili - di esigue minoranze? Non potrebbe essere questa una delle chiavi di lettura della vostra sconfitta?
R. Non condivido la sua interpretazione, non penso sia questo il problema. Gli operai non sono disinteressati ai problemi dei diritti civili. Ci può essere anche dentro il mondo operaio una componente omofobica...
D. No, mi scusi: io non ho parlato di omofobia operaia. Ipotizzavo che le priorità del ceto operaio non siano la tutela delle differenze di genere ma per esempio il salario o una politica per le famiglie.
R. Ma la sinistra non ha mai posto la questione operaia dopo i diritti civili. Se questo è apparso è perchè spesso i media deformano la realtà. Dai nostri programmi e dai nostri comportamenti parlamentari non abbiamo mai derubricato la questione operaia, l'abbiamo sempre tenuta al primo posto. Poi è vero: non siamo stati capaci di essere dentro il popolo operaio, di rappresentare il suo conflitto e il suo disagio, ma questo è un altro discorso.
“Spesso i media deformano la realtà”: detto dalla Gagliardi, che ha passato tutta la vita a lavorare nei giornali comunisti, significa qualcosa.
v-day
Diceva Platone, se non ricordo male, che la cosa migliore sarebbe che i filosofi diventino re; tuttavia, essendo la cosa abbastanza improbabile, che almeno siano i re a diventare filosofi.
Oggigiorno, mutatis mutandis, una delle cose peggiori che possono capitare è che i politici diventino buffoni; ed essendo la cosa abbastanza probabile, è logico e consequenziale che per reazione i buffoni diventino politici.
Premesso tanto sopra, giusto per inquadrare filosoficamente il tutto, qualche veloce considerazione sul caso Grillo…
(continua a leggere sull’Esagono)
Dal padre-padrone al padre-demiurgo
(ovvero: stiamo diventando degli oggetti, simili agli oggetti)
Di tutti gli errori che i genitori possono compiere nei confronti dei figli, uno dei peggiori è sicuramente quello di voler imporre loro il tipo di vita da vivere: “devi studiare quello che dico io, fare il mestiere che dico io, frequentare gli amici che dico io, pensare come dico io”. Nel nostro passato non troppo remoto, che altrove è un attualissimo presente, non era inusuale avviare i figli a un matrimonio combinato, oppure a un’indesiderata vita di celibato.
Con questo non voglio negare il diritto-dovere dei genitori all’educazione dei figli (anche se sarebbe interessante indagarne i limiti), né voglio negare che i genitori possano e debbano dare buoni consigli ai figli su come vivere e come ragionare, cosa studiare e quale lavoro fare, quali persone scegliere come amici o come consorti. La differenza tra consigliare e imporre qualche volta è evidente, altre volte è sottile, e tutto si complica perché già il puro semplice comunicare correttamente tra genitori e figli di solito richiede in sé uno sforzo non indifferente, e non abbiamo neppure cominciato a considerare se oggettivamente la scelta del figlio sia migliore di quella che il genitore vuole per lui o viceversa o invece sia solo questione di attitudini personali (per esempio, se il genitore tassista sogna un futuro da tassista per il figlio che vuole fare il meccanico, questo non ci dice se il mestiere del tassista sia in sé più onorevole di quello del meccanico o viceversa; ma che dire del caso in cui un genitore non voglia che suo figlio faccia lo spacciatore, o che un truffatore non voglia che suo figlio sia uno di quei fessi che si guadagnano la vita onestamente?).
Insomma, è cosa certa che provare a essere buoni genitori è difficilissimo, ed essere figli di quei genitori che non ci riescono o non ci provano neppure è altrettanto difficile. A questa certezza ne aggiungo un’altra: la famiglia non va difesa soltanto dai suoi nemici “esterni”, cioè le istanze politico-culturali che oggigiorno mirano a manipolarne il significato o a distruggerlo del tutto, ma anche da ciò che la minaccia “dall’interno” – dal familismo, cioè quando la famiglia viene meno al suo dovere educativo: quando, invece di dare al figlio le necessarie lezioni di vita affinché in futuro sappia esercitare bene la sua autonomia, la famiglia limita la sua libertà e prolunga la sua dipendenza dal cordone ombelicale oltre i limiti del dovuto.
Qualche decennio fa, la nostra cultura ha vissuto lo shock del ’68. Non voglio fare divagazioni di storia o di sociologia: ricordiamo solo che fra i temi portanti c’erano la critica all’autoritarismo (che divenne presto critica all’autorità a prescindere), la lotta contro la figura del padre-padrone (e poi per estensione alla figura del padre e basta), l’avversione al familismo (che avrebbe finito per minare le basi della famiglia in sé). Sia chiaro che io non ho molta stima del ’68, ma al tempo stesso penso che alcune cose di quel movimento partissero da istanze di base anche condivisibili, che erano però corrotte dalla stupidità e dall’immaturità, e così in molti ambiti si passò da un eccesso all’altro e da un errore all’errore opposto.
Quel che resta oggi del ’68 appare in una nuova luce, se si fa caso al fatto su cui adesso vorrei richiamare l’attenzione: la tentazione di plasmare i figli a propria immagine e desiderio oggigiorno ha guadagnato una nuova e subdola veste, quella dell’eugenetica, pratica già nota in passato ai lacedemoni e ai nazionalsocialisti. Il genitore oggi ha non solo la possibilità di pianificare attentamente la vita del figlio (almeno finché il figlio non è capace di dissentire, e se necessario anche ribellarsi): può costruire, sempre più in dettaglio, il figlio stesso. Può decidere che il figlio deve raggiungere un certo standard qualitativo, e può scartare una versione malriuscita per poi produrne un’altra, e magari scegliere da un intero set di possibili prodotti. Con gli opportuni test è possibile conoscere in anticipo, e dunque decidere per via selettiva, il sesso del figlio; in caso di provenienza esterna della materia prima genetica, si può effettuare un accurato shopping e decidere il colore della pelle, degli occhi, dei capelli, tenendo anche conto delle probabilità circa i parametri tecnici come l’altezza o il peso o l’intelligenza o la costituzione fisica. Sul mercato abbondano le offerte commerciali, e per chi può permetterselo non c’è che l’imbarazzo della scelta. Tutto si può comprare, al giusto prezzo.
Questa fenomeno i filosofi lo definiscono come “reificazione antropologica”, che tradotto in linguaggio comprensibile ai più vuol dire: le persone stanno diventando cose, prodotti tecnologici, beni di consumo, merci da costruire e vendere e comprare. E a pensarci bene questa situazione in sé non è neanche una novità, perché la degradazione delle persone a oggetti è sempre stata presente nella storia: la schiavitù, la prostituzione, lo sfruttamento intensivo della classe lavoratrice che caratterizzò
Insomma: l’uomo ha sempre avuto la voglia di ridurre a cosa gli altri uomini. Homo homini res. Di nuovo nella nostra epoca ci sono le modalità, l’intensità, le opportunità della reificazione offerte dalle possibilità smisurate della tecnica.
Chi ha letto qualche settimana fa sul Corriere un’intervista ad Umberto Veronesi, questo sorridente e telegenico mad scientist ** , ha avuto la possibilità d’intravedere qual è il brave new world auspicato dall’elegante scienziato *** : “le differenze tra uomo e donna si attenuano e gli organi della riproduzione si atrofizzano. Questo, unito al fatto che, tra fecondazione artificiale e clonazione, il sesso non è più l’unica via per procreare, finirà col privare del tutto l’atto sessuale del suo fine riproduttivo”; cioè in sostanza un mondo in cui i figli non sono procreati alla vecchia maniera, fatta di sbuffi e gemiti e palpiti e magari piacere e qualche volta addirittura amore, ma sono prodotti dalla tecnica e venduti ai genitori (a quelli che potranno permettersi di pagare il prezzo, s’intende, e pertanto avranno ben il diritto di decidere la vita del figlio!). Un mondo in cui avranno propri diritti soltanto i sani, i belli, gli intelligenti, i perfetti; tutti gli altri invece essendo subordinati alle volontà di chi dopotutto paga, oh!, e perciò i malati e gli stupidi e i deformi e gli imperfetti esisteranno se mai soltanto grazie alla decisione octroyé *** * , gratuita e non dovuta, di qualcun altro che arbitrariamente stabilirà se la loro vita sarà degna di essere vissuta.
Un mondo, guarda caso, in cui gli scienziati come il suddetto U.V. avranno più potere di quanto i re di ogni impero e gli intellettuali di ogni scuola e i politici di ogni partito e i preti di ogni religione ne abbiano mai avuto, tutti assieme, in tutta la storia dell’umanità (mica scemo, il succitato scienziato).
E qui torniamo a quel resta del ’68, al suo completo fallimento e auto-tradimento, e a un apparente paradosso politico. Chi è che oggi in Italia sostiene politicamente e culturalmente la reificazione antropologica? Se riusciamo a orientarci un poco nel folle labirinto della politica italiana, vediamo che sono da una parte i radicali, e dall’altra i vari partiti e partitelli eredi del comunismo.
Quanto ai primi, non c’è meraviglia: i radicali sono l’espressione più sincera della Destra “storica” e originaria, ultra-individualista, ultra-utilitarista, che riduce ogni società a mercato consumistico e ogni rapporto sociale a negoziazione economica tra contraenti egocentrici, e perciò è scontato che la loro utopia sia il mondo dell’uomo-merce e dell’utero-fabbrica. In questo mondo gli individui devono essere sani e belli e perfetti, perché altrimenti non sarebbero abbastanza consumatori: è il mercato stesso ad esigere che gli unnutze Esser *** ** , quelli che non vanno bene né come produttori né come compratori, siano scartati. *** ***
Ripeto: che i radicali da destra vogliano un mondo simile, non stupisce. Ma i comunisti, i veterocomunisti, i postcomunisti, gli excomunisti, i socialisti, insomma quelli che fanno
Note, perché sono tanto tanto prolisso e verboso
* e segnaliamo che la reificazione non riguarda soltanto gli esseri umani, ma anche gli animali. In realtà ogni epoca molta gente ha considerato gli animali alla stregua di utensili da lavoro o giocattoli per divertimento, ma la teorizzazione ufficiale e culturalmente “alta” del loro status di oggetti risale a circa quattro secoli fa, quando Cartesio li definì amabilmente “macchine biologiche”. Da qui derivano le problematiche contemporanee degli OGM, della crescente difficoltà nel distinguere tra impresa agricola e impresa commerciale (e come mi affaticavo, quando studiavo diritto commerciale, su quel complicatissimo articolo duemilacentotrentacinque del codice civile…), degli allevamenti in batteria dove mucche e galline passano la vita chiuse in una scatola e ridotte a componenti di una catena di montaggio in cui sbiadisce la linea di demarcazione tra naturale e artificiale. Macchine biologiche, eccole qua. E dopo gli animali, ora è arrivato il turno degli esseri umani.
** http://it.wikipedia.org/wiki/Scienziato_pazzo dite che non ci assomiglia?
*** intrecciato con una simpatica elegia per l’amore verso i fanciulli di ellenica memoria (“nella Grecia classica, radice dell’Occidente di oggi, gli uomini non facevano mistero della passione per i ragazzi”), che l’articolo del Corriere descrive in termini abbastanza lusinghieri e però stranamente evita di chiamare con il suo nome preciso, che è pederastia. Forse per non ricordare al lettore che si sta parlando di una cosa molto simile e magari potremmo dire anche uguale alla pedofilia, la quale lupus-in-fabula è un’altra forma di riduzione dell’essere umano a cosa-oggetto di piacere?
*** * octroyé, “ottriato”, è un termine francese usato in diritto costituzionale per designare le Costituzioni e gli Statuti che erano graziosamente concessi dalla gentile autorità sovrana, esclusivamente a causa della sua incommensurabile soave generosità nei confronti dei suoi diletti sudditi, e non perché il popolo in quanto tale avesse dei diritti suoi propri. Octroyé è un concetto che pensavamo la democrazia avesse definitivamente obliterato: già, poveri illusi.
*** ** “mangiatori inutili”, nella definizione consegnata alla storia da un famoso politico tedesco del secolo scorso, durante gli anni ’30 e la prima metà dei ‘40.
*** *** e il numero di questi consumatori non può essere troppo alto, perché un mondo a risorse limitate non può garantire su larga scala il lussuoso tenore di vita a cui ormai non si sa rinunciare e senza il quale non si concepisce neanche come si possa vivere. Questo è il nucleo nascosto di tutta la retorica sulla sovrappopolazione, il rientro dolce, i “diritti riproduttivi”: il concetto che se ci sono meno persone, io posso mangiare una fetta di torta più grande.
*** *** * la soluzione del paradosso, che metto in nota perché magari e pure giustamente dopo questo post-mattone non tutti hanno la forza e la voglia di leggersi pure la confutazione breve del materialismo dialettico, consiste giustappunto nel materialismo stesso e precisamente nella sua intrinseca contraddittorietà rispetto alle geremiadi comuniste sul povero proletariato sfruttato-represso-calpestato-odiato-e-ti-amo-Mariù. Se l’uomo è solo materia, tant’è che tutto quel che sembra andare oltre la materia in realtà con una sana e abbondante dose di analisi scientifica marxista risulta alla fine essere una sovrastruttura emanata dalla materia stessa a mo’ di peto quasi involontario e un po’ ridicolo, allora di che accidenti vogliamo stupirci se poi i capitalisti trattano i lavoratori come schiavi e merce forza-lavoro? E insomma, signori marxisti, siamo o non siamo cose? Questa nuova veste tecnologica della reificazione antropologica non è che un altro esempio di trasformazione della quantità in qualità, suvvia!
Insomma, il materialismo di sinistra alla fine sposa in perverso connubio il materialismo di destra, officiante il gran sacerdote del dio-scienza U.V. (che alla celebrazione legge testi sacri scritti dal filosofo E.S., uno che quando parla di Tecnica e Nulla lo senti che pronuncia la maiuscola, ma proprio con le orecchie lo senti). Aveva capito tutto Agusto Del Noce, che aveva predetto per tempo l’eterogenesi dei fini che attendeva al varco il marxismo – ma quale sol dell’avvenire di ‘sto cazzo, posso scriverlo?, e dai che lo scrivo che tanto siamo alla settima nota e alla duemilacentodecima parola e scommetto che la metà di voi ha già smesso di leggermi da un bel pezzo e la metà dell’altra metà non mi ha letto proprio – e la trasformazione del Partito Comunista in un partito radicale di massa: il suicidio della rivoluzione, tiè, davvero.
Tanto meglio tanto peggio
Ormai abbiamo capito qual è la tattica che il centrodestra ha deciso di utilizzare contro Walter Veltroni, se non altro per arginarne il più possibile l’effetto rinforzante sul sempre più traballante governo Prodi. Le critiche rivolte al discorso del Lingotto e ancor più al personaggio-Walter non si appuntano tanto sul merito, ché in effetti si tratta in non piccola parte di idee sostenibili e sostenute pure dal centrodestra, ma su altri imponderabili fattori quali “lo stile” oppure “il buonismo” o anche “l’originalità”…
(continua a leggere sull’Esagono)
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questo blog è sideralmente distante dal concetto stesso di testata giornalistica, stante l’assoluta aperiodicità della pubblicazione dei post (sovente rari e lunghissimi), e mai e poi mai potrebbe essere considerato un prodotto editoriale ai sensi della legge 7 marzo 2001 n. 62. Questo blog occasionalmente pubblica immagini tratte dalla rete, citandone la provenienza se necessario; comunque, ove qualche detentore di diritti non fosse contento, mi faccia sapere e celermente rimuoverò. Questo blog ha installato un contatore visite, ma cerca di non guardarlo troppo spesso, per il resto non è interessato a raccogliere collazionare e conservare informazioni su luoghi e itinerari di provenienza dei visitatori, uno perché gliene tange relativamente poco e due perché non saprebbe come farlo, perciò per tutte le questioni di privacy rimanda alla policy di Splinder e stop. Questo blog vuole proteggere i propri diritti d’autore ut sopra descritto, perciò si prega non commettere plagi, naturalmente sono invece ben accette le citazioni con indicazione della fonte.
L’amore vuole amare. Anche se l’amore non è amato, che importa? L’amore ha bisogno di amare. L’amore deve amare. L’amore ama l’amore, l’amore ama amare l’amore, l’amore ama il suo amar amare l’amore in un crescendo vertiginoso esponenziale di amore per amore per amore che si moltiplica per sé stesso fino a non finire mai. L’amore autoreferenziale, autonecessitato, autonutritivo, autoesplicativo. L’amore come il serpente ouroburos degli alchimisti che si morde la coda. L’amore che realizza il moto perpetuo perché delle leggi della termodinamica se ne frega. L’amore è l’unica cosa che amando sé stessa non è mai egoismo, perché è sempre amore.