Un blog fuori dalle catacombe.
La fiaccola dell’anarchia

Amleto si chiama Jax ed è un motociclista con il look da Kurt Cobain, la Marlboro sempre accesa e la carica di vicepresidente del Club. Sua madre si chiama Gemma ed è una vera tamarra di provincia americana con la pistola nella borsetta, la menopausa in arrivo e la preoccupazione che il figlio segua nel Club le orme del suo attuale marito. Il quale si chiama Clay, è il presidente del Club e il boss della città e tratta l’uno e l’altra con pugno di ferro in guanto di velluto, anche se le mani cominciano a soffrire l’artrite perché la vecchiaia è una stronza senza cuore implacabile. Il fantasma è un libro scritto dal defunto padre di Jax, primo marito di Gemma e fondatore del Club, morto in circostanze ignote, il quale vi aveva riversato tutta la sua amara delusione per ciò che era diventato il suo Club. Jax trova il libro e comincia a leggerlo e a farsi troppe domande.
E il Club, il sogno di Jax da tutta la vita, il mitico Club, il Club è il Sons of Anarchy Motorcycle Club Redwood Original, detto anche SAMCRO o Sam Crow. Ufficialmente un club di hippy appassionati di motociclette, tatuaggi, sbronze, squinzie ragazze di facili costumi. Non ufficialmente una gang criminale che traffica armi, chiede il pizzo, picchia, ricatta, uccide. La loro storia è la storia di Sons of Anarchy, la serie televisiva creata da Kurt Sutter già creatore di The Shield, la cui trama si districa tra guerre di delinquenti ed echi scespiriani. Una storia di libertà, di prepotenza, e dei confini labili tra le due cose. Una storia in cui non ci sono né bianchi né neri, ma solo diverse tonalità di grigio, e tutti sono a un tempo corrotti e corruttori.
Ma soprattutto la storia del conflitto di Jax, diviso tra un lato violento che vuole assecondare la ferocia di Clay e un lato buono che vorrebbe riportare il SAMCRO nei binari dell’idealismo originario. All’inizio della serie la sua parte buona è come assopita ma successivamente, vuoi perché gli affari sporchi del Club si complicano e gli eventi precipitano, vuoi per l’influenza del dattiloscritto di suo padre, e vuoi perché Jax è appena diventato a sua volta papà, la sua coscienza si risveglia progressivamente. In tutta la prima stagione, durante ogni episodio, Jax legge dei passi del libro che lo fanno ripensare e guardare con occhi nuovi a ciò che ha visto e ciò che ha fatto e ciò che ha lasciato succedere, e non sono belle cose (es. cancellare il tatuaggio del SAMCRO dalla schiena di un traditore… CON LA FIAMMA OSSIDRICA). Il libro è il vero personaggio fantasma della serie, carico di sogni e sentimenti, utopie di libertà assoluta, tristezza per aver visto la perversione di questa libertà, ammaestramenti morali derivanti dall’esperienza.

Ma pensiamoci bene: poteva forse andare diversamente? È mai andata diversamente? No. Tutti i profeti della libertà assoluta hanno sempre lasciato in eredità al mondo la violenza: la libertà senza regole e senza morale, la libertà affidata solo all’arbitrio e al sentimentalismo dell’uomo (come massa o come individuo), è sempre diventata la libertà dei forti di sottomettere i deboli, e la libertà dei deboli di… essere sottomessi, derubati, sfruttati, torturati, ammazzati.
Nella storia la fiaccola dell’anarchia ha sempre fatto divampare l’incendio della violenza, e ad esserne bruciato è sempre chi non può replicare con altrettanta violenza. Succedeva ieri, succede oggi. Per questo temo chi parla di libertà ma non parla mai di responsabilità, perché o gioca con i fiammiferi o è un altro piromane.

Non praevalebunt
E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte degli Inferi non prevarranno contro di essa.
Mt 16, 18

(spoiler sul film, compreso il finale)
Era da molto tempo che non rivedevo I soliti sospetti. Riguardandolo l’altra sera mi sono reso conto di quanto poco questo film sia stato capito nel suo profondo significato metafisico, e non uso questa parola alla leggera.
Il film prende l’interrogativo chiave di tutti i gialli – chi è il colpevole? – e lo eleva all’ennesima potenza, focalizzandosi sul Colpevole per antonomasia e avvolgendo gli spettatori nella sua trama luciferina. La storia dei cinque delinquenti radunati nel confronto all’americana potrebbe essere la storia di chiunque, perché tutti quanti siamo sotto il segno del peccato e tutti nella nostra vita abbiamo di volta in volta cooperato al male, complici e vittime del Mentitore dal piede caprino (e perciò zoppo).
Kaiser Söze come il Diavolo: il mondo si rifiuta di credere alla sua presenza attiva e operante, proprio come fa comodo a lui. Sull’incredulità nella sua esistenza Kaiser Söze fonda il suo potere e ruba, complotta, inganna, manipola, uccide, e alla fine frega tutti.
E invece no.
Perché la verità ultima è un’altra: Kaiser Söze ha perso.
Non si capisce – e questo è il tocco più geniale e sopraffino del film – se non si fa estrema attenzione, ma una volta che si compongono tutti i pezzi del puzzle, la rivelazione è lì.
Kaiser Söze ha organizzato tutto per arrivare a uccidere l’informatore sulla nave, l’uomo che gli argentini volevano vendere agli ungheresi, il testimone che avrebbe potuto identificarlo e mettere fine al suo regno di terrore avvolto nell’ombra. E alla fine raggiunge il suo scopo, uccide il testimone, uccide tutti gli altri, distrugge la nave, e poi inventa una storia per raggirare il poliziotto Kujan che lo interroga. Povero stupido poliziotto Kujan, ossessionato dalla figura di Keaton, che vuole convincersi che sia lui il cattivo, e Verbal Kint gli dice quello che vuole sentirsi dire, mischiando abilmente cose vere e cose false. L’ideologia non è l’opposto della realtà, è esattamente quel tanto che basta di realtà mischiato con quel che serve di menzogna.
Ma quel che Söze non sa è che una fibra del suo piano perfettamente intessuto è andata fuori posto. Un ungherese è sopravvissuto all’esplosione della nave, coperto di ustioni e terrorizzato, ma cosciente e capace di descriverne l’aspetto a un poliziotto, il collega di Kujan. Il quale urla impotente la sua rabbia, dopo aver capito troppo tardi di essere stato ingannato, ma non sa – e soprattutto non lo sa Kaiser Söze, che si allontana ignaro del suo fallimento – che intanto nel suo ufficio è arrivato ciò che mai sarebbe dovuto esistere: un identikit. L’inganno si è ritorto contro l’ingannatore.
Il film si ferma qui, lascia allo spettatore il compito di capire e congetturare ciò che succede dopo. Possiamo solo immaginare ciò che farà il poliziotto quando tornerà nel suo ufficio e troverà la prova che mancava, la descrizione del testimone ungherese, ma quello che abbiamo capito dell’agente Kujan è che è uno che non molla. Alla fine forse davvero la morte di Keaton non sarà stata vana, perché sarà vendicato dalla sua nemesi. Dobbiamo avere fiducia in questo debole, imperfetto, imbrogliabile agente del bene, perché siamo come lui: deboli, imperfetti, pieni di vizi, vittime abituali che cadono ripetutamente nei tranelli del Mentitore. Dobbiamo avere fiducia nell’agente Kujan perché, come lui, non siamo soli: da qualche parte c’è un aiuto per noi, anche se non lo vediamo ancora.
Alla fine il Male non vincerà. Potrà sembrare che stia vincendo, potrà far credere di aver già vinto, potrà diffondere l’illusione che non vi sia più né speranza né salvezza. Ma chi saprà leggere i segni e avere fiducia, non perderà mai la certezza. Non praevalebunt.
FlashForward
Ho cominciato a seguire FlashForward, la nuova serie della ABC, e sembra bella e interessante e tutto quanto, però c’è qualcosa che mi perplime.
L’idea base della serie è che all’improvviso tutta l’umanità nello stesso istante perde coscienza per 2 minuti e 17 secondi, durante i quali ciascuno “ricorda” un evento che non appartiene al passato ma al futuro di circa sei mesi dopo. Si tratta insomma di un flashforward (in avanti), il contrario di un flashback (all’indietro).
Dopo l’esperienza collettiva bisogna anzitutto fronteggiare le emergenze improvvise, perché il blackout globale ha provocato catastrofi immani, incidenti d’auto ovunque nel mondo, incendi, aerei contro palazzi, morti a decine di migliaia. Passato il momento di panico però ciascuno deve fare i conti con l’acquisita consapevolezza del proprio futuro e con le conseguenze che questa ha sul proprio presente: la single che sarà incinta e non sa di chi, la donna sposata che starà con un altro e mette in discussione il suo matrimonio, il quasi suicida che sarà vivo e felice, quello che non vede niente e teme che tra sei mesi sarà morto, etc. Oltre a tutto ciò la serie segue le vicende del protagonista agente dell’FBI il quale indaga sul possibile complotto che ha provocato il flashforward mondiale.
Bastano questi pochi cenni per capire che ci sono evidenti collegamenti con LOST: l’uso stesso del termine e del concetto di flashforward, quella che potremmo generosamente chiamare “filosofia di fondo” (destino VS libero arbitrio), un paio di attori in comune. È chiaro che
Però c’è un’incongruenza che non mi spiego. Secondo la trama, ogni persona sulla terra ha “ricordato” un evento che vivrà il 29 aprile 2010. Ebbene, in quegli eventi futuri quasi tutti staranno facendo cose assolutamente usuali, camminare, lavorare, andare in bagno, eccetera.
Questa cosa mi sembra molto strana, perché se io ora vedessi un momento del mio futuro che accadrà il tale giorno alla tale ora, verosimilmente poi arrivando a vivere quel momento lo riconoscerei. Cioè il 29 aprile 2010 probabilmente non farei altro che pensare “accidenti, è quel giorno che ho visto sei mesi fa, sto facendo proprio quella cosa che avevo visto”. E poi, arrivato al momento topico, è lecito presumere che sarei in certa misura emozionato.
Invece i flashforward di FlashForward sono, per la maggior parte e con alcune eccezioni, di una banalità tipicamente appartenente all’ordinaria normalità della vita di tutti i giorni.
La cosa potrebbe spiegarsi se il flashforward mostrasse un futuro lineare che però sarà modificato dal verificarsi del flashforward stesso.
Cioè: oggi (x) io vedo un futuro (x+1) che chiamerò futuro Alpha e che è il mio futuro come tenderebbe a verificarsi se gli eventi seguissero il loro corso “naturale”. Tuttavia, il fatto stesso che oggi io abbia visto il mio futuro Alpha modifica il mio comportamento attuale, perché ad esempio sapendo che sarò ucciso se girerò a destra è naturale che io abbia almeno la tentazione di girare a sinistra, e in ogni caso le modifiche sul comportamento altrui avranno influenze sul mio e viceversa.
E allora, siccome sono le persone a determinare gli eventi e non viceversa, il mio futuro non sarà (x+1 Alpha) ma bensì (x+1 Beta), e il flashforward che ho visto non si verificherà, ma sarà soltanto l’avvertimento di un futuro che è possibile ma di fatto lasciato comunque al libero arbitrio del veggente (ovvero all’incrociarsi e reciproco influenzarsi del libero arbitrio di tutte le persone sulla Terra).
Questa teoria mi piacerebbe molto, ma purtroppo non regge. Perché nella sceneggiatura di FlashForward c’è un paradosso, tipico di quando si va ad alterare il tessuto della causalità del continuum spaziotemporale, e cioè che il futuro mostrato dai flashforward è un futuro nel quale sono già inscritte le conseguenze del verificarsi del flashforward stesso.
Per chiarire: la dottoressa sposata vede un futuro nel quale non sta più con suo marito, ma ama un altro uomo, uno che neanche conosce. Ma più avanti lei fa effettivamente conoscenza di quest’uomo, che è il padre di un bambino che lei ha curato per essere rimasto ferito in un incidente provocato dal blackout globale. Ovvero: lei non avrebbe mai conosciuto quest’uomo in assenza del flashforward, il quale dunque mentre avveniva nel presente era già il passato del futuro (si capisce ciò che ho scritto?).
La cosa diventa addirittura ridondante con il protagonista agente dell’FBI, il quale nel proprio flashforward si trovava/si troverà davanti alla parete del proprio ufficio dove ha appuntato tutti gli indizi sull’indagine che ha per oggetto la causa del flashforward stesso. Sicché, e gli autori stanno un po’ abusando di questo comodo determinismo, troppo spesso il solerte detective per fare passi avanti nell’indagine può ricordare “ah già, questo indizio era appeso al muro nel mio flashforward, dunque adesso lo appendo al muro e investigo su di esso”. Problema dell’entropia a parte, così è troppo facile.
A questo punto l’incongruenza di cui dicevo resta intatta, e spero che in qualche modo sia risolta perché altrimenti mi diminuirebbe alquanto il valore dell’insieme (non puoi inventare una trama che si basa sull’alterazione del continuum temporale e poi perderti così nei fondamentali, o almeno non puoi farlo se non vuoi scendere ai livelli a cui è tristemente sceso Heroes).
Comunque FlashForward finora si fa guardare molto volentieri, non so se arriveremo ai livelli di LOST ma non si può avere tutto. Avanti così verso il futuro.
La Messa in latino
e i cartoni animati giapponesi
e tutto il resto
Allora, facciamo un esperimento. Il filmato qui sotto è la sigla di un cartone animato giapponese. I disegni sono ispirati ai quadri di Gustav Klimt, o almeno così leggo su wikipedia e non ho fatto ulteriori controlli (cosa che si dovrebbe sempre fare con wikipedia), ci sono alcune figure femminili vagamente seminude, niente di che ma insomma. Se ciò non urta la vostra sensibilità, provate a guardarlo. La musica vi dice qualcosa, vi suona vagamente familiare, vi avvince?
Adesso un flashback per spiegare, tipo LOST (però questo spiega davvero). Succede che mio fratello viene da me e mi dice, guarda la sigla di questo anime, penso che ti piacerà. Specifico che gli anime sono i cartoni animati giapponesi, mio fratello è appassionato, io ne ho visti alcuni. Guardo la sigla e ho una specie di sindrome di Stendhal. Sì, ok, le immagini sono belle, ma la musica. La musica. La musica è quasi divina. Per chi non potesse o volesse vedere la sigla, diciamo che c’è una voce femminile che canta in latino una melodia simile al gregoriano. Questa descrizione è un po’ come dire che una nave è una grande barca, ma rende l’idea. Il cartone animato si chiama Elfen Lied, subito dopo aver ascoltato due o tre volte la sigla sono andato a cercare la pagina di wikipedia ed ivi ho letto (mi riprometto di controllare) che la melodia della sigla, “Lilium” è appunto ispirata a “riferimenti cristiani in latino: diversi passi biblici, il Kyrie della Messa e l'inno Ave mundi spes Maria”.
A questo punto, il cartone animato di per sé conta poco. Ho letto vagamente la trama cercando di non spoilerarmi troppo, c’entrano gli alieni e i complotti governativi e non ho capito che altro, penso che prima o poi lo vedrò, ma la cosa interessante non è questa.
Ciò su cui riflettevo dopo aver visto la sigla di Elfen Lied è questo: negli ultimi quarant’anni circa la Chiesa cattolica ha attraversato una riforma liturgica che è stata insegnata da alcuni e assimilata da molti come un preciso dovere di buttare nel ce nell’immondizia l’immenso patrimonio di bellezza che si era accumulato nei secoli. Bellezza, dico, una bellezza assoluta capace di far vibrare all’unisono quei frammenti di verum bonum pulchrum che ogni cuore umano si porta dentro. Qualcuno ha deciso che quella bellezza doveva essere letteralmente buttata nel ce nell’immondizia sulla scorta di acute pedagogie tipo dobbiamo stare al passo coi tempi e dobbiamo fare una Messa che piace a chi non ama la Messa e via così. La riforma non era stata pensata per essere così (non sono tra coloro che colpevolizzano Paolo VI), ma in parecchi casi è stata applicata proprio così. E poi vabbè altre questioni tipo il Concilio Vaticano II, l’ecumenismo, qualcuno tipo Bugnini che forse remava contro, eccetera eccetera. Tutto ciò sull’intuizione profetica che buttare nel ce nell’immondizia tutta quella bellezza avrebbe avvicinato la ggente e i ggiovani alla Chiesa, l’abbiamo visto.
Qualche decennio dopo alcuni autori giapponesi creano un cartone animato, che non ho visto e sulla cui qualità non mi pronuncio, e per la sigla pensano di andare a pescare proprio in quel patrimonio di bellezza imperitura che altri, i quali di quel patrimonio dovrebbero essere i “legittimi eredi”, avevano pensato bene dovesse essere buttato nel ce nell’immondizia. E mi pare che la sigla piace, anche parecchio, mi sono fatto un rapido giro su youtube, Lilium qua e Lilium là con sottotitoli in tutte le lingue e centinaia di commenti del tipo I like it e this is wonderful.
C’è una morale in questa storia. Credo di sapere quale.
P.S. forse devo segnalare questo post a quelli di Messainlatino.it.
Un ottimismo meraviglioso

(spoiler sul film, compreso il finale)
Mentre stavo pensando alla speranza, all’importanza del non arrendersi, alla tentazione del suicidio e al significato dell’eutanasia istituzionalizzata come ufficializzazione della disperazione mascherata da libertà nonchè crisma statale del mors tua vita mea, e a varie riflessioni “alte” sull’argomento e a come esprimere tutto quanto in un post, mi sono ricordato improvvisamente del finale di Dawn of the Dead.
Credo di aver già detto in passato da qualche parte che a me piacciono tanto i film horror, e specialmente quelli splatter e gore, cioè con uso abbondante di scene truculente e grandguignolesche. E tra i miei film preferiti di tutti i tempi c’è proprio quello che è il secondo film della tetralogia di George A. Romero sugli zombie (il titolo italiano, ma guarda un po’, è proprio Zombi), anche in virtù del suo meraviglioso finale.
L’idea di base dell’opera è semplicissima: mentre i morti di tutto il pianeta si risvegliano e cercano di mangiare i vivi, le istituzioni collassano e la società diventa un’anarchia selvaggia di tutti contro tutti. Quattro superstiti, tra cui un uomo e una donna sentimentalmente legati, si barricano in un centro commerciale e lo difendono dalle orde di morti viventi che lo assediano senza interruzione. A mano a mano si adattano ad una vita da reclusi in un parco giochi, facendo calcoli su quanti anni potranno vivere con le provviste del supermercato e cercando di ingannare il tedio di una vita ormai sempre più meaningless. A un certo punto l’uomo chiede alla donna di sposarlo offrendole un meraviglioso anello che ha preso dal reparto gioielleria, ma lei rifiuta non perché non voglia stare con lui ma perché “ormai non ha più senso”. Più avanti la donna scopre di essere incinta. Come si fa a mettere un figlio al mondo quando il mondo è ridotto in questo stato? Ma ecco che l’equilibrio esistenziale di questo manipolo di rifugiati è distrutto dall’irruzione nel centro commerciale di una banda di motociclisti che vogliono impadronirsi delle sue risorse e cercare riparo dagli zombi. Facendo ciò, questi disgraziati provocano l’ingresso in massa nell’edificio di una folla smisurata di morti viventi. Carneficina generale con splendida abbondanza di morsi, squartamenti e sbranamenti vari e assortiti.
Dei quattro restano soltanto la donna e un altro uomo (non il suo ex-compagno, oramai anch’egli zombificato), asserragliati sul tetto dell’edificio, dove c’è un elicottero. Lei vuole scappare. Lui le augura buona fortuna, ma ha deciso di non andare con lei: è stanco di lottare. Cercherà di farle guadagnare tempo. Saluti. La donna corre ad avviare l’elicottero. I morti viventi sfondano anche l’ultima porta e si dirigono verso l’uomo, che ha una pistola puntata alla propria tempia e un’espressione sul viso molto decisa. Ed ecco che, proprio all’ultimo secondo, l’uomo distoglie la pistola dalla propria testa e la usa per sparare al cervello dello zombi più vicino, e poi agli altri, e poi quando la pistola esaurisce i colpi continua a lottare e a divincolarsi e in qualche modo riesce a evitare di essere morso e raggiunge correndo la donna sull’elicottero e riesce a salire ed entrambi si allontanano, e lui chiedi quanto carburante è rimasto, e lei risponde non molto, e volano via nel buio della notte.
Che grandioso inno alla speranza. Che commovente dichiarazione di amore alla vita.
P.S. meno male che Romero non ha girato il finale originale che aveva pensato per primo, quello dove l’uomo si suicidava e la donna incinta non riusciva a far decollare l’elicottero e si suicidava pure lei facendosi deliberatamente decapitare dalle pale rotanti e dopo un po’ il rotore si fermava a indicare che comunque non sarebbero riusciti ad andare da nessuna parte, altrimenti non avrei potuto scrivere questo post.
Dollhouse
“Ho 38 cervelli, e nessuno di loro pensa che si possa firmare un contratto
per essere schiavi. Specialmente ora che abbiamo un presidente nero.”

Dollhouse è una serie di fantascienza molto interessante, frutto del genio creativo di Joss Whedon, già autore di serie cult come il teen horror Buffy The Vampire Slayer (il telefilm preferito di Massimo Introvigne!) e l’incompiuto meraviglioso western futuristico Firefly; una serie che pone molti interrogativi attorno a grandi temi come l’autonegazione della libertà, la degenerazione della fantasia, la tecnica asservita al potere assoluto dei pochi sui molti.
La Dollhouse è un’azienda segreta la cui esistenza è ufficialmente negata, una leggenda metropolitana per la gente normale, che offre con molta discrezione i suoi servizi soltanto a pochi eletti ricchi e potenti. La Dollhouse affitta persone: chiunque sia il lui o il lei di cui hai bisogno – squillo di lusso, professionisti espertissimi, qualcuno che sia veramente innamorato di te – loro possono accontentarti, impiantando l’opportuna personalità in una “Doll”: esseri umani a cui hanno resettato il cervello per rimuovere la personalità (la memoria, l’identità, la volontà, l’anima) e conservarla in un hard disk. Sono corpi vuoti, pronti ad essere riempiti all’occorrenza di personalità fasulle oppure ricavate da altre persone.
Quando non sono in missione le Doll, anche note come “Active”, abitano nella Dollhouse: un avveniristico edificio supersegreto nel quale vegetano in stato infantile e semicosciente, ripetendo le stesse frasi, nuotando placidamente in piscina, impegnate in attività elementari che tengono occupato al minimo il cervello, facendo molte docce in comune (miste: di regola gli Active non hanno impulsi sessuali), sempre sorridendo. Sempre sorridendo. Le Doll sembrano felici. Ed è importante notare che l’incarico di Doll è temporaneo, dura 5 anni (almeno così promette la Dollhouse) e soprattutto è volontario: tutti gli Active hanno scelto di diventarlo, hanno firmato il consenso, chi per soldi, chi perché la Dollhuose prometteva di risolvere qualche grosso guaio che avevano combinato, chi per disperata alternativa al suicidio contro l’intollerabile dolore di vivere.
Protagonista della serie è Echo, una Doll in qualche modo speciale, che riesce a pensare oltre gli stretti limiti del protocollo operativo di volta in volta impiantatole. Altri personaggi di rilievo: il supervisore di Echo, molto paterno nei suoi confronti e non privo di riserve morali sulla Dollhouse; un testardo agente dell’FBI, convinto che la Dollhouse esista davvero e deciso a smascherarla e salvare le Doll; e nell’ombra si muove il pericoloso Alpha, un Active ribelle fuggito dopo un sanguinoso incidente, dagli scopi misteriosi.

Queste le premesse, vorrei parlare un po’ dei temi etici sollevati dalla serie.
Anzitutto, la libertà. Questa è la grande domanda di fondo della serie: siamo liberi di perdere la nostra libertà? I volontari hanno “liberamente” scelto di diventare Doll, ma è possibile una tale scelta? L’autodeterminazione si può spingere all’autodistruzione?
Potete ben vedere che si tratta di domande di estrema importanza, soprattutto oggigiorno. Domande a cui la serie sembra fortemente suggerire una risposta negativa: consenso o non consenso, l’attività della Dollhouse è intrinsecamente immorale, oltre che pericolosa per le sue implicazioni sociali. Uno dei migliori episodi della prima stagione mostra spezzoni di interviste per strada a gente di varie condizioni, interrogandoli su questa fantomatica Dollhouse che di sicuro non esiste, non possono fare una cosa del genere, ma se esistesse tu che faresti? Le risposte sono le più disparate, c’è chi vorrebbe spassarsela con le Doll o addirittura essere una di loro (“fai di tutto. E in più non devi ricordarti niente. O studiare, o pagare l'affitto. E in cambio te la spassi con gente ricca per tutto il tempo. Dove devo firmare?”), e c’è chi la vede come la nuova frontiera della schiavitù (“C'è un solo motivo per cui una persona vorrebbe diventare uno schiavo: il fatto che lo sia già”). L’accidentato percorso della protagonista Echo la spinge a recuperare via via una sorta di autoconsapevolezza, fino a capire che non si può firmare il consenso per rinunciare al proprio consenso.
La questione diventa, per chi ha una particolare sensibilità a certi argomenti, ancor più interessante se la si associa a un’altra forma di autonegazione della libertà, che non è un ipotetico futuro ma un terribile presente: sto parlando ovviamente dell’eutanasia. L’argomento non è stato affrontato da Dollhouse, almeno finora e forse non lo sarà mai (anche perché, diciamocelo, a parlare contro la schiavitù son bravi tutti e si fa sempre bella figura, a parlare contro l’eutanasia si rischia qualcosa in termini di popolarità); ma c’è comunque la speranza che qualche giovane liberal, portato a riflettere sulle contraddizioni dell’autodeterminazione spinta all’estremo, spinga la sua riflessione oltre i limiti del politicamente corretto.
Grazie Joss, non è proprio il massimo, ma va bene così.
Seconda questione: la fantasia.
Per quel che si è visto finora nelle dodici puntate della prima stagione, ci sono fondamentalmente tre tipi di clienti della Dollhouse: i perversi, i pratici e i patetici. Tutti hanno molti soldi, probabilmente troppi.
I perversi sono quelli che affittano le Doll per fare sesso. Si tratta semplicemente di prostituzione, in certi elitari strati sociali la Dollhouse è l’ultima moda dell’escort. Che altro c’è da dire?
I pratici sono quelli che hanno bisogno di una personalità con determinate caratteristiche per un fine concreto, qualche volta perfino positivo. A un miliardario rapiscono la figlia: si rivolge alla Dollhouse per avere il miglior negoziatore possibile. Un uomo d’affari deve far rubare un oggetto e affitta una personalità stile Arsenio Lupen. Una task-force deve infiltrare un agente in una setta di fondamentalisti cristiani che usa la religione come copertura per loschi fini: mandano il miglior infiltrato possibile, cioè una Doll a cui hanno impiantato una personalità sinceramente credente (inevitabile il paragone tra il brainwashing della Dollhouse e quello della setta). A volte la Dollhouse assume perfino incarici pro bono, a gratis: una Doll può aiutare una bambina vittima di abusi a superare il trauma, trovando con lei l’empatia perché ha una personalità che ha subito quelle stesse esperienze.
In particolare, è molto interessante il caso della donna facoltosa che si fa fare periodicamente la scansione cerebrale: dopo che è stata uccisa, la sua personalità viene consapevolmente impiantata in una Doll per darle l’opportunità di smascherare il suo assassino e risolvere i conti in sospeso. Si allude agli enormi problemi derivanti da questa forma di immortalità immanente: il supervisore di Echo, moralmente più degno di tanti suoi colleghi, avvisa la direttrice della Dollhouse che “Vita eterna. È qualcosa che offriamo, adesso? Perché in quel caso si rende conto che questo segna l'inizio della fine? Una vita infinita. Tutti la desiderano. Il cristianesimo, le altre religioni... la moralità non esiste senza la paura della morte” (ah sì?), al che il boss replica “Non sto progettando di guidare la civiltà occidentale verso la sua fine. È solo per questa volta”. Sarà proprio vero?
Poi ci sono i patetici. Sono i più innocui, ma in un certo senso è qui che l’attività della Dollhouse è più pericolosa. I patetici sono quelli che si rivolgono alla Dollhouse per realizzare fantasie “normali” che non hanno la capacità di risolvere da soli. C’è quello che vuol il miglior appuntamento possibile, ma non riesce a trovare una ragazza con cui legare davvero: affitta una Doll e va sul sicuro. Qualcuno non riesce a farsi amici nella realtà e vuole una Doll soltanto per passare in allegria il compleanno. Una signora di mezza età sogna una fuga d’amore impossibile e si autoillude con un giovane aitante Active nei fine settimana. C’è un tipo a cui è morta la moglie poco prima che potesse dirle che aveva finalmente comprato la casa dei loro sogni: ogni anniversario affitta una Doll con la personalità artificialmente ricostruita della moglie, per mostrarle finalmente la casa, vedere la sorpresa e la felicità sul suo volto, dirle che l’ama (beh, anche fare sesso con lei).
I patetici sono i casi più tristi. Più triste del comprare sesso è il comprare sentimenti, ovvero illudersi di poterlo fare. S’intravede all’orizzonte un mercato fatto di consumatori individualisti e disillusi che hanno perso ogni capacità di costruire autentiche relazioni umane e preferiscono noleggiarle prefabbricate; incapaci di smussare il proprio carattere per adattarlo agli altri, preferiscono noleggiare un altro appositamente tarato per il proprio carattere; incapaci di sforzarsi per migliorare la propria realtà, preferiscono vivere una sterile fantasia. È il solipsismo massificato e commercializzato, la masturbazione elevata a sistema sociale.
È questo il destino dell’occidente sazio e disperato? E chi ne trae guadagno?
Ah, ma qualcuno che ci guadagna c’è sempre. C’è sempre qualcuno che trae guadagno dal convincere la gente che è meglio uccidersi che vivere, è meglio una relazione alla giornata che impegnarsi in qualcosa di duraturo. C’è sempre chi ha tutto l’interesse a convincere le persone che libertà vuol dire essere schiavi dei propri istinti, i quali spesso per essere soddisfatti necessitano di consumi crescenti e a pagamento. E c’è sempre chi vuole conseguire un potere smisurato per mezzo di una tecnologia sfrenata, e respinge ogni tentativo di mettere limiti con l’accusa di oscurantismo e la bandiera del Progresso.
“La Dollhouse si occupa di fantasie: questo è il loro incarico, ma non è il loro scopo”, è il sibillino messaggio che arriva all’agente dell’FBI Ballard, che ha giurato a sé stesso di salvare Echo e distruggere la Dollhouse, da parte di un misterioso alleato. Ma la Dollhouse in sé è solo la propaggine di una più vasta consorteria occulta di illuminati, i cui obiettivi a lungo termine sono ben più grandi dell’affittare piacere a facoltosi debosciati. Ci sono Doll che non risiedono nella Dollhouse, ma vivono tra noi: Active “dormienti”, a cui è stata impiantata una personalità normale e di basso profilo, modificata con meccanismi nascosti che possono, ad un preciso impulso sensoriale, trasformarli in killer infallibili ed inconsapevoli. Il vaso di pandora è stato appena scoperchiato e c’è una quantità enorme di questioni da affrontare: qual è l’obiettivo ultimo di chi si nasconde dietro la Dollhouse? Un esercito, una società, un mondo fatto di Doll, di persone-cose? Una società in cui tutti hanno una personalità artificiale, controllabile e perfetta, il paradiso in terra sognato da tutte le illuminate utopie moderne? Ma quanto è facile rovesciare un paradiso nell’inferno? Dov’è il pericolosissimo Alpha, il figliol prodigo della Dollhouse, che si considera l’incarnazione dell’oltreuomo nicciano e ama sfregiare le persone con lame affilate? Dov’è la differenza tra una personalità naturale e artificiale? L’identità è solo la conseguenza della memoria? Le Doll hanno ancora il libero arbitrio? I corpi sono fungibili? L’anima esiste davvero, è separabile dal corpo e scaricabile in un hard disk, oppure è qualcosa di più che una configurazione neurale resettabile a piacere? Chi di noi potrebbe essere una Doll senza saperlo? E se fossimo tutti le Doll di Dio (il Dio di Lutero, di Calvino, forse anche di Hegel)?
Dollhouse è una serie veramente notevole. Ha un altissimo potenziale, ma purtroppo finora è riuscita a svilupparlo solo in parte, vuoi per l’estrema atipicità del prodotto (se la protagonista cambia personalità ad ogni episodio è difficile fidelizzare il pubblico), vuoi perché non sono moltissimi gli spettatori capaci di apprezzare le questioni sollevate, vuoi anche per innegabili difetti di regia e sceneggiatura. La prima stagione ha fatto ascolti bassi e la FOX ha concesso il rinnovo per la seconda stagione a fatica e in via sperimentale. Il rischio che Dollhouse faccia la stessa fine del compianto Firefly è molto concreto, e sarebbe davvero uno spreco, perché la mia sensazione è che Dollhouse abbia appena cominciato a dire quello che deve dire. Vedremo.
Il Karma di Earl

Earl Hickey è un balordo di periferia che vive di piccoli furtarelli con una moglie adultera, due figli non suoi e un fratello affezionato ma scemo. La sua vita cambia quando compra un biglietto del gratta e vinci e scopre di aver vinto 100.000 dollari: la gioia improvvisa lo spinge a correre esultando in mezzo alla strada, il che si rivela una pessima idea nel momento in cui viene investito da una macchina e perde il biglietto vincente che vola via nel vento. In ospedale la moglie fedifraga lo induce con l’inganno a firmare le carte per il divorzio, e se ne va ridendo con l’amante a reclamare tutta per sé la loro casa (una roulotte scassata).
Sembra il punto più basso della vita del povero Earl, quand’ecco l’illuminazione: guardando per caso un talk-show in cui si parla del Karma, questo concetto teologico orientale che il presentatore riduce al semplice “fai cose buone e ti accadranno cose buone / fai cose cattive e ti accadranno cose cattive”, il simpatico briccone – che nella sua ignoranza non sa né saprà mai nulla del samsara e di tutto il resto – decide all’improvviso che deve redimere la sua vita e stila una lista di tutte le sue malefatte, un elenco di qualche centinaio di cattive azioni a cui si ripromette di porre rimedio. Dimesso dall’ospedale e ridotto in miseria, Earl va a vivere con suo fratello in uno squallidissimo motel, di cui decide di pulire il parcheggio per rimediare all’aver sempre gettato la spazzatura per terra… e, nel farlo, ritrova tra l’immondizia il biglietto vincente. È la prova che il Karma funziona!
A questo punto, incassato il premio e raggiunta una certa stabilità economica, Earl può dedicarsi a tempo pieno a rimediare ai suoi passati misfatti, attività che costituisce l’esilarante trama della serie e che comprende malefatte del tipo:
“Ho rubato la macchina a una donna con una gamba sola”;
“Non ho mai pagato le tasse”;
“Ho usato una cassetta delle poste come pattumiera”;
“Ho preso in giro una ragazza freak per i suoi baffi”;
“Ho fatto rotolare un uomo giù per una collina dentro un bagno chimico”;
“Mi sono finto morto per liberarmi di una fidanzata oppressiva”;
E così via…

My name is Earl è uno show divertente e fondamentalmente disimpegnato, pensato anzitutto per far ridere lo spettatore, e io di solito rido moltissimo; però offre anche, a chi li sa e li vuole cogliere, alcuni interessanti spunti di riflessione.
Personale. È significativo notare che Earl, nella sua incolta semplicità, attribuisce al Karma determinate intenzioni sulla sua vita (“credo che il Karma stia cercando di dirmi che devo fare…”, segue comportamento divertente), lo chiama per nome quando si trova nei guai (“Karma! Karma! Karmaaaa! HELP ME!!!”), e gli capita anche di insultarlo quando si caccia in qualche situazione disperata. Per lui il Karma non è una bilancia dell’anima o una matematica metafisica, ma una volontà: un Qualcuno, non un Qualcosa.
Insomma: Earl parla del Karma, anzi al Karma, ma in realtà pensa – seppure in termini del tutto vaghi – a una sorta di Dio personale. Saranno le radici giudaicocristiane?
Chiedere scusa. Tutto il meccanismo narrativo della serie è incentrato sul fatto che Earl, per poter cancellare una voce dalla sua smisurata lista, non deve solo farsi perdonare dalle persone che ha danneggiato: deve anche cancellare nella loro vita le conseguenze negative delle sue passate scelleratezze, il che lo conduce nelle situazioni più assurde (dal fare il bersaglio in una gara di lancio di coltelli al frequentare una scuola per cheerleader).
Pentirsi non significa solo dire “mi dispiace”: bisogna fare penitenza concreta. Sennò è troppo facile. L’assoluzione vuole la riparazione.
Le regole. Earl è diventato un brav’uomo, ma è ancora un sempliciotto; sono quattro stagioni che fa “buone azioni” per cancellare le sue precedenti “cattive azioni”, e non si è ancora fatto la domanda fondamentale: chi decide se un’azione è buona o cattiva? Probabilmente dà per scontato che sia il Karma stesso; o forse pensa che la bontà o cattiveria di un’azione non abbia bisogno di essere decisa da nessuno, che sia qualcosa di intrinseco all’azione stessa, il Karma essendo soltanto il “guardiano” che premia le buone e punisce le cattive.
A pensarci un po’, queste sono proprio le due possibili concezioni del bene e male: o decisi da una volontà superiore, o impliciti nel sistema oggettivo della natura / morale / razionalità. Da un lato c’è la concezione islamica della morale come assolutamente dipendente dal puro arbitrio a-razionale divino, e incomprensibile all’intelletto umano (è comune nella teologia araba l’affermazione che Allah potrebbe in qualunque momento, per i suoi imperscrutabili gusti, scambiare di posto il bene e il male); all’altro estremo c’è
Conviene inoltre notare che il cristianesimo non si identifica né con l’uno né con l’altro estremo ma unifica le due concezioni (et-et): la morale deriva sì da Dio, ma da un Dio-Logos e non un Dio-Arbitrio (discorso di Ratisbona…), un Dio che non si contraddice e contiene la propria onnipotenza nella strada maestra della logica. un Dio che dà all’uomo una morale razionalizzabile e ricostruibile anche etsi Deus non daretur.
Comunque, all’atto concreto, non avendo mai sentito una voce dal cielo che gli dica “Io Sono Il Karma E Ti Dico Che Devi Fare Così”, Earl decide cosa è bene fare nelle varie situazioni in base al suo rinnovato senso etico, fondamentalmente mutuato dalla generica morale laicocristiana dell’americano medio; e ad ogni modo le situazioni al limite (aiutare l’esilarante amico gay Kenny a fare outing, truffare una catena di ristorazione che ha danneggiato l’amico venditore di hotdog…) sono sempre trattate in modo buffo e sopra le righe.
Che poi, a pensarci bene, non è proprio ciò che ha fatto il giusnaturalismo razionalista? Ha colto il frutto della morale cristiana e l’ha staccato dall’albero, pensando che bastasse da solo a garantire la stabilità sociale e che nessuno mai avrebbe messo in discussione la sua validità oggettiva universale. Poi il frutto ha cominciato a marcire, e poche generazioni dopo l’espressione “morale universale” avrebbe pubblicamente suscitato crasse risate di scherno per i cretini-credenti, ma questo è un altro discorso…
Do ut des. All’inizio della sua conversione, il movente di Earl è puramente utilitaristico: fa buone azioni perché vuole che gli succedano cose buone, non perché fare il bene è giusto di per sé. Si aspetta chiaramente una ricompensa dal Karma, e una ricompensa immediata, non nell’aldilà. Il centuplo quaggiù, va bene anche meno, ma… pochi maledetti e subito. Tant’è che ogni tanto manifesterà pure dubbio od ostilità verso il Karma, quando gli sembrerà che stia tardando a dargli la ricompensa che gli spetta (nella terza stagione Earl avrà una “crisi di fede” che lo spingerà ad abbandonare la lista e riprendere le sue cattive abitudini: e giustamente il Karma lo rimetterà sulla retta strada facendolo investire da un’altra macchina, mandandolo in coma e facendolo innamorare di una bella donna, tutto questo nello stesso momento). Il che in effetti, a pensarci bene, è il modo in cui molti vivono borghesemente la religione: va bene finché le cose vanno bene, ma quando le cose vanno male…
Man mano che la serie prosegue, però, Earl comincia a provare sincera soddisfazione quando riesce a fare felice qualcuno, ad aiutare chi aveva danneggiato; a volte pensa che questa sia la sua ricompensa. Capirà forse un giorno che voler bene al prossimo significa voler bene anche a sé stessi? E che il centuplo di qua è solo un’anticipazione dell’infinito di là?
Il perdono totale. Ogni serie televisiva ben fatta ha una “linea dell’orizzonte”, un punto d’arrivo che lo spettatore deve intravedere, il cui raggiungimento segnerebbe la fine della storia e che pertanto deve essere costantemente posticipato affinché lo show possa durare altre puntate. La bravura degli sceneggiatori consiste proprio nel saper giostrare quest’orizzonte, farlo sembrare vicino e poi allontanarlo di colpo, per far crescere nello spettatore l’attaccamento alla storia e la voglia di guardare un altro episodio. Per Twin Peaks l’orizzonte era scoprire l’assassino di Laura Palmer (e infatti la serie è andata a catafascio quando lo si è scoperto e i produttori l’hanno fatta continuare ugualmente); per X-files era svelare il megacomplotto governativo-alieno; per LOST “sarebbe” vedere i sopravvissuti al disastro aereo che riescono ad abbandonare l’Isola; per Prison Break è la definitiva libertà dei fratelli fuggitivi; per Heroes nella prima stagione era sventare l’esplosione apocalittica distruggi-mondo, e dopo non si è più capito, e infatti la serie nelle stagioni successive si è completamente rovinata; e così via.
Per My Name Is Earl l’orizzonte, la conclusione della serie, sarà raggiunto quando Earl avrà cancellato tutte le voci della sua lista. A quel punto (sembrerebbe) non avrà più cattive azioni a cui rimediare e sarà a posto con il Karma, senza più nulla da farsi perdonare.
Il fatto è che Earl, e io credo che lo capirà quando arriverà alla fine, non sarà mai completamente a posto. La lista continua ad allungarsi, perché a volte gli capita di dover aggiungere nuove voci per aver fatto qualcosa che non avrebbe proprio dovuto fare (come quando nella prima puntata della 2 stagione lui e la sua ex-moglie tengono per sbaglio un commesso di supermercato rinchiuso tre giorni nel rimorchio di un camion rubato!!!); e gli succede perfino di capire di non poter cancellare una voce della lista.
Insomma, la strada verso la perfezione è un asintoto: tendiamo sempre e non arriviamo mai al limite. Almeno, non da soli. Earl potrà trovare tanti perdoni parziali dalle singole persone, ma non saranno mai abbastanza; il perdono totale e completo, quello potrà darglielo solo qualcun altro. Forse il Karma stesso? Forse sì: ma un Karma che perdona non è più un Qualcosa, è un Qualcuno.
Breaking Bad

Breaking Bad è una serie televisiva che fondamentalmente racconta una discesa all’inferno, naturalmente lungo la strada delle buone intenzioni.
“To break bad”: espressione idiomatica dello slang americano significante suppergiù cambiare le regole, sfidare l’autorità, diventare selvaggio, impazzire, fare casino, percorrere una brutta strada.
Walter White è un uomo ordinario afflitto da un perenne senso di fallimento. È un genio della chimica e il suo grande traguardo professionale è fare l’insegnante di liceo per studenti svogliati e distratti che lo sfottono neanche troppo sottilmente; suo figlio cammina con le stampelle e parla lentamente a causa di una paralisi cerebrale; sua moglie è di nuovo incinta e lui non era d’accordo; suo cognato è un rude agente di polizia dell’agenzia federale antidroga che gli vuol bene ma sostanzialmente lo considera un inetto (e il figlio di Walt prova più ammirazione per lui che per suo padre); guadagna pochissimo; ciliegina sulla torta, nella prima puntata scopre che la ragione per cui ultimamente tossisce tanto è che ha un cancro ai polmoni che gli lascia pochi mesi di vita. La reazione di Walt all’amara notizia non è neanche tanto la rabbia, quanto soprattutto (è fondamentale ricordarlo) la preoccupazione per la sua famiglia, che lascerà in una drammatica situazione economica.
Ed ecco la geniale idea. Walt ritrova per caso Jesse, un suo ex alunno che ora campa alla giornata spacciando metanfetamine, e gli propone di entrare in società: l’uno prepara la droga, l’altro la vende, e c’è da fare un mucchio di soldi. Jesse, questo simpatico tossico che indossa vestiti assurdi e si esprime con espressioni gergali come yo! e biatch!, è inizialmente sconvolto dal fatto che il suo ex insegnante, un uomo ordinato e preciso che aveva sempre vissuto secondo le regole, sia entrato nel mondo del crimine, e (ignaro della malattia ai polmoni) gli chiede: “perché lo fai?”
“I’m awake”, risponde Walt allargando le braccia e guardandosi attorno.
Sono sveglio.
Walt si era imbarcato nell’impresa con buone intenzioni, ottime intenzioni, le migliori intenzioni di questo mondo. Nessun contatto né con i clienti né con gli altri spacciatori (a quello ci pensa il suo socio), nessuno deve sapere, lui pensa solo a preparare i migliori cristalli che si possano comprare per strada e incassa i soldi, una quantità enorme di soldi, assolutamente non da spendere ma da nascondere in un luogo dove sua moglie possa trovarli quando lui sarà morto. L’unica soddisfazione di tutta la faccenda, se proprio vogliamo toglierci uno sfizio, è fregare quell’antipatico di suo cognato che lo fa sempre sentire una mezza calzetta, l’agente dell’antidroga che si trova a dare la caccia all’elusivo “Heisenberg” (il nome d’arte con cui Walt si fa conoscere nel sottomondo dei tossici) senza minimamente immaginare – per ora – che ce l’ha proprio davanti agli occhi. Ma a parte questo, Walt entra nel crimine per motivi prettamente altruistici, vorremmo dire quasi eroici.
Walt aveva buone intenzioni, ripetiamo.
Walt non avrebbe mai immaginato che si sarebbe trovato a
- essere minacciato con svariate pistole da spacciatori furiosi;
- uccidere i suddetti spacciatori tramite fosfuro di idrogeno (PH3) e/o le proprie disperate mani nude;
- sciogliere cadaveri nell’acido fluoridrico (HF);
- tenere a bada gangster pericolosissimi con la forza persuasiva di qualche grammo di fulminato di mercurio (Hg(ONC)2);
- irrompere nottetempo in un deposito industriale bruciando il lucchetto d’acciaio con la termite fatta in casa (2 Al + Fe2O3 → Al2O3 + 2 Fe +851,5 KJ (+204 Kcal)) e rubare un barile di metilammina (CH5N);
- negoziare il prezzo di un chilo di (2S)-N-metil-1-fenil-propan-2-ammina (C10H15N), ovverossia le metanfetamine da lui fabbricate che stanno facendo sballare alla grande tutti i drogati della zona;
- sollecitare il povero Jesse, che di suo non è poi neanche particolarmente cattivo, a punire con violenza quei tossici che hanno rubato una partita di meth, perché bisogna farsi rispettare per strada altrimenti se ne approfittano tutti;
- fare i conti con il cartello messicano che ha solennemente giurato di matare (il video è bellissimo!) il temibile concorrente señor Heisenberg;
- e così via…
Ma la cosa veramente tragica, la cosa per cui qualcuno laggiù riderebbe proprio tanto, è che Walt sta perdendo la sua famiglia, cioè sta ottenendo proprio l’esatto contrario del motivo che l’ha spinto a cucinare droga prima che si lasciasse trascinare dall’abisso. Le mille bugie che ha dovuto raccontare a moglie e figlio per nascondere le sua attività clandestine stanno dilaniando il loro rapporto. Sua moglie non è stupida, gli chiede in continuazione di dirle che cosa gli sta succedendo, e lo odia quando capisce che lui le nasconde qualcosa e le mente in continuazione. E mi pare che a lui stesso ormai questo deterioramento affettivo importi sempre meno: puntata dopo puntata Walt sta diventando spietato, amorale, tutta una vita di rancori e umiliazioni a guardare il successo di altri meno bravi di lui e adesso, fuck you!, Walt è sveglio.
Breaking Bad è un telefilm lucidamente feroce, intelligente, girato benissimo da registi bravissimi, con pochi momenti di violenza esplicita (ma quei pochi sono scioccanti: la scena della tartaruga è una delle cose più raccapriccianti che io abbia mai visto) e moltissimi momenti di violenza psicologica e morale – s’intendono per tali le scene in cui i protagonisti si fanno del male con le parole, con uno sguardo, con il semplice silenzio… e questi possono essere i momenti peggiori. Drogati, criminali, pazzi assassini, mariti che mentono alle mogli e mogli che tormentano i mariti: ci sono diversi gradi di violenza, ma è sempre violenza ed è sempre male. Consigliabile ad un pubblico maturo, sconsigliabile a chi non ha la sensibilità per capire appieno di cosa stiamo parlando: perché stiamo parlando della dannazione. Del camminare sulla strada verso l’inferno, la strada lastricata delle migliori intenzioni.
Benjamin Button,
ovvero dell’insostenibile provvisorietà del vivere

C’è questo bambino che per motivi sconosciuti nasce vecchio decrepito, con la pelle rugosa e quasi cieco per le cateratte, le ossa con l’artrite e tutto il resto degli acciacchi che affliggono gli anziani. Il luogo è New Orleans, il tempo è il giorno in cui è finita la prima guerra mondiale. La madre muore di parto, ma fa in tempo a dire al padre “non abbandonarlo”. Il padre invece medita sconvolto di annegare al molo quel mostriciattolo, così diverso dal figlio che si aspettava, ma desiste e lo abbandona sulle scale di un ospizio per anziani. Ivi il bambino viene trovato dalla donna che gestisce l’ospizio, la quale guardandolo esclama “questa volta Dio l’ha fatta grossa!”, e questo è l’unico indizio che mai avremo sul perché il bambino sia com’è. Lei non può avere figli, e prega Dio tutte le sere per averne, e decide che quel bambino è forse la risposta alle sue preghiere, e pazienza se ha questo problema geriatrico ed oltretutto è bianco mentre lei ha la pelle nera. Mamma adottiva è una donna semplice e non si fa problemi filosofici su quale sia la qualità di una vita degna di essere vissuta, e nonostante un dottore le dica che quel bambino così malconcio morirà da un giorno all’altro e comunque “alcune creature sono destinate a non sopravvivere”, lei se ne prende cura e lo chiama Benjamin. Benjamin vive l’infanzia come un vecchietto di bassa statura, prima di imparare a camminare si muove su una sedia a rotelle, e tutti gli vogliono bene. Ogni tanto chiede alla mamma quanto a lungo potrà vivere, e lei gli dice di essere semplicemente grato per quel che gli è stato dato e che è già stato lì più a lungo di quanto supponessero, e questa sembra una risposta di così invincibile buonsenso il bambino si cheta e fa la ninna nanna. E a poco a poco qualcuno comincia a realizzare che il suo corpo si allunga, la calvizie arretra, la debolezza e le rughe diminuiscono. Benjamin fa le sue esperienze, va a spasso per la città, diventa il compagno di giochi della nipotina di una residente dell’ospizio, trova lavoro come mozzo su un rimorchiatore, visita un bordello, prende una sbronza, viaggia per mare, va all’estero, vive la sua prima storia d’amore o di sesso, partecipa alla seconda guerra mondiale, torna a New Orleans, conosce suo padre che lo ha sempre osservato da lontano senza mai trovare il coraggio di rivelarglisi e che gli chiede finalmente scusa per averlo abbandonato e lo nomina erede della sua ricchezza accumulata fabbricando bottoni. Benjamin Button ritrova Daisy, la sua ex compagna di giochi che ora è una donna cresciuta stile donna dimmi cosa vuol dir sono una donna ormai, e ne fa l’amore della sua vita. Lei invecchia, lui ringiovanisce, e c’è questo periodo d’oro in cui le loro età si incrociano, si guardano allo specchio e si dicono ricordiamoci di questo momento perfetto, e c’è la felicità. Mi amerai ancora quando avrò le rughe? Sì. E tu mi amerai ancora quando avrò l’acne? Sì. Mi amerai anche quando sarò un adolescente, un bambino, un neonato? Sì, tanto alla fine porteremo tutti il pannolone.
Ma il tempo passa e niente dura per sempre.
Ecco, noi viviamo questa vita un istante dopo l’altro, nel tempo, e pare proprio che tutti i nostri istanti siano destinati ad andare perduti come lacrime nella pioggia. Qui tutto è provvisorio, noi siamo provvisori. Qualcuno è più provvisorio di altri, e allora gli altri lo guardano e decidono dall’alto della loro saggezza disumana che è troppo provvisorio per vivere, perché nessuno ha insegnato loro ad essere semplicemente grati per il poco che hanno e che poco è sempre meglio che nulla. E accontentarsi del poco sembra funzionare: Benjamin vive con soddisfazione ogni istante della sua strana vita, perché tutto ciò che ha avuto, per quanto poco, per quanto difettoso, è comunque più del nulla che gli era stato pronosticato e che avrebbe potuto essergli pietosamente impartito da qualcuno che non sa cosa può succedere quando Dio la fa veramente grossa.
Se solo potessimo apprezzare ogni istante della nostra vita per il puro semplice fatto che c’è, saremmo felici.
Fino alla morte.
Ma se ci fosse di più.
Se ci fosse qualcosa, un Luogo Oltre il Tempo, un oceano dove il fiume del tempo va a sfociare.
Se ci fosse stato un momento, nel tempo, in cui l’Eternità stessa si è calata nel tempo, ha intersecato il tempo come un palo potrebbe intersecare un altro palo su una croce, e ha aperto un canale attraverso cui certi momenti del tempo, i momenti giusti, possono passare ed essere salvati dalla propria caducità, mentre i momenti sbagliati defluiscono come la pioggia nelle fogne.
E se ci fosse un presente oltre il futuro in cui tutto il nostro passato meritevole – la prima volta che hai assaggiato quel cibo così buono, la prima volta che hai visto il cielo, la prima volta che hai avuto un sorriso da qualcuno che ti voleva bene, la prima volta che hai letto quel libro bellissimo, la prima volta che hai fatto l’amore e tutto era come doveva essere, e tutte le volte dopo ogni prima volta – se tutto ciò che vorremmo conservare e che sarà trovato buono da poter essere conservato, potesse essere ancora. Non un istante dopo l’altro in una temporalità lineare che a lungo andare ci ucciderebbe per sfinimento con la sua stessa infinità, ma una contemporaneità circolare eterna in cui tutto si compie adesso e non c’è noia né assuefazione.
E se in questo adesso eterno ci fosse un archivio comune del bene, una sorta di memoria condivisa come un hard disk :A-W, dove ogni persona (non un individuo, una monade, ma proprio una persona) potesse accedere non soltanto a ciò che di buono ha sperimentato nella sua propria vita, ma anche a ciò che hanno sperimentato tutte le altre persone che vi sono collegate, in una rete che trascende e tiene insieme oceani e galassie e universi e giustifica ogni piccola vita, ogni minimo frammento d’essere, ogni volontaria clausura e ogni astinenza, perché tutto ciò che è buono sarebbe in tutti e per tutti.
Se tutto questo fosse, allora potremmo imparare non solo ad apprezzare ogni istante che abbiamo, ma anche a sperare di conservarlo per l’eternità.
Ebbene, la buona notizia è che tutto questo è.
E la nostra vita, qualunque vita, può essere veramente degna di essere vissuta.

Questo post volevo scriverlo da un po’ di tempo, fin da quando ho appreso che avevano ucciso Eluana Englaro, ma non sapevo come buttarlo giù perché c’erano troppe emozioni che si contorcevano dentro. Rabbia, paura, sdegno, autocommiserazione, un bel po’ di roba. E alla fine, che avrebbe dovuto essere all’inizio se solo io fossi migliore di quel che sono, pietà.
Povero Beppino, adesso chissà che ne farà della sua vita. Probabilmente si adatterà al ruolo di santino laico e profeta dell’eutanasia che gli amici grembiulini gli stanno cucendo addosso; quegli amici ai quali non è mai fregato niente né di lui né di sua figlia, ché a loro serviva solo il caso mediatico da montare per fare un altro passo verso la cultura della morte, e a cadavere ancora insepolto già banchettavano soddisfatti come si usa dopo i sacrifici umani; quegli amici che, ove mai per un insondabile miracolo o uno scherzo cosmico del fato sua figlia avesse recuperato per un attimo la facoltà di sussurrare “ho sete”, in una stanza dove nessuno poteva entrare tranne i fidatissimi, chissà che avrebbero fatto… Chissà se, mentre i medici si congratulavano e le folle applaudivano fuori dalla Quiete, Beppino piangeva. Chissà che farà adesso: urlerà al sacrilegio di lesa sofferenza paterna minacciando querele tutte le volte che qualcuno proverà ad attirare l’attenzione sull’enormità di ciò che è stato fatto; presterà il suo nome, firmerà prefazioni, andrà a parlare nei talk-show chiedendo agli altri di fare silenzio, si farà strumento di perdizione per i suoi simili e argilla nelle mani di un vasaio il cui nome è legione. Chissà se a telecamere spente gli s’insinuerà dentro a poco a poco il tarlo del dubbio, del se avessi aspettato, se avessi sperato, se non fosse veramente ciò che voleva, se avesse sofferto.
Poveretto.
C’è questo film di Clint Eastwood, Million Dollar Baby, che è generalmente considerato un film pro eutanasia, tant’è che gli diedero l’Oscar lo stesso anno in cui premiarono Mare dentro, una specie di doppietta per la dolce morte. Io non ne sono tanto sicuro: mentre Mare dentro è sicuramente un manifesto per l’eutanasia, grondante retorica anticlericale da ogni minuto di pellicola, Million Dollar Baby è un discorso un po’ più complesso. Non è tanto un film sull’eutanasia e sul preteso diritto a morire di chi la chiede, ma una storia su chi esegue l’atto mortale, sulla sua disperazione di prima e di dopo; la storia di Frankie Dunn, il vecchio e coriaceo allenatore di boxe a cui la sua allieva campionessa quasi figlia spirituale, portata agli altari del ring ed ivi resa invalida tetraplegica, chiede la morte. Ed ha davvero ragione il prete a cui Frankie chiede consiglio: se lo farai, ti perderai. Sarai perduto per gli altri e perduto per te stesso e non resterà più niente del te che eri una volta, perché la consapevolezza di avere ucciso ti dilanierà dentro. E alla fine Frankie cede, uccide “Mo Cuishle”, e nessuno saprà mai più nulla di lui. Perduto e sconfitto, forse per sempre.
L’eutanasia uccide sempre due persone: chi la riceve, e chi la compie.
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L’amore vuole amare. Anche se l’amore non è amato, che importa? L’amore ha bisogno di amare. L’amore deve amare. L’amore ama l’amore, l’amore ama amare l’amore, l’amore ama il suo amar amare l’amore in un crescendo vertiginoso esponenziale di amore per amore per amore che si moltiplica per sé stesso fino a non finire mai. L’amore autoreferenziale, autonecessitato, autonutritivo, autoesplicativo. L’amore come il serpente ouroburos degli alchimisti che si morde la coda. L’amore che realizza il moto perpetuo perché delle leggi della termodinamica se ne frega. L’amore è l’unica cosa che amando sé stessa non è mai egoismo, perché è sempre amore.