Un blog fuori dalle catacombe.
Il Karma di Earl

Earl Hickey è un balordo di periferia che vive di piccoli furtarelli con una moglie adultera, due figli non suoi e un fratello affezionato ma scemo. La sua vita cambia quando compra un biglietto del gratta e vinci e scopre di aver vinto 100.000 dollari: la gioia improvvisa lo spinge a correre esultando in mezzo alla strada, il che si rivela una pessima idea nel momento in cui viene investito da una macchina e perde il biglietto vincente che vola via nel vento. In ospedale la moglie fedifraga lo induce con l’inganno a firmare le carte per il divorzio, e se ne va ridendo con l’amante a reclamare tutta per sé la loro casa (una roulotte scassata).
Sembra il punto più basso della vita del povero Earl, quand’ecco l’illuminazione: guardando per caso un talk-show in cui si parla del Karma, questo concetto teologico orientale che il presentatore riduce al semplice “fai cose buone e ti accadranno cose buone / fai cose cattive e ti accadranno cose cattive”, il simpatico briccone – che nella sua ignoranza non sa né saprà mai nulla del samsara e di tutto il resto – decide all’improvviso che deve redimere la sua vita e stila una lista di tutte le sue malefatte, un elenco di qualche centinaio di cattive azioni a cui si ripromette di porre rimedio. Dimesso dall’ospedale e ridotto in miseria, Earl va a vivere con suo fratello in uno squallidissimo motel, di cui decide di pulire il parcheggio per rimediare all’aver sempre gettato la spazzatura per terra… e, nel farlo, ritrova tra l’immondizia il biglietto vincente. È la prova che il Karma funziona!
A questo punto, incassato il premio e raggiunta una certa stabilità economica, Earl può dedicarsi a tempo pieno a rimediare ai suoi passati misfatti, attività che costituisce l’esilarante trama della serie e che comprende malefatte del tipo:
“Ho rubato la macchina a una donna con una gamba sola”;
“Non ho mai pagato le tasse”;
“Ho usato una cassetta delle poste come pattumiera”;
“Ho preso in giro una ragazza freak per i suoi baffi”;
“Ho fatto rotolare un uomo giù per una collina dentro un bagno chimico”;
“Mi sono finto morto per liberarmi di una fidanzata oppressiva”;
E così via…

My name is Earl è uno show divertente e fondamentalmente disimpegnato, pensato anzitutto per far ridere lo spettatore, e io di solito rido moltissimo; però offre anche, a chi li sa e li vuole cogliere, alcuni interessanti spunti di riflessione.
Personale. È significativo notare che Earl, nella sua incolta semplicità, attribuisce al Karma determinate intenzioni sulla sua vita (“credo che il Karma stia cercando di dirmi che devo fare…”, segue comportamento divertente), lo chiama per nome quando si trova nei guai (“Karma! Karma! Karmaaaa! HELP ME!!!”), e gli capita anche di insultarlo quando si caccia in qualche situazione disperata. Per lui il Karma non è una bilancia dell’anima o una matematica metafisica, ma una volontà: un Qualcuno, non un Qualcosa.
Insomma: Earl parla del Karma, anzi al Karma, ma in realtà pensa – seppure in termini del tutto vaghi – a una sorta di Dio personale. Saranno le radici giudaicocristiane?
Chiedere scusa. Tutto il meccanismo narrativo della serie è incentrato sul fatto che Earl, per poter cancellare una voce dalla sua smisurata lista, non deve solo farsi perdonare dalle persone che ha danneggiato: deve anche cancellare nella loro vita le conseguenze negative delle sue passate scelleratezze, il che lo conduce nelle situazioni più assurde (dal fare il bersaglio in una gara di lancio di coltelli al frequentare una scuola per cheerleader).
Pentirsi non significa solo dire “mi dispiace”: bisogna fare penitenza concreta. Sennò è troppo facile. L’assoluzione vuole la riparazione.
Le regole. Earl è diventato un brav’uomo, ma è ancora un sempliciotto; sono quattro stagioni che fa “buone azioni” per cancellare le sue precedenti “cattive azioni”, e non si è ancora fatto la domanda fondamentale: chi decide se un’azione è buona o cattiva? Probabilmente dà per scontato che sia il Karma stesso; o forse pensa che la bontà o cattiveria di un’azione non abbia bisogno di essere decisa da nessuno, che sia qualcosa di intrinseco all’azione stessa, il Karma essendo soltanto il “guardiano” che premia le buone e punisce le cattive.
A pensarci un po’, queste sono proprio le due possibili concezioni del bene e male: o decisi da una volontà superiore, o impliciti nel sistema oggettivo della natura / morale / razionalità. Da un lato c’è la concezione islamica della morale come assolutamente dipendente dal puro arbitrio a-razionale divino, e incomprensibile all’intelletto umano (è comune nella teologia araba l’affermazione che Allah potrebbe in qualunque momento, per i suoi imperscrutabili gusti, scambiare di posto il bene e il male); all’altro estremo c’è
Conviene inoltre notare che il cristianesimo non si identifica né con l’uno né con l’altro estremo ma unifica le due concezioni (et-et): la morale deriva sì da Dio, ma da un Dio-Logos e non un Dio-Arbitrio (discorso di Ratisbona…), un Dio che non si contraddice e contiene la propria onnipotenza nella strada maestra della logica. un Dio che dà all’uomo una morale razionalizzabile e ricostruibile anche etsi Deus non daretur.
Comunque, all’atto concreto, non avendo mai sentito una voce dal cielo che gli dica “Io Sono Il Karma E Ti Dico Che Devi Fare Così”, Earl decide cosa è bene fare nelle varie situazioni in base al suo rinnovato senso etico, fondamentalmente mutuato dalla generica morale laicocristiana dell’americano medio; e ad ogni modo le situazioni al limite (aiutare l’esilarante amico gay Kenny a fare outing, truffare una catena di ristorazione che ha danneggiato l’amico venditore di hotdog…) sono sempre trattate in modo buffo e sopra le righe.
Che poi, a pensarci bene, non è proprio ciò che ha fatto il giusnaturalismo razionalista? Ha colto il frutto della morale cristiana e l’ha staccato dall’albero, pensando che bastasse da solo a garantire la stabilità sociale e che nessuno mai avrebbe messo in discussione la sua validità oggettiva universale. Poi il frutto ha cominciato a marcire, e poche generazioni dopo l’espressione “morale universale” avrebbe pubblicamente suscitato crasse risate di scherno per i cretini-credenti, ma questo è un altro discorso…
Do ut des. All’inizio della sua conversione, il movente di Earl è puramente utilitaristico: fa buone azioni perché vuole che gli succedano cose buone, non perché fare il bene è giusto di per sé. Si aspetta chiaramente una ricompensa dal Karma, e una ricompensa immediata, non nell’aldilà. Il centuplo quaggiù, va bene anche meno, ma… pochi maledetti e subito. Tant’è che ogni tanto manifesterà pure dubbio od ostilità verso il Karma, quando gli sembrerà che stia tardando a dargli la ricompensa che gli spetta (nella terza stagione Earl avrà una “crisi di fede” che lo spingerà ad abbandonare la lista e riprendere le sue cattive abitudini: e giustamente il Karma lo rimetterà sulla retta strada facendolo investire da un’altra macchina, mandandolo in coma e facendolo innamorare di una bella donna, tutto questo nello stesso momento). Il che in effetti, a pensarci bene, è il modo in cui molti vivono borghesemente la religione: va bene finché le cose vanno bene, ma quando le cose vanno male…
Man mano che la serie prosegue, però, Earl comincia a provare sincera soddisfazione quando riesce a fare felice qualcuno, ad aiutare chi aveva danneggiato; a volte pensa che questa sia la sua ricompensa. Capirà forse un giorno che voler bene al prossimo significa voler bene anche a sé stessi? E che il centuplo di qua è solo un’anticipazione dell’infinito di là?
Il perdono totale. Ogni serie televisiva ben fatta ha una “linea dell’orizzonte”, un punto d’arrivo che lo spettatore deve intravedere, il cui raggiungimento segnerebbe la fine della storia e che pertanto deve essere costantemente posticipato affinché lo show possa durare altre puntate. La bravura degli sceneggiatori consiste proprio nel saper giostrare quest’orizzonte, farlo sembrare vicino e poi allontanarlo di colpo, per far crescere nello spettatore l’attaccamento alla storia e la voglia di guardare un altro episodio. Per Twin Peaks l’orizzonte era scoprire l’assassino di Laura Palmer (e infatti la serie è andata a catafascio quando lo si è scoperto e i produttori l’hanno fatta continuare ugualmente); per X-files era svelare il megacomplotto governativo-alieno; per LOST “sarebbe” vedere i sopravvissuti al disastro aereo che riescono ad abbandonare l’Isola; per Prison Break è la definitiva libertà dei fratelli fuggitivi; per Heroes nella prima stagione era sventare l’esplosione apocalittica distruggi-mondo, e dopo non si è più capito, e infatti la serie nelle stagioni successive si è completamente rovinata; e così via.
Per My Name Is Earl l’orizzonte, la conclusione della serie, sarà raggiunto quando Earl avrà cancellato tutte le voci della sua lista. A quel punto (sembrerebbe) non avrà più cattive azioni a cui rimediare e sarà a posto con il Karma, senza più nulla da farsi perdonare.
Il fatto è che Earl, e io credo che lo capirà quando arriverà alla fine, non sarà mai completamente a posto. La lista continua ad allungarsi, perché a volte gli capita di dover aggiungere nuove voci per aver fatto qualcosa che non avrebbe proprio dovuto fare (come quando nella prima puntata della 2 stagione lui e la sua ex-moglie tengono per sbaglio un commesso di supermercato rinchiuso tre giorni nel rimorchio di un camion rubato!!!); e gli succede perfino di capire di non poter cancellare una voce della lista.
Insomma, la strada verso la perfezione è un asintoto: tendiamo sempre e non arriviamo mai al limite. Almeno, non da soli. Earl potrà trovare tanti perdoni parziali dalle singole persone, ma non saranno mai abbastanza; il perdono totale e completo, quello potrà darglielo solo qualcun altro. Forse il Karma stesso? Forse sì: ma un Karma che perdona non è più un Qualcosa, è un Qualcuno.

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L’amore vuole amare. Anche se l’amore non è amato, che importa? L’amore ha bisogno di amare. L’amore deve amare. L’amore ama l’amore, l’amore ama amare l’amore, l’amore ama il suo amar amare l’amore in un crescendo vertiginoso esponenziale di amore per amore per amore che si moltiplica per sé stesso fino a non finire mai. L’amore autoreferenziale, autonecessitato, autonutritivo, autoesplicativo. L’amore come il serpente ouroburos degli alchimisti che si morde la coda. L’amore che realizza il moto perpetuo perché delle leggi della termodinamica se ne frega. L’amore è l’unica cosa che amando sé stessa non è mai egoismo, perché è sempre amore.