Un blog fuori dalle catacombe.
L’antipapa
L’articolo dell’Espresso non si risparmia certo in ironia: Cristo, quanti errori.
Gli errori in questione sarebbero quelli di Ratzinger, nel suo libro “Gesù di Nazareth”, che il giornalista elenca puntigliosamente. Errori gravi, se non gravissimi: roba come la confusione tra il monte Moria e il monte Oreb, o l’uso della parola ebraica sukkot al maschile invece che al femminile, oppure addirittura il vocativo epistàta al posto del nominativo epistàtes. Capite? Horremus! L’articolo ci assicura che “dagli esegeti arrivano stroncature impietose, segnalazioni di errori che L’espresso ha raccolto con l’assicurazione dell’anonimato”. Me li immagino, gli esegeti che impugnano la matita rossa e blu con mano tremante, implorando la protezione dell’anonimato per paura delle terribili vendicative ritorsioni papali…
In realtà, l’impressione che si ricava da questa stroncatura è che quelli dell’Espresso siano andati a cercare col lanternino qualcosa purchessia, qualunque straccio di difetto o refuso, su cui poter malignamente gongolare. Qualche cosa, qualsiasi cosa, da offrire al livore anticattolico dei lettori che godono a pensar male di Ratzinger. Si rimprovera perfino al papa di aver scritto che Gesù entrò a Gerusalemme durante la domenica delle palme; “ma si tratta di un evidente anacronismo: la domenica delle Palme, come è ovvio, all’epoca era una festività inesistente”. Come è ovvio: ma verosimilmente il papa l’ha dimenticato e ha pensato che il giorno in cui Gesù entrò a Gerusalemme, il giorno che in futuro sarebbe stato ricordato come domenica delle palme, ci fossero già dei cristiani battezzati che festeggiavano la domenica delle palme…
Dove l’articolo diventa davvero sleale, però, è nella seconda parte. Viene infatti chiamata una dotta auctoritas per demolire il libro di Ratzinger: il cartinale Martini.
“Alla caccia all’errore nel testo del professor Ratzinger si è aggregato un lettore d’eccezione: Carlo Maria Martini. Recensendo il libro del papa nella sede dell’Unesco il cardinale gesuita, ex rettore dell’Università Gregoriana, raffinato studioso delle Scritture, ha soavemente scagliato qualche bel pietrone” … “Poi si è dedicato a gettare un’ombra sulla preparazione dell’autore” …
“In ballo c'è il metodo storico-critico di interpretazione dei Vangeli, che si è affermato nel secolo scorso ed è considerato essenziale dai principali esegeti. Mentre Benedetto XVI lo elegge a suo bersaglio polemico, lo smantella fin dall'introduzione, lo accusa addirittura di essere tra i principali responsabili dell'indebolimento della fede cristiana negli ultimi decenni. 'Chi legge alcune ricostruzioni', scrive il papa, 'può constatare che esse sono molto più fotografie degli autori e dei loro ideali che non la messa a nudo di un'icona fattasi sbiadita. In conseguenza di ciò, la figura di Cristo si è ancora più allontanata da noi'. E così mezzo secolo di ricerche sui testi evangelici e sulla storicità di Gesù sono serviti. Martini ha preferito sorvolare sull'attacco. Ma nella presentazione parigina ha declassato il testo del papa al rango di meditazione personale” …
“il successo popolare del testo ratzingeriano? ‘Tutto sommato non è un indice particolarmente significativo del valore del libro’, ha concluso Martini. E questa suona come la più perfida delle critiche”.
Ma è davvero così? Quel che Martini ha detto a Parigi lo si può leggere qui, sul sito del Corriere della Sera. Va detto che anche quelli del Corriere sanno il fatto loro: l’articolo è titolato come “Ammiro il Gesù di Ratzinger, ma non è l’unico”, oltretutto virgolettato sì da far intendere al lettore che esso sia una citazione dal testo di Martini. Ma nel testo quelle parole non ci sono: al Corriere se le sono inventate, applicando il solito trucchetto giornalistico della “interpretazione creativa”. Perdipiù, a leggere per intero il discorso di Martini, si scopre che in realtà è un alto elogio del libro di Ratzinger:
“il metodo dell’opera si oppone fermamente a quello che recentemente è stato chiamato, in particolare nelle opere del mondoanglosassone americano, «l’imperialismo del metodo storico-critico». Egli riconosce che tale metodo è importante, tuttavia corre il rischio di frantumare il testo come sezionandolo” ...
“nel pensiero dell’autore, ragione e fede siano implicate e «reciprocamente intrecciate», ciascuna con i suoi diritti e il proprio statuto, senza confusione né cattiva intenzione dell’una verso l’altra. Egli rifiuta la contrapposizione tra fede e storia, convinto che il Gesù dei Vangeli sia una figura storica e che la fede della Chiesa non possa fare a meno di una certa base storica.” ….
“Questa opera è quindi una grande e ardente testimonianza su Gesù di Nazareth e sul suo significato per la storia dell’umanità e per la percezione della vera figura di Dio. E’ sempre confortante leggere testimonianze come questa. A mio avviso, il libro è bellissimo, si legge con una certa facilità e ci fa capire meglio Gesù Figlio di Dio” …
“Pensavo anch’io, verso la fine della mia vita, di scrivere un libro su Gesù come conclusione dei lavori che ho svolto sui testi del Nuovo Testamento. Ora, mi sembra che questa opera di Joseph Ratzinger corrisponda ai miei desideri e alle mie attese, e sono molto contento che lo abbia scritto. Auguro a molti la gioia che ho provato io nel leggerlo”.
Conclusione? Non è la prima volta che certa stampa “laica” cerca di cucire addosso a Martini i panni dell’antipapa, di rappresentare una contrapposizione tra
P.S. quanto sopra trae spunto e occasione da questo post, tributiamo all’autore un affettuoso (anche se è ateo relativista e anima nera) special thanks…

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L’amore vuole amare. Anche se l’amore non è amato, che importa? L’amore ha bisogno di amare. L’amore deve amare. L’amore ama l’amore, l’amore ama amare l’amore, l’amore ama il suo amar amare l’amore in un crescendo vertiginoso esponenziale di amore per amore per amore che si moltiplica per sé stesso fino a non finire mai. L’amore autoreferenziale, autonecessitato, autonutritivo, autoesplicativo. L’amore come il serpente ouroburos degli alchimisti che si morde la coda. L’amore che realizza il moto perpetuo perché delle leggi della termodinamica se ne frega. L’amore è l’unica cosa che amando sé stessa non è mai egoismo, perché è sempre amore.