Un blog fuori dalle catacombe.
Cronache dal mondo nuovo
“Carissim*,
augurandomi e augurandovi la fiducia…”
Vladimir Luxuria non sarà forse il massimo dell’autorevolezza intellettuale, ma quello che scrive va sicuramente letto con interesse, poiché costituisce un’eccellente da cartina di tornasole della mentalità gender che ben rappresenta. Quanto sopra è l’inizio di un suo articolo di ieri su Liberazione, in cui fa il punto circa conseguenze della situazione politica sui Dico per poi lanciarsi nella consueta retorica radical chic.
Orbene, lasciando perdere il resto, ciò su cui adesso voglio richiamare l’attenzione è quel fulminante e geniale incipit: Carissim*. Capito? Non “carissimi” nè “carissime”, naturalmente, perché l’uso di un genere sarebbe discriminatorio nei confronti dell’altro (non sia mai); ma neppure “carissimi e carissime”, perché questa formula indurrebbe a pensare che ci sia una qualche non irrilevante differenza tra gli uni e le altre (orrore!). Nossignore, l’onorevole Luxuria (o il suo ghostwriter) ha capito perfettamente qual è la nuova frontiera che la neolingua deve abbattere: la desinenza per genere, che va estirpata dalla grammatica italiana. Non più “buono/buona”, “cattivo/cattiva”, ma soltanto buon* e cattiv*.
Geniale, no?
Certo, si pone un lieve problema fonetico, perché l’asterisco non è un suono e non può essere pronunciato; ma senz’altro questa rivoluzione grammatical-culturale riuscirà a superare anche questo ostacolo. L’ideologia gender non si fa fermare dall’anatomia, la quale scioccamente si ostina ancora a presentare delle differenze sessuali tra gli esemplari umani (che retrograda!), figuriamoci se si fa mettere i bastoni tra le ruote da un’insufficienza linguistica. È ovvio che l’asterisco è un accomodamento transitorio, limitato per ora al discorso scritto, da sostituire quando il Progresso avrà trionfato. Due soluzioni sono al vaglio:
1) o la semplice abolizione della desinenza finale, giacché nel colloquio orale dovremmo abituarci a troncare seccamente la parola in questione all’ultima consonante (Carissim!);
2) oppure l’utilizzo della vocale “u” quale unica desinenza, le altre essendo ormai legate a una caratterizzazione di genere e numero (regola vuole che -o sia per il singolare maschile, -a per quello femminile, -i ed -e per i rispettivi plurali; resta solo la -u), sicché dovremmo pronunciare “Carissimu!”. Magari raddoppiata per il plurale: così, nella neolingua gender, l’incipit di ogni lettera aperta e discorso al pubblico sarebbe “Carissimuu!”.
Che sarà pure un suono po’ bovinoide, forse; ma è senza dubbio politicamente corretto, e quest* è l* cos* più importante.
P.S.
Se le fosche ancorché ironiche previsioni finali di questo post dovessero sembrare esagerate a qualcun*, sarà forse utile far sapere che in qualche paese straniero esiste davvero chi (per esempio il tal “Feministiskt Initiative” ovvero Partito Femminista svedese) ha seriamente proposto di abolire la differenza di genere dei nomi propri: i quali, per non influenzare negativamente i bambini, dovrebbero essere rigorosamente neutri e unisex.
Di fronte a tale radicalismo appare sicuramente più moderata la riforma voluta da Zapatero, che si è limitato a estromettere dal codice civile spagnolo termini ormai desueti come “padre” e “madre”.
Conclusione? Si ha l’impressione che sia venuto il tempo previsto da Chesterton:
La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo. Sarà una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. E una tesi razionale quella che ci vuole tutti immersi in un sogno; sarà una forma assennata di misticismo asserire che siamo tutti svegli. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere, non solo le incredibili virtù e l’incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto.
(G. K. Chesterton, “Eretici”, 1905)

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L’amore vuole amare. Anche se l’amore non è amato, che importa? L’amore ha bisogno di amare. L’amore deve amare. L’amore ama l’amore, l’amore ama amare l’amore, l’amore ama il suo amar amare l’amore in un crescendo vertiginoso esponenziale di amore per amore per amore che si moltiplica per sé stesso fino a non finire mai. L’amore autoreferenziale, autonecessitato, autonutritivo, autoesplicativo. L’amore come il serpente ouroburos degli alchimisti che si morde la coda. L’amore che realizza il moto perpetuo perché delle leggi della termodinamica se ne frega. L’amore è l’unica cosa che amando sé stessa non è mai egoismo, perché è sempre amore.