Libero Arbitrio

Un blog fuori dalle catacombe.

venerdì, 03 luglio 2009

Pro-choice

 

 

 

Anzitutto, vorrei dire che le continue accuse di immoralità che ogni tanto qualche fanatico ci rivolge, a me e a tutti quelli che la pensano come me, mi dispiacciono e mi danno fastidio. Non è che siamo mostri senza cuore o che altro. Io mi considero fondamentalmente una brava persona, non ho mai fatto male a nessuno, sono un commerciante serio e stimato nel mio ambiente. Ho una moglie encomiabile che non ho mai tradito e abbiamo avuto due bambine, molto desiderate e molto amate, che sono la luce dei miei occhi. Non penso proprio di meritare che mi si dica, chessò, che abbiamo un’ideologia mortifera o che facciamo il lavoro sporco del diavolo.

Proprio l’altro giorno mia cugina, che in un dibattito pubblico stava raccontando la sua esperienza e spiegava le sue idee, a un certo punto è stata apostrofata da un fomentato vigliacco come assassina. Mi ha detto che si è sentita sul punto di piangere. Come si fa a dire a una donna che è un’assassina. Se ci fosse stato lì presente suo marito, che ha il sangue caldo nelle vene, penso che sarebbe finita molto male. Se il vile che l’ha insultata a quel modo conoscesse davvero mia cugina, tutto quello che ha dovuto passare (e non dimentichiamo quant’è difficile per una donna farsi strada nel mondo del lavoro oggi, quanti dilemmi bisogna affrontare!), le chiederebbe scusa in ginocchio.

 

Volete sapere come la penso io? Semplice. Io sono un liberale. Penso che lo Stato debba immischiarsi il meno possibile nella vita dei cittadini e garantir loro la più ampia libertà di scelta, su ogni argomento. Credo di avere il diritto ad essere io a decidere della mia vita e delle mie proprietà, e non un ente astratto e lontano, meno che mai un monarca biancovestito che pretende di dirmi dal suo trono cosa devo fare. È la libertà che ha reso grande il nostro paese e sarà la mancanza di libertà, dovessero mai prevalere i nostri avversari, che lo distruggerà. Ed è nostro dovere difendere la libertà, dovessimo fare una guerra civile!

Che poi la legge attuale in fondo dà una facoltà, non impone mica un obbligo, e forse è proprio questo più di ogni altra cosa a dare fastidio a quei fanatici: vorrebbero imporci per legge la loro morale, le loro idee, il loro stile di vita. Io invece non approvo le loro convinzioni, ma di certo non cerco di impedir loro di vivere come meglio credono, purché loro mi usino la stessa cortesia. Una cosa simile l’ha detta quel grand’uomo di Voltaire, e io sono proprio d’accordo con lui.

 

Sì, certo, la religione… Guardate, io in linea di principio non ho nulla contro la religione. Molti pensatori oggigiorno non fanno che parlarne male, è la rovina del mondo, quando l’avremo eliminata staremo tutti molto meglio, eccetera. Secondo me il problema non è la religione, ma i religiosi. Una parrocchia è come una vacca, se non va bene la si cambia. Ci sono religiosi che stanno dalla parte dei fanatici, specie quelli abituati all’obbedienza cieca a qualcuno, ma ci sono anche religiosi dalla parte di noi galantuomini, gente abituata a interpretare liberamente le scritture, che capisce che non si possono fermare il progresso e il commercio. Insomma, non possiamo basare il nostro modo di vivere esclusivamente su quello che il caporione di una tribù di schiavi fuggitivi scrisse nel deserto qualcosa come tremila anni fa, e meno che mai possiamo farlo in quest’epoca illuminata dalla ragione.

 

Poi c’è la questione scientifica. È un essere umano, non è un essere umano. Sì, no, forse. Come la penso io? Sinceramente non credo che sia un essere umano: insomma, la differenza si vede a occhio nudo. Non sto dicendo che non è un essere vivente, certo che lo è: solo che non è un essere umano. Perlomeno, non interamente. Quelli che hanno studiato, e ne capiscono di queste cose, dicono che si tratta di uno stadio interrotto, uno sviluppo non completato. Mi sembra convincente. E quel che è certo, comunque, è che non è autonomo: questo, francamente, sono pochissimi a negarlo, anche tra i nostri avversari. E senza autonomia è impossibile vivere. Quand’anche tutto il resto fosse insicuro, questa sarebbe l’unica cosa certa.

Qualcuno dice che alla fin fine l’unica verità è proprio che non riusciamo a raggiungere la verità. Boh, potrebbe anche essere. Ma in fondo non sarebbe questo un motivo in più per lasciare alla gente, data l’opinabilità di tutto quanto, semplicemente la libertà di scegliere da sé cosa fare?

 

 

Ecco, vedete, secondo me alla fin fine tutto si riduce proprio a un problema di libertà di scelta. Non è questione di nord e sud, industriali e agricoltori, repubblicani e democratici. E’ una battaglia tra chi vuole decidere per sé e chi vuole imporre le sue idee agli altri. Gli abolizionisti hanno un bel dire, ma la questione è semplice: nessuno è obbligato a tenere degli schiavi. Chi disapprova la schiavitù può sempre liberare i suoi schiavi, come qualcuno ha fatto anche qui da noi, ma non può pretendere che la sua morale diventi legge per tutti.

Che poi basta, con quella storiella di Adamo e del progenitore comune, ma chi ci crede più.

Comunque, ripeto, non è che qua siamo dei mostri senza cuore. Io ai miei schiavi ci bado, gli do da mangiare ogni giorno, e li faccio frustare solo quando se lo meritano. E anche se non sono umani come noi, devo ammettere che alcuni ci si avvicinano parecchio e meritano qualche fiducia. Per dire, questo fine settimana porto la famiglia a trovare mia cugina e suo marito. Alle bambine è sempre piaciuta zia Rossella. Beh, ho affidato a quel Tom la gestione dei turni alla piantagione. Sì, beh, certo, con la supervisione del mio segretario, mica sono impazzito. Ma non mi preoccupo, gli altri schiavi rispettano Tom. Un ottimo elemento. Davvero intelligente, per essere un negro. Qualche volta penso che, se continua a lavorare così bene, quando sarà vecchio potrei anche decidere di liberarlo... o forse no, potrebbe essere proprio un gesto crudele nei suoi confronti. Che cosa farebbe lasciato a sé stesso, non autonomo, incapace di gestirsi da solo? Mah, ci penserò.

L’importante è che sia una mia scelta.

 

***

 

Note al testo:

-          come molti di voi avranno ormai capito, l’immagine iniziale è volutamente fuorviante;

-          non ho mai letto né visto Via col Vento e ignoro completamente se Rossella avesse un cugino, e neanche me ne importa qualcosa;

-          però ho letto La capanna dello Zio Tom;

-          se pensate che potesse essere insolito per uno schiavista citare e apprezzare Voltaire, vi invito ad informarvi su ciò che il tollerante filosofo pensava dei neri;

-          nonché dei suoi interessi economici nel commercio di schiavi;

-          nonché delle controversie sul poligenismo e il preadamismo (cfr. qui);

-          la retorica liberale schiavista non è una mia invenzione; da quel che so, era un normale argomento dialettico dei tempi prima della guerra civile;

-          idem la retorica buonista che alla fin fine la schiavitù era nell’interesse dei neri, che non erano capaci di gestirsi da soli;

-          infine, questo post mi è stato ispirato dalla lettura dell’intervista su Avvenire a Barack Obama, notoriamente su posizioni pro-choice (nel senso contemporaneo del termine).

Postato da: ClaudioLXXXI a 19:33 | link | commenti (12) |

domenica, 21 giugno 2009

 

 

Cari lettori, vorrei provare a fare un piccolo sondaggio d’opinione.

 

Ecco: se ci fosse la possibilità di acquistare a modico prezzo una raccolta di racconti scritti da me medesimo, alcuni dei quali già presenti in questo blog e mi pare discretamente apprezzati, ed altri invece inediti, qualcuno la comprerebbe?

E’ una domanda per adesso ancora astratta, ma chissà nel prossimo futuro...

 

Naturalmente la risposta non è vincolante!

Postato da: ClaudioLXXXI a 07:52 | link | commenti (25) |

sabato, 20 giugno 2009

 

D’accordo, distribuiamo i preservativi nelle scuole. I ragazzi vogliono divertirsi, mica sono scemi.

Ma allora perché poi scandalizzarsi all'idea che una minorenne faccia sesso con un settantenne?

Postato da: ClaudioLXXXI a 10:24 | link | commenti (68) |

lunedì, 08 giugno 2009

 

 

Poiché mi annoiano tutte queste arzigogolate analisi politologiche post-elettorali sul chi sale e chi scende, voglio parlare di una cosa molto più interessante: perché non posso portarmi nella cabina elettorale il telefonino, o un altro aggeggio atto a riprodurre immagini fotografiche?

Non è una domanda oziosa: perché devo essere costretto a depositare in una vaschetta estranea un oggetto tanto importante e significativo della mia privacy? Oppure, in alternativa, a privarmene per tutto il tempo necessario all’andare al seggio elettorale e compiere le operazioni di voto e poi tornare a casa? E se volessi scattare una foto della scheda crocettata per motivi miei, per metterla in un album ricordo, per potermene meglio pentire o inorgoglire al momento giusto, per insindacabili ragioni private di cui non sono tenuto a dar conto a nessuno perché attengono esclusivamente La Mia Intangibile Volontà Personale?

 

In realtà la ratio della norma, a pensarci bene, è chiara: si vogliono impedire brogli e voti di scambio. Troppo facile sarebbe promettere al tale il proprio voto per motivi men che nobili e poi portare una foto a dimostrazione dell’adempiuta obbligazione, pretendendo mercede. Anzi, magari andasse sempre così, in certi brutali contesti è semmai più probabile l’inverso: ti consegno momentaneamente un telefonino e ti impongo di votare chi voglio e poi darmene prova fotografica, e se non lo fai ti aspetto fuori dal seggio e ti elargisco un’abbondante razione di sofferenza fisica. Credete che non possa succedere? Neanche in quei paesi dove lo Stato è una bandiera ammainata?

Insomma: lo Stato, per tutelare la mia libertà, deve limitare la mia libertà. È un controsenso? Solo per chi vive nel dogma dell’autodeterminazione assoluta; solo per chi – abituato ad adorare l’ideologia e snobbare la realtà – ha perso il buonsenso per capire che, in occasioni meno rare di quanto vorremmo, bisogna proteggere le volontà troppo deboli dalle volontà troppo forti.

 

Ma dove sono i paladini dell’autodeterminazione? Dove sono i rivali dello Stato etico, gli avversari del paternalismo, i nemici giurati di ogni provvedimento illiberale? Non protestano contro il divieto del telefonino al seggio? Strano. Non protestano neppure per le altre tante piccole e grandi norme che limitano la libertà del singolo: la libertà di lavorare per meno del minimo sindacale, la libertà di licenziarsi senza l’osservanza di certe forme, la libertà di stipulare rischiosi contratti di speculazione finanziaria senza dover provare di avere l’esperienza adatta (tutte le formalità della normativa MiFID!!!), la libertà di lavorare nei cantieri senza dover seguire tutte quelle rigide e tediose misure di sicurezza...

No, non protestano, almeno per il momento. La grande battaglia la fanno principalmente per il sacrosanto diritto di ammazzarsi, anzi nemmeno, il diritto di essere ammazzati a richiesta (forse).

 

Sorge il sospetto che la libertà di morire a qualcuno piaccia non perché significa libertà, ma perché significa morte. Degli altri.

 

Postato da: ClaudioLXXXI a 20:32 | link | commenti (26) |
libero arbitrio

venerdì, 05 giugno 2009

Perchè Dovrei?

 

 

No, sul serio, perché dovrei votare PD? Perché dovrei col mio voto mandare a Bruxelles parlamentari che, altre considerazioni a parte, non si sa neppure in quale gruppo europeo andranno a lavorare? Io non l’ho mica capito. Qualcuno me lo spiega per favore? Andranno nel PSE socialista? Andranno nell’ALDE liberaldemocratico? I pochissimi che sognavano il PPE sono stati coperti di pece e piume? Boh. Sono andato sul sito del PD a leggere il loro programma per le europee: non lo vedo scritto. In rete ho trovato solo un articolo di Repubblica datato 3 giugno dove c’è scritto che sono “verso una soluzione”, fanno un nuovo gruppo, l’Alleanza dei socialisti e dei democratici. Non ho capito che roba è. L’accordo non è stato ancora dichiarato, però è raggiunto. Ah. Mi devo fidare? Ma poi scusate, si vota domani e dopodomani e voi siete ancora “verso” una soluzione? E vi riducete all’ultimo giorno per far capire agli elettori dove mandare gli eletti? Come gli studenti che studiano il giorno prima gli argomenti da portare all’esame di maturità. Ma che avete fatto fino a questo momento, di che cosa discutevate, in quali faccende di prioritaria urgenza ed importanza per il bene del Paese eravate tremendamente occupati?

Ah, già. Parlavate delle mutandine di Noemi.

 

 

Postato da: ClaudioLXXXI a 11:27 | link | commenti (21) |
destra e sinistra

lunedì, 01 giugno 2009

Il Dysangelium di Odifreddi (3)

 

 

(continua da 1) (continua da 2)

 

C’era una volta il libro di Piergiorgio Odifreddi Il Vangelo secondo la Scienza – le religioni alla prova del nove: un libercolo con cui l’autore, con la consueta modestia che gli è propria, si riprometteva di risolvere il più grande problema dell’umanità e confutare definitivamente le religioni passandole al vaglio della sua scienza, dimostrandone l’assurdità (secondo la nota uguaglianza per cui credenti = cretini).

C’erano altresì una volta un paio di post scritti dal sottoscritto, nei quali elencavo certosinamente alcuni esempi degli errori colossali e delle sleali panzane propinate dall’autore allo sfortunato lettore. Nelle mie intenzioni iniziali quei due post avrebbero dovuto essere seguiti da molti altri, sennonché, vuoi per pigrizia, vuoi per il tempo scarseggiante, vuoi perché elencare tutti gli errori del Nostro era un compito improbo, lasciai cadere il progetto.

E che cosa scopro adesso? Che il dysangelium odifreddiano è stato ripubblicato in seconda edizione. Chissà se almeno qualcuna delle fesserie più plateali è stata emendata, ma forse è più probabile che ne siano state aggiunte delle altre. Non ho intenzione di pagare il prezzo di copertina per saperlo, ma è l’occasione per ripescare dallo scaffale della monnezza la mia copia del libro e spenderci sopra qualche altra parola.

 

Ormai ho capito la tecnica adoperata da Odifreddi per incantare i suoi lettori. Chiamiamola tecnica dell’affastellamento: consiste nell’accumulare in rapida successione una valanga di citazioni, rapide spiegazioni, alcuni dettagli minuziosi inframezzati in generiche riepilogazioni. Si dà al lettore l’impressione di avere una cultura vastissima, di aver letto un sacco, di conoscere a menadito ciò di cui si sta parlando. Pertanto le opinioni del Nostro riguardo ciò su cui egli va sproloquiando, siano esse esplicitamente presentate nero su bianco o sottilmente implicite da leggersi tra le righe, appaiono ammantate di una qual certa aura di attendibilità.

Sennonché, la quantità è inversamente proporzionale alla qualità. Come tutti i tuttologi superstar, Odifreddi accenna a un sacco di cose ma non ne approfondisce nessuna. Il livello della sua divulgazione è da estratto del sunto del compendio del bignami: un paragrafo per questo, un paragrafo per quest’altro, due frasi citate in corpo otto, ed ecco esaurita la materia e passiamo al prossimo argomento. Il lettore va abbacinato con l’apparenza enciclopedica, per non farlo accorgere della sostanziale inconsistenza dell’intruglio.

 

Esempio concreto. Nel terzo capitolo del libello, il Nostro affronta il problema delle diverse interpretazioni teologiche dell’origine del mondo. Quanto credete che ci voglia all’eroico Odifreddi per liquidare la faccenda? Nella mia edizione Einaudi tascabili del 1999, dieci (10) pagine. Ovviamente sono dieci pagine pregne di erudizione: un paragrafo dedicato alla cosmogonia egiziana secondo Eliopoli e Menfi, una citazione dalla Pietra di Shabaka, 4 righe sul mito tebano di Amon, un paio di paragrafi sui miti della Mesopotamia, qualche riga sulla Teogonia di Esiodo… sulla Genesi, mercè l’accanimento critico accordato al cristianesimo, l’autore si dilunga parecchio: addirittura una paginetta e mezzo. A seguire in veloce successione islam, zoroastrismo, miti dell’India, miti dell’America precolombiana, Aristotele e così via.

Orbene, tutta questa carrellata vorrebbe essere funzionale a giustificare quanto Odifreddi dichiara come concetto generale delle cosmogonie religiose (grassetti miei):

 

Particolarmente significativa è la contrapposizione fra creatore e creatrice, fra Dio Padre e la Grande Madre. Il modello maschile è tipico di società sviluppate e patriarcali, intende la creazione come una eiaculazione, cioè come un’attività esterna, intellettuale o artistica, e produce una divinità trascendente e distaccata, interessata a opere e azioni, tutta dedita a imporre, giudicare e castigare. Il modello femminile è invece tipico di società primitive e matriarcali, descrive la creazione come una gravidanza, cioè come un processo interno, fisico o biologico, e conduce a una divinità immanente e coinvolta, focalizzata sulla vita, e più propensa a chiedere, comprendere e aiutare.

Il passaggio da un genere all’altro è testimoniato dall’evoluzione della parola spirito: da femminile nelle lingue semitiche (ruah), essa divenne neutra in greco (pneuma) e poi maschile in latino (spiritus).

Una volta presa dimestichezza con i caratteri generali a cui abbiamo appena accennato li si potrà facilmente ritrovare negli specifici miti di creazione presenti nelle tradizioni religiose, come una rapida carrellata nello spazio e nel tempo dimostrerà.

 

Dal che si vede che il Nostro si mette a flirtare con il mito storico, caro alla vulgata new age, della pseudo-età dell’oro di quando le società matriarcali pacificamente adoravano la Grande Madre e poi la pacchia è finita quando si è cominciato ad adorare il Dio Padre e a fare la guerra.

Ebbene: posto che non sono in grado di seguire l’etimologia della parola spirito – salvo che dalla “evoluzione” odifreddiana dovrei forse dedurre che gli ebrei, poiché usavano la parola ruah, adoravano la Grande Madre – io ho dovuto rileggere due volte con attenzione il capitolo per realizzare che poi in concreto Odifreddi della Grande Madre non parla affatto. Per niente. Nell’ammucchiata di cosmogonie buttate lì una dopo l’altra, semplicemente non c’è. Andatela a cercare voi. Questo preteso carattere generale (lo stereotipo “Dio maschio cattivo - Dea femmina buona”), Odifreddi promette che “lo si potrà facilmente ritrovare” negli specifici miti religiosi della creazione, ma poi si guarda bene dal mantenere la promessa.

Ma quanti lettori, sballottati tra egiziani greci ebrei e così via, se ne accorgono?

 

Insomma, avete capito come si fa? Si accenna una considerazione velenosa sulla religione, e possibilmente sul cristianesimo in particolare; si dà l’impressione di poterla argomentare razionalmente e spiegare storicamente; dopodiché si stordisce il lettore con una carrettata di cultura a poco prezzo, per forza di cose estremamente vaga e generica. Alla fine l’accenno resta soltanto un accenno, poco argomentato e ancor meno provato; il lettore ideale però nel frattempo si è fatto l’idea che Odifreddi ha una cultura immensa, sicuramente sa quello che dice, e magari si è pure dimenticato quello che l’autore gli aveva promesso dieci pagine e venti citazioni fa; e perciò prende per buono tutto quello che gli propina il Nostro, che ha facile gioco a presentarsi come un geniale so-tutto-io.

 

E così, grazie a questo subdolo modo di scrivere, l’eccellente autore può in relativa sicurezza disseminare la sua opera di madornali fesserie; per esempio, a proposito dell’anima,

 

il secondo racconto [ndr della Genesi, quello di tradizione iahvista]  prosegue dicendo che la donna fu formata da una costola dell’uomo, ma non risulta dal testo se essa abbia un’anima oppure no: ambiguità che fu fonte di spiacevoli conseguenze, tuttora evidenti nella misoginia ebraica e cristiana.

 

Se Odifreddi avesse cercato meglio nella tradizione ebraica e cristiana, avrebbe forse potuto trovare qualche indizio sull’esistenza dell’anima della donna? Boh, forse sì, ma perché fare la fatica di cercare?

Oppure, nel capitolo “Paradossi”,

 

Uno degli insegnamenti più profondi e duraturi che il cristianesimo ha lasciato in eredità al mondo moderno è infatti proprio la concezione dell’irrazionalismo come superiore verità, invece che come vergogna: insegnamento di cui si sono poi appropriati quei sistemi filosofici e politici che hanno condotto il mondo contemporaneo all’assurdo e al paradossale.

 

Ed ecco due millenni di riflessioni sul logos e settecento anni di tomismo buttati nel gabinetto; e se abbiamo avuto l’irrazionalismo ottocentesco, con tutto quel che ne è seguito in termini di fascismo e nazismo, di chi è la colpa?

 

Il primo apparire del paradosso nella storia è la nascita del diavolo da Dio, cioè del male dal bene. Agli inizi Dio è solo, un’unità indivisa, ma nel momento in cui decide di guardare se stesso egli si sdoppia, diventando automaticamente osservatore e osservato, e crea così una scissione. E in greco “scissione” si dice appunto diabolh, un termine il cui contrario è sumbolh, la “riunione”: per questo Dio parla per simboli, e il diavolo per contrapposizioni.

 

Qualcuno sa da quale tradizione religiosa Odifreddi ha tirato fuori questa cosa di Dio che crea il diavolo guardandosi allo specchio e scindendo sé stesso?

E non vi perdete questa perla, a proposito dei paradossi del doppio vincolo (cfr post n.2):

 

Si noti comunque che comportamenti di tipo schizofrenico sono possibili anche nella vita quotidiana non patologica, in reazione a doppi vincoli isolati […] Una volta presane coscienza, i doppi vincoli si scoprono negli aspetti più svariati dell’attività umana. [ndr seguono esempi] La sessualità: si desidera che la propria partner eterosessuale sia “santa di giorno e puttana di notte”, o che il proprio partner omosessuale sia “un vero uomo”.

 

Insomma, per il Nostro è schizofrenico ritenere l’omosessuale un vero uomo: qualcuno allerti Grillini!

E ancora: nel capitolo “Giochi matematici”, dissertando sulla scommessa di Pascal e la teoria dei giochi:

 

Il ragionamento di Dio è il seguente. La cosa migliore è che l’uomo creda, meglio senza rivelazione, ma se necessario attraverso essa: infatti, “beati sono coloro che non hanno visto e hanno creduto (Giovanni, XX, 29), ma “se non vedete segni e prodigi, voi non credete” (IV, 48). Se però l’uomo sceglie di non credere, la cosa migliore è che lo faccia in mancanza di rivelazione, perché sarebbe la sua rovina se egli rifiutasse di credere anche di fronte alla rivelazione: “Chi non crederà sarà condannato” (Marco, XVI, 16).

Il ragionamento dell’uomo si può invece riassumere nel seguente modo. La cosa migliore è che Dio si riveli e l’uomo creda, la cosa peggiore che Dio si riveli e l’uomo non creda. Il problema sta dunque nel decidere che cosa fare nel caso che Dio non si riveli, e Pascal suggerisce appunto che sia meglio credere.

La teoria dei giochi considera un’opzione irrinunciabile (in termini tecnici, dominante) per un giocatore, se essa è preferita qualunque sia il comportamento dell’avversario: non seguirla sarebbe irrazionale, visto che la si preferisce in ogni caso. Non rivelarsi è irrinunciabile per Dio: se l’uomo crede avrà più merito e se non crede avrà meno demerito.

 

Qui parrebbe addirittura che Odifreddi sia sul punto di rendere un buon servizio al cristianesimo, fornendo un aggancio matematico per il Deus Absconditus, per il “c’è abbastanza luce per chi vuole credere e abbastanza buio per chi non vuole credere” di Pascal (che però si guarda bene dal citare).

Sennonché, forse preoccupato da tale orribile eventualità, ecco che subito dopo il Nostro aggiunge che

 

Un Dio razionale che abbia le preferenze che abbiamo appena descritto non deve allora rivelarsi: poiché tali preferenze sono state dedotte dal Vangelo [ndr con delle deduzioni inconfutabili!], il suo protagonista non può essere un Dio razionale, e dunque Cristo o non è Dio, o non è razionale. Entrambe le alternative sembrano possibili: da un lato, egli stesso non ha mai affermato direttamente di essere Dio, ma solo di esserne il figlio (cosa che, ci dicono, dovremmo essere tutti); dall’altro lato, la teologia irrazionale è appunto una variazione sul tema dell’irrazionalità del cristianesimo.

 

E così, al modico prezzo di qualche svarione esegetico, il rischio di parlar bene del cristianesimo è sventato. E per quanto riguarda Pascal,

 

Credere è invece irrinunciabile per l’uomo, se si accetta la posizione di Pascal: se Dio si rivela è impossibile non credere, e se non si rivela si rischia a meno di credere. Ma la posizione di Pascal non è l’unica possibile, visto che persino un apostolo, Tommaso, preferiva quella contraria: “non ci credo se non ci metto il dito” (Giovanni, XX, 25). Nel caso di Tommaso, credere non è irrinunciabile per l’uomo, perché nel caso che Dio non si riveli è meglio non credere. E neppure non credere è irrinunciabile, perché nel caso che Dio si riveli è meglio credere. Non ci sono allora comportamenti irrinunciabili per l’uomo, in questo caso. La scommessa di Pascal si è rivelata dunque un cinico bluff teologico.

 

Dal che si evince che Odifreddi pensa, o quantomeno vuol far pensare al lettore, che l’apostolo Tommaso fosse un ateo totale, che si rifiutava di credere non già alla resurrezione di Cristo e soltanto in quel suo limitato momento di debolezza, ma proprio al concetto stesso dell’esistenza di Dio. Ogni commento è superfluo.

 

Giunto alla fine, nell’ultimo capitolo “opzioni per il terzo millennio”, il Nostro tira le somme: dopo aver stabilito una volta per tutte, per esempio, che la creazione e la fine dell’universo cosmologicamente parlando sono solo possibilità e non necessità, o che il fallimento delle prove dell’esistenza di Dio dimostra che non solo non è razionale credere in Dio ma che è razionale non credervi… insomma, dopo aver brillantemente risolto i grandi problemi su cui l’umanità si affanna da millenni, Odifreddi potrebbe anche tirare un sospiro di sollievo e considerare l’opera terminata.

E invece purtroppo no, perché restano ancora i cretini che non ragionano:

 

In questo capitolo finale aggiungeremo alcune considerazioni generali sulle opzioni che si presentano a coloro che, nonostante ogni mancanza di evidenza, intendono perseverare sulla via della fede. Fermo restando, però, che sarebbe problematico ammettere nel mondo moderno occidentale, anche solo come provvisoria ipotesi assurda, la credenza nella religione cattolica, che è messa in discussione da due sue caratteristiche.

 

E quali sono?

 

La prima, generica, è il dogmatismo su cui si fonda, che la rende incompatibile con la concezione della dignità umana conquistata politicamente attraverso le rivoluzioni inglese, americana, francese e russa, e teorizzata filosoficamente da illuminismo, romanticismo, marxismo ed esistenzialismo.

 

Anzitutto notare il mirabile tempismo del Nostro che nel 1999, dieci anni dopo la caduta del Muro, con la massima tranquillità e glissando su qualche milione di cadaveri ci ricorda la dignità umana conquistata dalla rivoluzione russa. Ma soprattutto il problema è: Odifreddi, che critica il dogmatismo cattolico, sa cos’è il dogmatismo? Che intende lui per dogmatismo?

 

La seconda, specifica, è l’elenco dei dogmi che determinano la fede cattolica: [ndr segue un elenco di alcuni dogmi]. Come si possono infatti credere affermazioni che non si possono capire? E come si può capire, ad esempio, quello che Jung definì “lo scandalo del dogma mariano”, e cioè l’affermazione che il corpo della Madonna è stato assunto in cielo? Per quanto siamo in grado di capire, nessun “corpo” può viaggiare più velocemente della luce: dovremmo forse pensare che la Madonna sia al più a 1950 [ndr perché proprio 1950? Perché non di meno e non di più? Forse perché il dogma è stato dichiarato nel 1950?] anni-luce da noi, dedurre che il “cielo” sta da qualche parte nella nostra galassia, e provare a localizzarlo con il telescopio?

 

E qui raggiungiamo veramente lo zenit della presunzione e il nadir del trash intellettuale. Abbiamo trovato l’immagine ideale con cui chiudere questa modesta disamina del capolavoro odifreddiano. Galileo con il suo cannocchiale si accontentava modestamente di capire come vadano i cieli; ma il Nostro, che è allo stesso livello di Galileo se non oltre (ed è anche lui un perseguitato), invece col telescopio vuole capire proprio come si vada in cielo. Immaginiamolo dunque a scrutare in lungo e in largo l’universo, e a risultati assenti scuotere la testa e trarre le debite somme. Lui non è in grado di capire come possa un corpo viaggiare più veloce della luce, perciò nessun corpo può viaggiare più velocemente della luce; lui non vede il paradiso nella nostra galassia, perciò il paradiso non esiste. E certo.

Questo, proprio questo, è il grand’uomo che si batte contro il dogmatismo.

 

Insomma, avete afferrato l’assioma di fondo su cui Odifreddi basa la Sua magniloquente attività intellettiva? Tutto ciò che Lui non è grado di capire o di vedere, non esiste. Ovvio. Il Suo intelletto penetra tutto ciò che è, che è stato e che sarà; la Sua incomparabile cultura abbraccia e comprende tutti i campi dello scibile in cui l’umanità si sia mai cimentata, dalla matematica alla patristica, dalla logica formale alla storia universale, dalla filosofia alla filologia, dalla fisica all’esegesi comparata. Se qualcosa esiste, è tautologia dire che Lui può individuarla, dedurla, analizzarla, intenderla approfonditamente e spiegarla decentemente nello spazio di qualche paragrafo. Sì, Lui può.

Piergiorgio Odifreddi: Yes I Can.

 

 

 

Postato da: ClaudioLXXXI a 00:08 | link | commenti (34) |
letteratura, antiteismo

martedì, 26 maggio 2009

Dollhouse

 

 

Ho 38 cervelli, e nessuno di loro pensa che si possa firmare un contratto

per essere schiavi. Specialmente ora che abbiamo un presidente nero.

 

 

Dollhouse è una serie di fantascienza molto interessante, frutto del genio creativo di Joss Whedon, già autore di serie cult come il teen horror Buffy The Vampire Slayer (il telefilm preferito di Massimo Introvigne!) e l’incompiuto meraviglioso western futuristico Firefly; una serie che pone molti interrogativi attorno a grandi temi come l’autonegazione della libertà, la degenerazione della fantasia, la tecnica asservita al potere assoluto dei pochi sui molti.

 

La Dollhouse è un’azienda segreta la cui esistenza è ufficialmente negata, una leggenda metropolitana per la gente normale, che offre con molta discrezione i suoi servizi soltanto a pochi eletti ricchi e potenti. La Dollhouse affitta persone: chiunque sia il lui o il lei di cui hai bisogno – squillo di lusso, professionisti espertissimi, qualcuno che sia veramente innamorato di te – loro possono accontentarti, impiantando l’opportuna personalità in una “Doll”: esseri umani a cui hanno resettato il cervello per rimuovere la personalità (la memoria, l’identità, la volontà, l’anima) e conservarla in un hard disk. Sono corpi vuoti, pronti ad essere riempiti all’occorrenza di personalità fasulle oppure ricavate da altre persone.

Quando non sono in missione le Doll, anche note come “Active”, abitano nella Dollhouse: un avveniristico edificio supersegreto nel quale vegetano in stato infantile e semicosciente, ripetendo le stesse frasi, nuotando placidamente in piscina, impegnate in attività elementari che tengono occupato al minimo il cervello, facendo molte docce in comune (miste: di regola gli Active non hanno impulsi sessuali), sempre sorridendo. Sempre sorridendo. Le Doll sembrano felici. Ed è importante notare che l’incarico di Doll è temporaneo, dura 5 anni (almeno così promette la Dollhouse) e soprattutto è volontario: tutti gli Active hanno scelto di diventarlo, hanno firmato il consenso, chi per soldi, chi perché la Dollhuose prometteva di risolvere qualche grosso guaio che avevano combinato, chi per disperata alternativa al suicidio contro l’intollerabile dolore di vivere.

Protagonista della serie è Echo, una Doll in qualche modo speciale, che riesce a pensare oltre gli stretti limiti del protocollo operativo di volta in volta impiantatole. Altri personaggi di rilievo: il supervisore di Echo, molto paterno nei suoi confronti e non privo di riserve morali sulla Dollhouse; un testardo agente dell’FBI, convinto che la Dollhouse esista davvero e deciso a smascherarla e salvare le Doll; e nell’ombra si muove il pericoloso Alpha, un Active ribelle fuggito dopo un sanguinoso incidente, dagli scopi misteriosi.

 

 

Queste le premesse, vorrei parlare un po’ dei temi etici sollevati dalla serie.

Anzitutto, la libertà. Questa è la grande domanda di fondo della serie: siamo liberi di perdere la nostra libertà? I volontari hanno “liberamente” scelto di diventare Doll, ma è possibile una tale scelta? L’autodeterminazione si può spingere all’autodistruzione?

Potete ben vedere che si tratta di domande di estrema importanza, soprattutto oggigiorno. Domande a cui la serie sembra fortemente suggerire una risposta negativa: consenso o non consenso, l’attività della Dollhouse è intrinsecamente immorale, oltre che pericolosa per le sue implicazioni sociali. Uno dei migliori episodi della prima stagione mostra spezzoni di interviste per strada a gente di varie condizioni, interrogandoli su questa fantomatica Dollhouse che di sicuro non esiste, non possono fare una cosa del genere, ma se esistesse tu che faresti? Le risposte sono le più disparate, c’è chi vorrebbe spassarsela con le Doll o addirittura essere una di loro (“fai di tutto. E in più non devi ricordarti niente. O studiare, o pagare l'affitto. E in cambio te la spassi con gente ricca per tutto il tempo. Dove devo firmare?”), e c’è chi la vede come la nuova frontiera della schiavitù (“C'è un solo motivo per cui una persona vorrebbe diventare uno schiavo: il fatto che lo sia già”). L’accidentato percorso della protagonista Echo la spinge a recuperare via via una sorta di autoconsapevolezza, fino a capire che non si può firmare il consenso per rinunciare al proprio consenso.

La questione diventa, per chi ha una particolare sensibilità a certi argomenti, ancor più interessante se la si associa a un’altra forma di autonegazione della libertà, che non è un ipotetico futuro ma un terribile presente: sto parlando ovviamente dell’eutanasia. L’argomento non è stato affrontato da Dollhouse, almeno finora e forse non lo sarà mai (anche perché, diciamocelo, a parlare contro la schiavitù son bravi tutti e si fa sempre bella figura, a parlare contro l’eutanasia si rischia qualcosa in termini di popolarità); ma c’è comunque la speranza che qualche giovane liberal, portato a riflettere sulle contraddizioni dell’autodeterminazione spinta all’estremo, spinga la sua riflessione oltre i limiti del politicamente corretto.

Grazie Joss, non è proprio il massimo, ma va bene così.

 

 

Seconda questione: la fantasia.

Per quel che si è visto finora nelle dodici puntate della prima stagione, ci sono fondamentalmente tre tipi di clienti della Dollhouse: i perversi, i pratici e i patetici. Tutti hanno molti soldi, probabilmente troppi.

I perversi sono quelli che affittano le Doll per fare sesso. Si tratta semplicemente di prostituzione, in certi elitari strati sociali la Dollhouse è l’ultima moda dell’escort. Che altro c’è da dire?

I pratici sono quelli che hanno bisogno di una personalità con determinate caratteristiche per un fine concreto, qualche volta perfino positivo. A un miliardario rapiscono la figlia: si rivolge alla Dollhouse per avere il miglior negoziatore possibile. Un uomo d’affari deve far rubare un oggetto e affitta una personalità stile Arsenio Lupen. Una task-force deve infiltrare un agente in una setta di fondamentalisti cristiani che usa la religione come copertura per loschi fini: mandano il miglior infiltrato possibile, cioè una Doll a cui hanno impiantato una personalità sinceramente credente (inevitabile il paragone tra il brainwashing della Dollhouse e quello della setta). A volte la Dollhouse assume perfino incarici pro bono, a gratis: una Doll può aiutare una bambina vittima di abusi a superare il trauma, trovando con lei l’empatia perché ha una personalità che ha subito quelle stesse esperienze.

In particolare, è molto interessante il caso della donna facoltosa che si fa fare periodicamente la scansione cerebrale: dopo che è stata uccisa, la sua personalità viene consapevolmente impiantata in una Doll per darle l’opportunità di smascherare il suo assassino e risolvere i conti in sospeso. Si allude agli enormi problemi derivanti da questa forma di immortalità immanente: il supervisore di Echo, moralmente più degno di tanti suoi colleghi, avvisa la direttrice della Dollhouse che “Vita eterna. È qualcosa che offriamo, adesso? Perché in quel caso si rende conto che questo segna l'inizio della fine? Una vita infinita. Tutti la desiderano. Il cristianesimo, le altre religioni... la moralità non esiste senza la paura della morte” (ah sì?), al che il boss replica “Non sto progettando di guidare la civiltà occidentale verso la sua fine. È solo per questa volta”. Sarà proprio vero?

Poi ci sono i patetici. Sono i più innocui, ma in un certo senso è qui che l’attività della Dollhouse è più pericolosa. I patetici sono quelli che si rivolgono alla Dollhouse per realizzare fantasie “normali” che non hanno la capacità di risolvere da soli. C’è quello che vuol il miglior appuntamento possibile, ma non riesce a trovare una ragazza con cui legare davvero: affitta una Doll e va sul sicuro. Qualcuno non riesce a farsi amici nella realtà e vuole una Doll soltanto per passare in allegria il compleanno. Una signora di mezza età sogna una fuga d’amore impossibile e si autoillude con un giovane aitante Active nei fine settimana. C’è un tipo a cui è morta la moglie poco prima che potesse dirle che aveva finalmente comprato la casa dei loro sogni: ogni anniversario affitta una Doll con la personalità artificialmente ricostruita della moglie, per mostrarle finalmente la casa, vedere la sorpresa e la felicità sul suo volto, dirle che l’ama (beh, anche fare sesso con lei).

I patetici sono i casi più tristi. Più triste del comprare sesso è il comprare sentimenti, ovvero illudersi di poterlo fare. S’intravede all’orizzonte un mercato fatto di consumatori individualisti e disillusi che hanno perso ogni capacità di costruire autentiche relazioni umane e preferiscono noleggiarle prefabbricate; incapaci di smussare il proprio carattere per adattarlo agli altri, preferiscono noleggiare un altro appositamente tarato per il proprio carattere; incapaci di sforzarsi per migliorare la propria realtà, preferiscono vivere una sterile fantasia. È il solipsismo massificato e commercializzato, la masturbazione elevata a sistema sociale.

È questo il destino dell’occidente sazio e disperato? E chi ne trae guadagno?

 

 

Ah, ma qualcuno che ci guadagna c’è sempre. C’è sempre qualcuno che trae guadagno dal convincere la gente che è meglio uccidersi che vivere, è meglio una relazione alla giornata che impegnarsi in qualcosa di duraturo. C’è sempre chi ha tutto l’interesse a convincere le persone che libertà vuol dire essere schiavi dei propri istinti, i quali spesso per essere soddisfatti necessitano di consumi crescenti e a pagamento. E c’è sempre chi vuole conseguire un potere smisurato per mezzo di una tecnologia sfrenata, e respinge ogni tentativo di mettere limiti con l’accusa di oscurantismo e la bandiera del Progresso.

La Dollhouse si occupa di fantasie: questo è il loro incarico, ma non è il loro scopo”, è il sibillino messaggio che arriva all’agente dell’FBI Ballard, che ha giurato a sé stesso di salvare Echo e distruggere la Dollhouse, da parte di un misterioso alleato. Ma la Dollhouse in sé è solo la propaggine di una più vasta consorteria occulta di illuminati, i cui obiettivi a lungo termine sono ben più grandi dell’affittare piacere a facoltosi debosciati. Ci sono Doll che non risiedono nella Dollhouse, ma vivono tra noi: Active “dormienti”, a cui è stata impiantata una personalità normale e di basso profilo, modificata con meccanismi nascosti che possono, ad un preciso impulso sensoriale, trasformarli in killer infallibili ed inconsapevoli. Il vaso di pandora è stato appena scoperchiato e c’è una quantità enorme di questioni da affrontare: qual è l’obiettivo ultimo di chi si nasconde dietro la Dollhouse? Un esercito, una società, un mondo fatto di Doll, di persone-cose? Una società in cui tutti hanno una personalità artificiale, controllabile e perfetta, il paradiso in terra sognato da tutte le illuminate utopie moderne? Ma quanto è facile rovesciare un paradiso nell’inferno? Dov’è il pericolosissimo Alpha, il figliol prodigo della Dollhouse, che si considera l’incarnazione dell’oltreuomo nicciano e ama sfregiare le persone con lame affilate? Dov’è la differenza tra una personalità naturale e artificiale? L’identità è solo la conseguenza della memoria? Le Doll hanno ancora il libero arbitrio? I corpi sono fungibili? L’anima esiste davvero, è separabile dal corpo e scaricabile in un hard disk, oppure è qualcosa di più che una configurazione neurale resettabile a piacere? Chi di noi potrebbe essere una Doll senza saperlo? E se fossimo tutti le Doll di Dio (il Dio di Lutero, di Calvino, forse anche di Hegel)?

 

 

Dollhouse è una serie veramente notevole. Ha un altissimo potenziale, ma purtroppo finora è riuscita a svilupparlo solo in parte, vuoi per l’estrema atipicità del prodotto (se la protagonista cambia personalità ad ogni episodio è difficile fidelizzare il pubblico), vuoi perché non sono moltissimi gli spettatori capaci di apprezzare le questioni sollevate, vuoi anche per innegabili difetti di regia e sceneggiatura. La prima stagione ha fatto ascolti bassi e la FOX ha concesso il rinnovo per la seconda stagione a fatica e in via sperimentale. Il rischio che Dollhouse faccia la stessa fine del compianto Firefly è molto concreto, e sarebbe davvero uno spreco, perché la mia sensazione è che Dollhouse abbia appena cominciato a dire quello che deve dire. Vedremo.

  

    

 

Postato da: ClaudioLXXXI a 12:22 | link | commenti (12) |
cinema, scienza, libero arbitrio

mercoledì, 13 maggio 2009

Non è abbastanza

 

2009

(il giornalista)

“Commentiamo in diretta lo storico viaggio di Benedetto XVI in Israele. Il Papa sta parlando nello Yad Vashem, e sta ricordando l’innegabile realtà storica dell’Olocausto. Abbiamo invitato in studio il rabbino […] per sapere cosa pensa di questo importante evento… ma vedo che il rabbino scuote la testa in segno di delusione, forse qualcosa non lo ha soddisfatto, chiediamoglielo direttamente…”

 

(il rabbino)

“Si tratta sicuramente di un’esperienza per alcuni versi positiva, sarebbe ingeneroso riconoscerlo. Purtroppo è anche un’occasione sprecata, perché restano ancora perplessità… la verità è che stiamo facendo dei passi indietro, questo papa non ha il coraggio del suo predecessore, e ci chiediamo se non voglia far regredire il dialogo interreligioso fino alla cancellazione. Per esempio, giustamente il papa ha ricordato l’innegabile realtà storica dell’Olocausto. Ma perché non ne ha nominato anche i responsabili, gli esecutori materiali? Perché non ha pronunciato le parole ‘tedesco’ e ‘gerarca nazista’, per paura forse? Si vuol forse sottilmente suggerire che la Shoa sia avvenuta da sola, senza qualcuno che l’abbia materialmente causata? Si vuol forse obliterare la responsabilità storica? Si vuol forse rimuovere la memoria di…”

 

 

2009 + x

(il giornalista)

“Commentiamo in diretta lo storico viaggio di […] in Israele. Il Papa sta parlando nello Yad Vashem, in cui già parlò il suo predecessore Benedetto XVI. Ecco, ora il Pontefice sta ricordando l’innegabile realtà storica dell’Olocausto… ricorda quali furono i tragici filosofi, e anche gli ecclesiastici, il cui pensiero inquinò la cultura tedesca e preparò il terreno all’ascesa al potere dei gerarchi nazisti… sta nominando gli esecutori dell’Olocausto: Adolf Hitler, nato a Branau Am Inn il 20 aprile 1889; Hermann Göring, nato a Marienbad il 12 gennaio 1893; Heinrich Himmler, nato a Monaco di Baviera il 07 ottobre 1900; Ernst Röhm, nato a Monaco di Baviera il 28 novembre 1887; Anton Drexler, nato a Monaco di Baviera il 13 giugno 1884; Rudolf Hess, nato ad Alessandria d'Egitto il 26 aprile 1894; Martin Bormann, nato a Wegeleben il 17 giugno 1900; Rudolf Höss, nato a Baden-Baden il 25 novembre 1900; Theodor Eicke, nato a Hampont il 17 ottobre 1892; Arthur Liebehenschel, nato a Posen il 25 novembre 1901; Richard Baer, nato a Floß il 9 settembre 1911; Joachim von Ribbentrop, nato a Wesel il 30 aprile 1893; Joseph Goebbels, nato a Rheydt il 29 ottobre 1897…”

 

(novantadue minuti dopo)

“… Leni Riefenstahl , nata a Berlino il 22 agosto 1902.

Ecco, approfittiamo di una breve interruzione pubblicitaria per raccogliere il commento del rabbino […] sull’importante evento a cui stiamo assistendo… ma vedo che il rabbino scuote la testa in segno di delusione, forse qualcosa non lo ha soddisfatto, chiediamoglielo direttamente…”

 

(il rabbino)

“Non voglio certo disconoscere le potenziali conseguenze positive di questo affascinante cerimoniale. Al tempo stesso, la sincerità mi impone di confessare che provo anche del disappunto… forse non è ancora arrivato il momento di una piena riconciliazione. Ma suvvia, diciamo la verità, stiamo facendo dei passi indietro, questo papa non ha il coraggio del suo predecessore e ci chiediamo se non voglia far regredire il dialogo interreligioso fino alla cancellazione. Giustamente il papa ha ricordato la deplorevole memoria dei nazisti che compirono il misfatto. Ma perché ha detto che essi “uccisero” gli ebrei, invece di dire che li “assassinarono”? Perché ha attentamente scelto di usare una parola meno incisiva? Si vuol forse sottilmente minimizzare la portata storica di quanto è accaduto? E poi, perché limitare il discorso ai soli tedeschi nazisti? Il papa ha forse interesse a dimenticare che il nazismo arrivò al potere con elezioni democratiche? Vuol forse dire darci ad intendere che quegli uomini furono un incidente storico, disgiunti dalla responsabilità collettiva del popolo che li mandò al potere? O si vuol suggerire che tutto va bene se c’è la democrazia? E poi, il papa ha detto che degli ebrei furono uccisi, ma ha omesso di specificare che furono in sei milioni. Perché questa omissione? Si vuol forse…”

 

 

2009 + x + y

(il giornalista)

 “Commentiamo in diretta lo storico viaggio di […] in Israele. Il Papa sta parlando nello Yad Vashem, in cui già parlarono i suoi predecessori Benedetto XVI e […]. Il Pontefice sta ricordando l’innegabile realtà storica dell’Olocausto… deplora le gesta dei gerarchi nazisti, e ricorda le cause del tragico eccidio che portò alla morte di circa sei milioni di ebrei, tra i due e i tre milioni di prigionieri di guerra sovietici, due milioni di polacchi, cinquecentomila zingari, duecentomila disabili, quindicimila omosessuali, e molti altri… afferma che per la moderne democrazie c’è un’amara lezione da imparare dal fatto innegabile che il nazismo arrivò al potere tramite elezioni democratiche, e che questo deve metterci in guardia dal credere che certi valori fondamentali possano dipendere da un voto di maggioranza. Ecco, ora il Pontefice sta elencando le liste elettorali della Germania nel 1933: nel Land dello Stato libero di Anhalt … nel Land della Repubblica del Baden … nel Land dello Stato libero di Baviera … nel Land dello Stato libero di Braunschweig … nel Land di …”

 

(novecentoventi minuti dopo)

 

 

“… e dunque, in conclusione, questa fu la percentuale di consensi per il partito nazista nel 1933.

Ecco, approfittiamo di una breve interruzione pubblicitaria per raccogliere il commento del rabbino […] sull’importante evento a cui stiamo assistendo… ma vedo che il rabbino scuote la testa in segno di delusione, forse qualcosa non lo ha soddisfatto, chiediamoglielo direttamente…”

 

(il rabbino)

“Non vorrei essere ingeneroso, dopotutto è lecito nutrire speranze che qualcosa di buono possa venire questa occasione, né voglio offendere la solennità del santo rituale cui abbiamo appena assistito. Ma bisognerebbe molto ingenui per credere che tutto sia risolto. Bisogna purtroppo riconoscere che stiamo facendo dei passi indietro, questo papa non ha il coraggio del suo predecessore, e ci chiediamo se non voglia far regredire il dialogo interreligioso fino alla cancellazione…

 

Postato da: ClaudioLXXXI a 12:04 | link | commenti (33) |

lunedì, 11 maggio 2009

Il Karma di Earl

 

 

Earl Hickey è un balordo di periferia che vive di piccoli furtarelli con una moglie adultera, due figli non suoi e un fratello affezionato ma scemo. La sua vita cambia quando compra un biglietto del gratta e vinci e scopre di aver vinto 100.000 dollari: la gioia improvvisa lo spinge a correre esultando in mezzo alla strada, il che si rivela una pessima idea nel momento in cui viene investito da una macchina e perde il biglietto vincente che vola via nel vento. In ospedale la moglie fedifraga lo induce con l’inganno a firmare le carte per il divorzio, e se ne va ridendo con l’amante a reclamare tutta per sé la loro casa (una roulotte scassata).

Sembra il punto più basso della vita del povero Earl, quand’ecco l’illuminazione: guardando per caso un talk-show in cui si parla del Karma, questo concetto teologico orientale che il presentatore riduce al semplice “fai cose buone e ti accadranno cose buone / fai cose cattive e ti accadranno cose cattive”, il simpatico briccone – che nella sua ignoranza non sa né saprà mai nulla del samsara e di tutto il resto – decide all’improvviso che deve redimere la sua vita e stila una lista di tutte le sue malefatte, un elenco di qualche centinaio di cattive azioni a cui si ripromette di porre rimedio. Dimesso dall’ospedale e ridotto in miseria, Earl va a vivere con suo fratello in uno squallidissimo motel, di cui decide di pulire il parcheggio per rimediare all’aver sempre gettato la spazzatura per terra… e, nel farlo, ritrova tra l’immondizia il biglietto vincente. È la prova che il Karma funziona!

A questo punto, incassato il premio e raggiunta una certa stabilità economica, Earl può dedicarsi a tempo pieno a rimediare ai suoi passati misfatti, attività che costituisce l’esilarante trama della serie e che comprende malefatte del tipo:

 

“Ho rubato la macchina a una donna con una gamba sola”;

“Non ho mai pagato le tasse”;

“Ho usato una cassetta delle poste come pattumiera”;

“Ho preso in giro una ragazza freak per i suoi baffi”;

“Ho fatto rotolare un uomo giù per una collina dentro un bagno chimico”;

“Mi sono finto morto per liberarmi di una fidanzata oppressiva”;

E così via…

 

 

My name is Earl è uno show divertente e fondamentalmente disimpegnato, pensato anzitutto per far ridere lo spettatore, e io di solito rido moltissimo; però offre anche, a chi li sa e li vuole cogliere, alcuni interessanti spunti di riflessione.

 

 

Personale. È significativo notare che Earl, nella sua incolta semplicità, attribuisce al Karma determinate intenzioni sulla sua vita (“credo che il Karma stia cercando di dirmi che devo fare…”, segue comportamento divertente), lo chiama per nome quando si trova nei guai (“Karma! Karma! Karmaaaa! HELP ME!!!”), e gli capita anche di insultarlo quando si caccia in qualche situazione disperata. Per lui il Karma non è una bilancia dell’anima o una matematica metafisica, ma una volontà: un Qualcuno, non un Qualcosa.

Insomma: Earl parla del Karma, anzi al Karma, ma in realtà pensa – seppure in termini del tutto vaghi – a una sorta di Dio personale. Saranno le radici giudaicocristiane?

 

 

Chiedere scusa. Tutto il meccanismo narrativo della serie è incentrato sul fatto che Earl, per poter cancellare una voce dalla sua smisurata lista, non deve solo farsi perdonare dalle persone che ha danneggiato: deve anche cancellare nella loro vita le conseguenze negative delle sue passate scelleratezze, il che lo conduce nelle situazioni più assurde (dal fare il bersaglio in una gara di lancio di coltelli al frequentare una scuola per cheerleader).

Pentirsi non significa solo dire “mi dispiace”: bisogna fare penitenza concreta. Sennò è troppo facile. L’assoluzione vuole la riparazione.

 

 

Le regole. Earl è diventato un brav’uomo, ma è ancora un sempliciotto; sono quattro stagioni che fa “buone azioni” per cancellare le sue precedenti “cattive azioni”, e non si è ancora fatto la domanda fondamentale: chi decide se un’azione è buona o cattiva? Probabilmente dà per scontato che sia il Karma stesso; o forse pensa che la bontà o cattiveria di un’azione non abbia bisogno di essere decisa da nessuno, che sia qualcosa di intrinseco all’azione stessa, il Karma essendo soltanto il “guardiano” che premia le buone e punisce le cattive.

A pensarci un po’, queste sono proprio le due possibili concezioni del bene e male: o decisi da una volontà superiore, o impliciti nel sistema oggettivo della natura / morale / razionalità. Da un lato c’è la concezione islamica della morale come assolutamente dipendente dal puro arbitrio a-razionale divino, e incomprensibile all’intelletto umano (è comune nella teologia araba l’affermazione che Allah potrebbe in qualunque momento, per i suoi imperscrutabili gusti, scambiare di posto il bene e il male); all’altro estremo c’è la Dharma delle religioni atee come il buddismo o il gianismo, ovvero il giusnaturalismo razionalista illuminista: il bene e il male sono tali non perché decisi da un qualche dio, ma perché esistono di per sé e/o sono razionali com’è razionale il 2+2=4.

Conviene inoltre notare che il cristianesimo non si identifica né con l’uno né con l’altro estremo ma unifica le due concezioni (et-et): la morale deriva sì da Dio, ma da un Dio-Logos e non un Dio-Arbitrio (discorso di Ratisbona…), un Dio che non si contraddice e contiene la propria onnipotenza nella strada maestra della logica. un Dio che dà all’uomo una morale razionalizzabile e ricostruibile anche etsi Deus non daretur.

Comunque, all’atto concreto, non avendo mai sentito una voce dal cielo che gli dica “Io Sono Il Karma E Ti Dico Che Devi Fare Così”, Earl decide cosa è bene fare nelle varie situazioni in base al suo rinnovato senso etico, fondamentalmente mutuato dalla generica morale laicocristiana dell’americano medio; e ad ogni modo le situazioni al limite (aiutare l’esilarante amico gay Kenny a fare outing, truffare una catena di ristorazione che ha danneggiato l’amico venditore di hotdog…) sono sempre trattate in modo buffo e sopra le righe.

Che poi, a pensarci bene, non è proprio ciò che ha fatto il giusnaturalismo razionalista? Ha colto il frutto della morale cristiana e l’ha staccato dall’albero, pensando che bastasse da solo a garantire la stabilità sociale e che nessuno mai avrebbe messo in discussione la sua validità oggettiva universale. Poi il frutto ha cominciato a marcire, e poche generazioni dopo l’espressione “morale universale” avrebbe pubblicamente suscitato crasse risate di scherno per i cretini-credenti, ma questo è un altro discorso…

 

 

Do ut des. All’inizio della sua conversione, il movente di Earl è puramente utilitaristico: fa buone azioni perché vuole che gli succedano cose buone, non perché fare il bene è giusto di per sé. Si aspetta chiaramente una ricompensa dal Karma, e una ricompensa immediata, non nell’aldilà. Il centuplo quaggiù, va bene anche meno, ma… pochi maledetti e subito. Tant’è che ogni tanto manifesterà pure dubbio od ostilità verso il Karma, quando gli sembrerà che stia tardando a dargli la ricompensa che gli spetta (nella terza stagione Earl avrà una “crisi di fede” che lo spingerà ad abbandonare la lista e riprendere le sue cattive abitudini: e giustamente il Karma lo rimetterà sulla retta strada facendolo investire da un’altra macchina, mandandolo in coma e facendolo innamorare di una bella donna, tutto questo nello stesso momento). Il che in effetti, a pensarci bene, è il modo in cui molti vivono borghesemente la religione: va bene finché le cose vanno bene, ma quando le cose vanno male…

Man mano che la serie prosegue, però, Earl comincia a provare sincera soddisfazione quando riesce a fare felice qualcuno, ad aiutare chi aveva danneggiato; a volte pensa che questa sia la sua ricompensa. Capirà forse un giorno che voler bene al prossimo significa voler bene anche a sé stessi? E che il centuplo di qua è solo un’anticipazione dell’infinito di là?

 

 

Il perdono totale. Ogni serie televisiva ben fatta ha una “linea dell’orizzonte”, un punto d’arrivo che lo spettatore deve intravedere, il cui raggiungimento segnerebbe la fine della storia e che pertanto deve essere costantemente posticipato affinché lo show possa durare altre puntate. La bravura degli sceneggiatori consiste proprio nel saper giostrare quest’orizzonte, farlo sembrare vicino e poi allontanarlo di colpo, per far crescere nello spettatore l’attaccamento alla storia e la voglia di guardare un altro episodio. Per Twin Peaks l’orizzonte era scoprire l’assassino di Laura Palmer (e infatti la serie è andata a catafascio quando lo si è scoperto e i produttori l’hanno fatta continuare ugualmente); per X-files era svelare il megacomplotto governativo-alieno; per LOST “sarebbe” vedere i sopravvissuti al disastro aereo che riescono ad abbandonare l’Isola; per Prison Break è la definitiva libertà dei fratelli fuggitivi; per Heroes nella prima stagione era sventare l’esplosione apocalittica distruggi-mondo, e dopo non si è più capito, e infatti la serie nelle stagioni successive si è completamente rovinata; e così via.

Per My Name Is Earl l’orizzonte, la conclusione della serie, sarà raggiunto quando Earl avrà cancellato tutte le voci della sua lista. A quel punto (sembrerebbe) non avrà più cattive azioni a cui rimediare e sarà a posto con il Karma, senza più nulla da farsi perdonare.

Il fatto è che Earl, e io credo che lo capirà quando arriverà alla fine, non sarà mai completamente a posto. La lista continua ad allungarsi, perché a volte gli capita di dover aggiungere nuove voci  per aver fatto qualcosa che non avrebbe proprio dovuto fare (come quando nella prima puntata della 2 stagione lui e la sua ex-moglie tengono per sbaglio un commesso di supermercato rinchiuso tre giorni nel rimorchio di un camion rubato!!!); e gli succede perfino di capire di non poter cancellare una voce della lista.

Insomma, la strada verso la perfezione è un asintoto: tendiamo sempre e non arriviamo mai al limite. Almeno, non da soli. Earl potrà trovare tanti perdoni parziali dalle singole persone, ma non saranno mai abbastanza; il perdono totale e completo, quello potrà darglielo solo qualcun altro. Forse il Karma stesso? Forse sì: ma un Karma che perdona non è più un Qualcosa, è un Qualcuno.

 

Postato da: ClaudioLXXXI a 13:13 | link | commenti (6) |
cinema

venerdì, 08 maggio 2009

I Dervisci e il poliziotto globale

 

Voglio vederti danzare
come i Dervisches Tourners
che girano sulle spine dorsali
o al suono di cavigliere del Katakali…

 

La tragedia del Korosko. Scritto da Arthur Conan Doye nel 1898. Libretto agile, non troppo impegnativo, di nuova attualità contemporanea. Un gruppo di turisti occidentali in gita in Egitto alla fine del XIX secolo viene catturato dai Dervisci che li vogliono convertire all’Islam e/o sgozzarli e/o rapirli a scopo estorsione riscatto (le donne invece vanno bene per l’harem del Califfo). Per una strana coincidenza ho cominciato a leggerlo proprio il giorno prima che Christian Rocca ne parlasse sul Foglio. Qui si fa un esercizio d’alta ermeneutica, si associano i protagonisti della storia alle loro controparti intellettuali del XXI secolo.

I Dervisci sono fanatici e spietati. Ma davvero l’unica altra alternativa geopoliticamente possibile è il fardello dell’uomo bianco del colonnello Cochrane?

 

Ognuno di noi ha la propria missione. La Germania predomina nel campo del pensiero astratto, la Francia nella letteratura, nelle arti e nella grazia. Ma noi e voi [gli inglesi e gli americani] abbiamo tra i nostri uomini migliori un concetto più alto del senso morale e del pubblico dovere di quanto solitamente accade per gli altri popoli; e queste sono le due qualità che occorrono per dirigere una razza più debole che non è possibile aiutare con il pensiero astratto o con le belle arti, ma unicamente con il senso morale che è la sola forza che riesca a tenere in bilico la bilancia della Giustizia, conservandosi al tempo stesso esente dagli allettamenti della corruzione. È in questo modo che noi governiamo l’India. Siamo andati laggiù per una specie di legge naturale come l’aria accorre entro una campana pneumatica. Dappertutto, in tutto il mondo, contro i nostri interessi diretti e le nostre ferme intenzioni, siamo ugualmente attirati per lo stesso motivo.

Postato da: ClaudioLXXXI a 11:33 | link | commenti (7) |
letteratura, islam

 

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A margine

L’amore vuole amare. Anche se l’amore non è amato, che importa? L’amore ha bisogno di amare. L’amore deve amare. L’amore ama l’amore, l’amore ama amare l’amore, l’amore ama il suo amar amare l’amore in un crescendo vertiginoso esponenziale di amore per amore per amore che si moltiplica per sé stesso fino a non finire mai. L’amore autoreferenziale, autonecessitato, autonutritivo, autoesplicativo. L’amore come il serpente ouroburos degli alchimisti che si morde la coda. L’amore che realizza il moto perpetuo perché delle leggi della termodinamica se ne frega. L’amore è l’unica cosa che amando sé stessa non è mai egoismo, perché è sempre amore.