Libero Arbitrio

Un blog fuori dalle catacombe.

sabato, 21 novembre 2009

L’antropologo

 

 

Nel primo “Diario minimo” di Umberto Eco, una raccolta di vari divertissements letterari, c’è uno scritto molto spiritoso intitolato “Industria e repressione sessuale in una società padana” (qui se ne possono leggere alcuni brani). Si tratta della parodia di un saggio antropologico nel quale, con singolare inversione di ruoli, è il “civilizzato” polinesiano ad intraprendere un viaggio di studio presso i “primitivi” occidentali, per l’appunto gli abitanti della pianura padana, con l’intento di studiare e documentare i loro arretrati usi e costumi.

Sennonché, lo studioso usa nei confronti della cultura studiata la stessa inconscia saccenteria, il medesimo complesso di superiorità, l’uguale approccio politicamente corretto e tutto il connesso armamentario ideologico tipico di gran parte degli studi antropologici; con l’ovvia conseguenza che lo sventurato accademico incorre in cantonate esilaranti, come quando interpreta la natura delle partite di calcio come riti cannibalistici di massa, oppure come quando connette alla disastrosa manutenzione stradale e ai conseguenti incidenti mortali la funzione di sacrifici umani offerti dai capi del villaggio milanese alle divinità locali.

In effetti, sotto l’apparenza della parodia, l’autore vuole evidenziare alcuni caratteri paradossali dei nostri usi e costumi cosiddetti civili (tant’è che talvolta le intuizioni dell’antropologo, per quanto sgangherate, a pensarci bene hanno un inquietante fondo di verità); ma al tempo stesso il pezzo funziona come denuncia di un certo modo di guardare “gli altri” con le lenti del pregiudizio, della compiaciuta ed egocentrica certezza nella propria superiorità, e della sottintesa mancanza d’interesse nel capire veramente chi è l’altro. E i risultati di un simile approccio sono al tempo stesso ridicoli e tragici.

 

Lo scritto di cui sopra mi è venuto in mente leggendo i post di un personaggio che da qualche tempo si è imbarcato nell’impresa di “osservare antropologicamente” i blog cattolici impegnati in temi etici e politici, allo scopo di conoscerli per combatterli, e che ultimamente ha onorato anche me della sua attenzione (per chi volesse leggere di persona, qui).

La sua indagine sociale mi ricorda per certi versi quella parodia di antropologia, anche se il paragone gli è indubbiamente sfavorevole: perché non solo il nostro improvvisato antropologo ha una comprensione della fenomenologia cattolica paragonabile a quella di quel dotto polinesiano che studiava la vita milanese, ma per di più egli è tragicamente carente degli understatements e della sotterranea ironia che pervadeva la prosa di Eco. Purtroppo l’unica ironia che promana dai suoi post è l’ironia involontaria che nasce dall’accumularsi di insulti lanciati all’interlocutore che avesse la ventura di coglierlo in fallo, dalla ripetuta derisione carica di disprezzo verso il “selvaggio” oggetto di studio, dal continuo ricorso a paroloni roboanti e all’autorità veneranda di intellettuali tromboni, e dal suo continuo insistente pavoneggiarsi nell’esaltare la sua stessa propria superiorità e il suo compiaciuto snobismo culturale.

Tutto questo da un lato mette un po’ tristezza, perché è sempre sconfortante vedere quando in basso può cadere un essere umano (qualunque essere umano); ma d’altra parte dovrebbe consolare tutti noi “selvaggi”, perché se siamo insultati per i nostri discorsi vuol dire che danno fastidio, sono efficaci, e stiamo facendo quello che siamo chiamati a fare. Dopotutto, ci era forse stato promesso qualcosa di diverso?

(Mt 5, 11…)

 

Perciò, le ingiurie del nostro appassionato detrattore le considero medaglie al valore e come tali ne tengo gran conto, e così invito a fare tutti coloro che ne sono stati onorati.

E nel frattempo, come sempre accade, gli antropologi da strapazzo trovano già la propria punizione in re ipsa: nel proprio stesso intrinseco ed inesorabile essere tanto, tanto, tanto ridicoli.

 

Postato da: ClaudioLXXXI a 11:07 | link | commenti (2) |
antiteismo

mercoledì, 18 novembre 2009

Leoni con gli agnelli, pecore coi lupi…

 

Il trailer di 2012, il nuovo film del regista catastrofico Roland Emmerich:
 


L’avete visto il trailer? Bravi. E avete notato tra i momenti topici il Cristo Redentore di Rio De Janeiro che si sgretola, la Cappella Sistina attraversata dalla crepa che “divide” Dio e l’uomo, il cupolone del Vaticano che si stacca e rotola (!!!) lungo Piazza San Pietro schiacciando quei fessi poveracci dei fedeli che hanno avuto la stupida inopportuna idea di andar lì a pregare? Bene.

 

 

Ecco, guardando queste scene uno potrebbe anche infastidirsi.

Io invece no. Queste scene in sé non mi disturbano affatto. Dopotutto Emmerich i film li fa così, è il suo stile pacchiano fatto di “effetti speciali che sono un’alternativa all’intelligenza” (cit. Alessio Guzzano), non si può pretendere altro.

M’infastidisce un po’, semmai, tutto questo millenarismo cialtronesco e approssimativo sulle “profezie Maya”, che sa solo di montatura commerciale (cfr qui). Ma vabbè, c’è un tipo di uomo moderno che, come diceva G. K. Chesterton, da quando non crede più in Dio non è che non crede in nulla, crede a tutto.

E m’infastidisce appena appena un po’ di più che Emmerich stesso in un’intervista (qui il riassunto italiano, qui l’originale inglese) abbia spiegato il senso di quella rotolata del cupolone dicendo che quei fedeli “believe in praying and prayer, and they pray in front of the church, and it's probably the wrong thing, what they would do in that situation”, pregare davanti a una chiesa è la peggiore idea che si possa avere.

Ma queste cose sono bazzecole, nulla cui dare troppo peso.

 

 

Nossignore: quello che invece mi colpisce è che Emmerich nella suddetta intervista ammetta tranquillamente che lui, all’inizio, tra i monumenti religiosi distrutti ci voleva mostrare anche la Kaaba che sta alla Mecca; solo che poi gli hanno fatto notare che non era il caso di attirarsi addosso una fatwa.

E allora il grande regista, che pure non rinuncia a dichiararsi “contro le religioni organizzate”, con un elegante sfoggio di pusillanimità istinto di autoconservazione, ha deciso di escludere qualsiasi immagine che potesse urtare la sensibilità islamica.

Tanto “non era importante per il film”. Ah, ecco.

E ti viene pure a fare il pensieroso, poi, dicendo che “nel mondo occidentale dobbiamo tutti riflettere su questo”.

Ma va’, davvero.

 

 

Ma non era più ammirevole Giordano Bruno?

Postato da: ClaudioLXXXI a 12:48 | link | commenti (18) |

sabato, 14 novembre 2009

Tempus fugit

 

 

Fare la fila alla posta è un’esperienza che tutti dovrebbero fare almeno una volta nella vita, per imparare una lezione sul nesso tra pazienza e sofferenza. Specialmente se avviene in uno di quegli uffici postali dove non c’è la prenotazione tramite numero e perciò bisogna accalcarsi in piedi, proteggere il posto in coda, sentire sul collo il fiato di chi ti precede; e ancora meglio se gli sportellisti, poco impressionati dalla fila chilometrica, si guardano bene dal velocizzare il ritmo di lavoro e procedono lemmi lemmi come al solito, parlando tra loro e quasi cazzeggiando, prendendo il caffè, alzandosi per misteriose esigenze interne e assentandosi per non pochi minuti. Uno strazio, un vero strazio.

All’ora di chiusura c’è ancora un sacco di gente in coda e cominciano a sentirsi numerose proteste, prima qualche voce isolata, poi tutto il pubblico. Basta! È indecente! Non possiamo perdere tutto questo tempo! Pare vogliano buttar giù l’ufficio da tanto che sono arrabbiati.

E allora arriva il Direttore. Guarda con attenzione il pubblico e lo placa dicendo: avete ragione, bisogna fare qualcosa. Nel Regolamento della Posta c’è scritto che la fila deve avere una durata ragionevole. Da domani starete in coda al massimo per due dozzine di minuti, ve lo garantisco!

Applauso scrosciante degli astanti.

 

Il giorno dopo molte persone, tra cui tutti quelli che ieri non avevano fatto a tempo ad arrivare allo sportello, si presentano ancor prima dell’orario di apertura curiosi della novità e frementi d’impazienza. Sembra che l’ufficio sia stato rivoluzionato: è stato installato un distributore di prenotazioni numeriche ed al muro è affisso uno strano timer.

 

 

A

B

C

D

E

F

24

23

22

21

20

G

19

18

17

16

15

H

14

13

12

11

10

I

9

8

7

6

5

L

4

3

2

1

0

 

Quando la posta apre ufficialmente e gli astanti cominciano a prenotare il posto e fare la coda, le caselle del timer cominciano a scorrere. Dopo un minuto appare così:

 

 

A

B

C

D

E

F

23

22

21

20

19

G

18

17

16

15

14

H

13

12

11

10

9

I

8

7

6

5

4

L

3

2

1

0

24

 

E dopo un altro minuto:

 

 

A

B

C

D

E

F

22

21

20

19

18

G

17

16

15

14

13

H

12

11

10

9

8

I

7

6

5

4

3

L

2

1

0

24

23

 

E così via.

 

All’inizio tutto sembra funzionare normalmente. Quando qualcuno prende dal distributore la prenotazione, essa segna la casella nella quale si trova in quel momento il numero 24 (perciò di seguito: AF, EL, DL, CL, BL, AL, EI…). Gli sportellisti cominciano a servire il pubblico, qualcuno dice che sembrano più veloci di ieri, qualcun altro dice di no.

Ma dopo un po’ di tempo, ecco che l’anziana signora Pina si sente dire dallo sportellista che ha guardato la sua prenotazione:

“Mi spiace signora, il tempo è scaduto.”

“Eh?”

“Non posso spedire la sua raccomandata, deve lasciare la coda. Avanti il prossimo!”

Brusio nella folla.

“Non capisco…”

“Deve lasciare la fila.”

“Ma perché?”

“Perché la fila deve avere una durata ragionevole. Lei deve stare in coda al massimo per due dozzine di minuti, come vi ha promesso il Direttore. Quando lei ha preso la prenotazione il 24 era nella casella CG, adesso nella casella CG c’è lo 0, dunque…”

La folla capisce. Cominciano tutti ad inveire ad alta voce, tranne quei due o tre subito dopo la costernata signora Pina, che guardano le loro prenotazioni e le dicono “signora faccia come le è stato detto, segua il regolamento… suvvia si sposti… e levati vecchia str…!”, infine passandole davanti a forza e facendosi servire allo sportello. Quelli subito dopo interrompono il vociare e controllano la propria prenotazione, incerti se continuare a protestare o mettere fretta a chi sta davanti. Intanto allo sportello accanto il signor Ugo, che deve spedire tre raccomandate e un’assicurata, è tallonato dei predecessori che gli mettono fretta urlando “sbrigati!”, “togliti dai piedi!” e volgarità assortite. Scoppiano tafferugli. La signora Pina è stata messa in un angolo e nessuno si preoccupa più di lei.

 

Alla fine il fracasso è tale che arriva il Direttore. Mentre quelli davanti sono troppo occupati a litigare tra di loro, quelli in fondo alla coda, che ormai vedono sfumare la possibilità di arrivare allo sportello nelle fatidiche due dozzine di minuti, se la prendono con lui. Ma il Direttore è un funzionario rigoroso e non mette in discussione le sue decisioni.

“Signori, basta con questo disordine!”

“Direttore, ma che ha combinato?!?”

“Ho mantenuto la promessa che vi avevo fatto, ho risolto il problema della coda troppo lunga. La fila deve avere una durata ragionevole! Due dozzine di minuti sono il tempo massimo.”

“E se non arriviamo allo sportello entro due dozzine di minuti?”

“Non è un problema di cui possiamo farci carico noi, quest’ufficio postale non deve più essere così ingolfato di lavoro. Troppi ritardi, troppe richieste di indennizzo, troppi soldi che perdiamo.”

“Ma questo è l’unico ufficio postale del paese, se non ci spedite voi le lettere come facciamo?”

“Allora andate ad abitare in un altro paese.”

“Direttore, non è che lei ci guadagna personalmente qualcosa da questo nuovo Regolamento? Gira voce che qua in fondo ci sia qualcuno che vuole spedire una lettera che lei non vuole sia spedita…”

“Le sue insinuazioni non meritano risposta.”

“Ma se gli sportellisti sono lenti nel loro lavoro, perché ci dobbiamo andare di mezzo noi?!?”

“Daremo al personale operativo più risorse, lo faremo lavorare di più.”

Gli sportellisti interrompono brevemente le proprie mansioni per guardarsi tra loro con aria divertita o farsi segni d’incredulità rassegnata.

“Ma questa non è Giustizia!”

“Questa è la Legge!” urla il Direttore spazientito. E poi aggiunge nel caos crescente, suscitando urla di rabbia da parte di alcuni e di giubilo da parte di altri:

 

“E giacchè ci siamo, visto che vedo molti di voi che erano qui anche ieri, sappiate che il nuovo Regolamento si applica anche alle file che erano già in corso! Il vostro tempo è già scaduto, ve ne dovete andare subito!”

Postato da: ClaudioLXXXI a 11:57 | link | commenti (15) |
destra e sinistra

venerdì, 13 novembre 2009

La fiaccola dell’anarchia

 

 

Amleto si chiama Jax ed è un motociclista con il look da Kurt Cobain, la Marlboro sempre accesa e la carica di vicepresidente del Club. Sua madre si chiama Gemma ed è una vera tamarra di provincia americana con la pistola nella borsetta, la menopausa in arrivo e la preoccupazione che il figlio segua nel Club le orme del suo attuale marito. Il quale si chiama Clay, è il presidente del Club e il boss della città e tratta l’uno e l’altra con pugno di ferro in guanto di velluto, anche se le mani cominciano a soffrire l’artrite perché la vecchiaia è una stronza senza cuore implacabile. Il fantasma è un libro scritto dal defunto padre di Jax, primo marito di Gemma e fondatore del Club, morto in circostanze ignote, il quale vi aveva riversato tutta la sua amara delusione per ciò che era diventato il suo Club. Jax trova il libro e comincia a leggerlo e a farsi troppe domande.

 

E il Club, il sogno di Jax da tutta la vita, il mitico Club, il Club è il Sons of Anarchy Motorcycle Club Redwood Original, detto anche SAMCRO o Sam Crow. Ufficialmente un club di hippy appassionati di motociclette, tatuaggi, sbronze, squinzie ragazze di facili costumi. Non ufficialmente una gang criminale che traffica armi, chiede il pizzo, picchia, ricatta, uccide. La loro storia è la storia di Sons of Anarchy, la serie televisiva creata da Kurt Sutter già creatore di The Shield, la cui trama si districa tra guerre di delinquenti ed echi scespiriani. Una storia di libertà, di prepotenza, e dei confini labili tra le due cose. Una storia in cui non ci sono né bianchi né neri, ma solo diverse tonalità di grigio, e tutti sono a un tempo corrotti e corruttori.

Ma soprattutto la storia del conflitto di Jax, diviso tra un lato violento che vuole assecondare la ferocia di Clay e un lato buono che vorrebbe riportare il SAMCRO nei binari dell’idealismo originario. All’inizio della serie la sua parte buona è come assopita ma successivamente, vuoi perché gli affari sporchi del Club si complicano e gli eventi precipitano, vuoi per l’influenza del dattiloscritto di suo padre, e vuoi perché Jax è appena diventato a sua volta papà, la sua coscienza si risveglia progressivamente. In tutta la prima stagione, durante ogni episodio, Jax legge dei passi del libro che lo fanno ripensare e guardare con occhi nuovi a ciò che ha visto e ciò che ha fatto e ciò che ha lasciato succedere, e non sono belle cose (es. cancellare il tatuaggio del SAMCRO dalla schiena di un traditore… CON LA FIAMMA OSSIDRICA). Il libro è il vero personaggio fantasma della serie, carico di sogni e sentimenti, utopie di libertà assoluta, tristezza per aver visto la perversione di questa libertà, ammaestramenti morali derivanti dall’esperienza.

 

 

Ma pensiamoci bene: poteva forse andare diversamente? È mai andata diversamente? No. Tutti i profeti della libertà assoluta hanno sempre lasciato in eredità al mondo la violenza: la libertà senza regole e senza morale, la libertà affidata solo all’arbitrio e al sentimentalismo dell’uomo (come massa o come individuo), è sempre diventata la libertà dei forti di sottomettere i deboli, e la libertà dei deboli di… essere sottomessi, derubati, sfruttati, torturati, ammazzati.

Nella storia la fiaccola dell’anarchia ha sempre fatto divampare l’incendio della violenza, e ad esserne bruciato è sempre chi non può replicare con altrettanta violenza. Succedeva ieri, succede oggi. Per questo temo chi parla di libertà ma non parla mai di responsabilità, perché o gioca con i fiammiferi o è un altro piromane.

 

 

Postato da: ClaudioLXXXI a 19:31 | link | commenti (4) |
cinema, libero arbitrio

mercoledì, 11 novembre 2009

Ma come fanno a non capire

 

 

Il Ministro arrivò, salutò sovrappensiero la segretaria, entrò nel suo ufficio sbattendo la porta, si diresse velocemente verso la scrivania e vi si sedette con un tonfo. Dall’anticamera la segretaria lo sentì borbottare sottovoce, come faceva sempre quando era nervoso e irritato, assieme a un rumore di pagine sfogliate alla svelta, e sospirò: era arrivato un’altra volta il giorno della consegna della relazione da parte dell’Osservatorio.

Ogni anno l’Osservatorio Politico per l’Infanzia e la Gioventù consegnava al Ministro il suo “Rapporto sull’incidenza di gravidanze non programmate e altre malattie sessuali nella popolazione minorenne”. Ogni anno nonostante gli sforzi del Ministro la percentuale saliva e la sua credibilità politica, conseguentemente, scendeva. Ogni anno il Ministro terminava quella lettura furibondo e amareggiato, pensava a nuove e più efficaci politiche di contenimento, e sperava che l’anno dopo il segno + davanti a quella variazione percentuale sarebbe diventato un – e lui avrebbe avuto un successo da ostentare. Purtroppo ogni anno i suoi desideri erano contraddetti dai fatti.

Il Ministro, pensò la segretaria, non era un uomo cattivo, anzi in fondo in fondo era una brava persona. Quantomeno nei limiti del possibile per un politico. Credeva veramente di poter aiutare il suo paese; aveva davvero, pur con tutti i suoi umani difetti, delle buone intenzioni. Questa forse è la parte peggiore, pensò la segretaria. Se fossero semplicemente dei cattivi da operetta, uno potrebbe odiarli e basta, invece non è così semplice.

Lei non era molto d’accordo con alcune idee politiche del suo capo; di solito teneva il proprio parere per sé, anche se talvolta si azzardava a esprimere la propria opinione; in ogni caso faceva onestamente il suo mestiere, che svolgeva con molta efficienza. Il Ministro a volte non gradiva la sua carenza di un entusiastico sostegno, ma apprezzava la sua praticità e sapeva di averne bisogno.

Nell’altra stanza il Ministro terminò la lettura, cosa che la segretaria capì dal rumore del suo pugno che sbatteva sul mogano della scrivania. Sospirò di nuovo: sapeva benissimo cosa sarebbe successo tra poco.

Il Ministro uscì dall’ufficio tutto rosso in faccia e cominciò ad andare su e giù, gesticolando, inveendo, parlando con lei come se stesse parlando con sé stesso. Aveva bisogno di una cassa di risonanza per i suoi pensieri e lei si prestò alla bisogna.

 

“Maledetti! Maledetti! Stramaledetti!”

“Suvvia…”

“Ogni anno, si rende conto?! Ogni maledetto anno da quando ho istituito quel maledetto Osservatorio di imbecilli, ogni anno arriva il loro stramaledetto rapporto e devo leggere la loro stramaledettissima conclusione! Sempre la stessa!”

“Magari l’anno prossimo…”

“Ogni anno sempre la stessa! Le malattie sessuali aumentano, le gravidanze indesiderate sono ogni anno sempre di più e ogni anno colpiscono ragazze sempre più giovani! Soldi a palate che se ne vanno per gli aborti e le altre cure mediche! Ma lo sa lei quanto costa far abortire tutte queste ragazzine?”

“Immagino che…”

“Costa troppo! Soprattutto ora che siamo stati costretti a ritirare dalla circolazione le pillole abortive!”

“Quelle povere ragazze, credevano di avere tutta la vita davanti…”

“Una vera disgrazia! E adesso questi numeri, questi grafici, queste stramaledettissime notizie sempre uguali e sempre peggio! Ma non imparano mai questi giovani  d’oggi? Ma come fanno a non capire?!?”

“Beh…”

“Sembra quasi che lo facciano apposta! Che si divertano a farmi fare ogni anno questa figura alla riunione dei Ministri!”

“Sicuramente non è così…”

“Allora non me lo spiego, perché altrimenti è un mistero come facciano a non imparare mai, mai, mai! Eppure sono anni che cerchiamo di risolvere il problema! Abbiamo introdotto i corsi di educazione sessuale, abbiamo potenziato i corsi di educazione sessuale, abbiamo abolito l’esenzione facoltativa dai corsi di educazione sessuale, abbiamo abbassato sempre di più la soglia di età per frequentare i corsi di educazione sessuale! Abbiamo perfino sostituito l’ora di educazione fisica e l’ora di storia delle leggende religiose con ore aggiuntive di educazione sessuale! Ed è forse servito a ridurre le gravidanze e tutte le altre malattie? Macché! Ma come fanno a non capire?!?”

“Forse un approccio leggermente meno…”

“Abbiamo diffuso i distributori di contraccettivi, li abbiamo fatti installare per legge in tutte le scuole, palestre, piscine, cinema, teatri, ristoranti, bar, caffè, edicole, librerie, biblioteche, ospedali, bus e metropolitane! Li abbiamo messi obbligatoriamente perfino nelle chiese e nelle moschee!”

(La segretaria giudicò opportuno non interromperlo per precisare che il Governo, dopo un periodo molto concitato, li aveva rimossi quei distributori di contraccettivi nelle moschee. Era stata una faccenda molto brutta per il Ministro, ogni volta che saltava in aria qualcos’altro lui aveva paura che la prossima volta sarebbe esplosa la sua casa o la sua macchina, non era il caso di ricordargliela.)

“E allora uno penserebbe che i ragazzi li usino, no? Devono usarli, visto che li hanno così a portata di mano! E usateli, allora! E invece no, evidentemente non li usano, perché altrimenti non si spiega!”

“Può darsi che…”

“Nonostante tutte le spiegazioni su come usarli correttamente, gli spot pubblicitari, i cartelloni pubblicitari, tutto quanto! Ma come fanno a non capire?!?”

“Purtroppo c’è sempre una percentuale di casi in cui…”

“E allora di chi è la colpa?! Eh?! Mia di sicuro no!! Io ho fatto tutto il possibile!”

“Nessuno può dubitare delle sue buone intenzioni, ma…”

“Ho anche provato a convincere i preti, i mullah, tutti i religiosi, ci ho provato a convincerli a dare il loro contributo al bene comune! Non hanno voluto aiutarmi! Non hanno voluto collaborare, si prendano le loro responsabilità! Ma come fanno a non capire?!? Al giorno d’oggi parlano ancora di castità! Sa che le dico, è colpa loro se si diffondono le gravidanze impreviste e tutte le altre malattie sessuali!”

“Logica ineccepibile, tuttavia…”

“Ho studiato il problema, ho convocato esperti, dibattiti, analisi, tavole rotonde, ho fondato l’Osservatorio Politico! E a cosa è servito??”

“Si potrebbe trarre la conclusione che…”

“Ragazze gravide a 16, a 14, a 12, a 10, perfino a 8 anni! Gli ormoni, le radiazioni, l’evoluzione, il genoma manipolato, che cavolo ne so, so solo che l’età media delle bambine che restano incinte si abbassa sempre di più! Ma come è possibile?!?”

“Forse perché…”

“Eppure deve esserci una soluzione! Qualcosa che mi è sfuggito… Un nuovo tipo di contraccettivo, una nuova tecnica di comunicazione di massa, qualcosa… I ragazzi devono capire… ma come fanno a non capire…”

“…”

“come fanno…”

“Beh, signor Ministro, sa come si dice. Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.”

 

Il Ministro smise di parlare e si sedette, esausto da quella sfuriata.

La segretaria si arrese. Neanche quella volta ci era riuscita. Forse l’anno prossimo, si disse.

Restarono tutti e due lì, in silenzio, a scuotere la testa.

 

http://bigben.corriere.it/2009/11/educazione_sessuale_obbligator.html

Postato da: ClaudioLXXXI a 00:01 | link | commenti (29) |

martedì, 10 novembre 2009

 

 

Consigli per gli acquisti: andate in edicola e comprate questo libro. Costa solo € 5,5 e li vale tutti. Peccato solo per il titolo, Futuro in trance, che non c’entra molto con il titolo originale (Mockingbird); in edizioni passate è stato pubblicato con un titolo molto più bello e poetico, Solo il mimo canta al limitare del bosco, che è una frase ricorrente in questo romanzo distopico.

Una distopia è il contrario dell’utopia, ovvero descrive un futuro sgradevole. Qui c’è un futuro in cui l’umanità si è ridotta a pochi individui schiavi delle droghe e dell’imperativo del piacere, che si affidano ciecamente ai robot e alla tecnologia, vincolati ai dogmi della Privacy e dell’Individualismo e a comandamenti come “non farti domande, rilassati” e “il sesso svelto è meglio”. Niente cultura, niente storia, niente libri, niente famiglie, niente amici, niente amore, e niente bambini. Un mondo morente dove l’unica speranza per il futuro è affidata al protagonista maschile, l’unico uomo al mondo che sa leggere, e alla protagonista femminile, l’unica donna al mondo che non prende droghe. E al robot Sponthoff, il robot quasi umano, il cui desiderio è lo stesso inconscio desiderio di un’umanità tarata e difettosa che pare quasi arrivata alla fine: morire.

 

Questo libro o è un capolavoro o ci si avvicina molto. Vi consiglio vivamente di leggerlo.

Postato da: ClaudioLXXXI a 12:46 | link | commenti (8) |
letteratura

sabato, 07 novembre 2009

Parliamo del più e del meno

 

 

da:       studenteCS81@universitas.eu

a:         professoreVZ40@universitas.eu

Oggetto: valutazione elaborato finale

 

Egregio professore,

La contatto per chiederLe gentilmente una spiegazione circa la valutazione da Lei assegnata al mio elaborato finale. Senza falsa modestia Le confesso che speravo di poter ottenere un voto positivo, in considerazione dell’impegno profuso e dell’assiduità con cui ho seguito il Suo corso, ed anche – se mi è consentito – della qualità ed originalità del lavoro da me svolto. Constatare invece di aver ottenuto un misero S.V., “senza voto”, mi ha stupito a dir poco e tuttora non ne capisco la ragione. Posso chiederLe di esplicarmene la motivazione?

 

La ringrazio anticipatamente e colgo l’occasione per porgerLe distinti saluti

 

 

da:       professoreVZ40@universitas.eu

a:         studenteCS81@universitas.eu

Oggetto: RE: valutazione elaborato finale

 

Gentile studente,

Riscontro la sua di cui all’oggetto e le fornisco la spiegazione richiestami. Ho dovuto assegnarle un S.V. in quanto il suo elaborato finale era irricevibile per violazione del Decreto Didattico n. 26, che ottemperava ad una recente sentenza della Corte Internazionale dei Diritti dell’Umanità. Il mio è stato un atto dovuto e non avrei potuto assegnarle alcuna valutazione differente.

Le esprimo la mia comprensione per lo spiacevole episodio occorsole.

 

Cordiali  saluti

 

 

da:       studenteCS81@universitas.eu

a:         professoreVZ40@universitas.eu

Oggetto: RE: RE: valutazione elaborato finale

 

Egregio professore,

nel ringraziarLa della spiegazione datami, e scusandomi per l’incomodo, sono a chiederLe cortesemente ulteriori ragguagli. Nel riconoscere la mia ignoranza in merito al contenuto della sentenza da Lei citata, sono a domandarLe se vi è modo per rimediare al mio errore e regolarizzare l’elaborato, atteso che l’attuale valutazione dello stesso sarebbe di grave nocumento alla mia media universitaria.

 

La ringrazio anticipatamente e colgo l’occasione per porgerLe distinti saluti

 

 

da:       professoreVZ40@universitas.eu

a:         studenteCS81@universitas.eu

Oggetto: RE: RE: RE: valutazione elaborato finale

 

Gentile studente,

nell’invitarla per il futuro ad essere più edotto dei regolamenti universitari, per non dire delle norme disciplinanti la società in cui viviamo, debbo informarla che i termini per presentare l’elaborato sono oramai scaduti. Tuttavia, secondo quanto statuito dall’ordinamento accademico, lei potrà ripresentare il suo elaborato debitamente corretto a conclusione del corso del prossimo anno, ed il voto che otterrà sarà bilanciato con la valutazione correntemente assegnatale, della quale pertanto potrà attenuare gli effetti sfavorevoli sulla sua media.

Per quanto concerne la regolarizzazione del suo elaborato, premesso che dopo averne constatata prima facie l’irricevibilità non ho proceduto ad approfondirne il contenuto, sul quale pertanto non posso fornirle alcuna valutazione preventiva, la informo che lei ha fatto uso nel suo lavoro di un simbolo il cui uso è stato dichiarato invalido dalla citata sentenza e dal citato Decreto Didattico. Dovrà pertanto rimuoverlo dal testo e sostituirlo con il corrente simbolo adibito alla medesima funzione. La invito ad accedere al database universitario, dove si trovano i predetti documenti ufficiali che lei potrà agevolmente consultare e conoscere.

 

Cordiali saluti

 

 

da:       studenteCS81@universitas.eu

a:         professoreVZ40@universitas.eu

Oggetto: !!!!!!!!


profesore MA KE STIAMO SKERZANDO????? Il m elaborato era irregolare xkè o usato il ÿ ???????? E lei m boccia e m dice che m devo tenere la media abbassata X QUESTO CAXXO DI MOTIVO????????????????

Ma ki le a decise qeste regole?????!!!!!!!!

 

 

da:       professoreVZ40@universitas.eu

a:         studenteCS81@universitas.eu

Oggetto: RE: !!!!!!!!

 

Gentile studente,

voglio scusare i toni scomposti e l’ortografia traballante della sua precedente comunicazione, in considerazione del suo comprensibilmente alterato stato emotivo. La informo tuttavia che per il suo problema non vi è soluzione diversa da quella da me prospettata.

La informo inoltre che, nonostante il correttore automatico del sistema informatico abbia modificato il simbolo contenuto nella sua e-mail, deduco dal contesto che lei ha nuovamente adoperato il simbolo già usato nell’elaborato. La invito pertanto per il suo stesso bene a prestare più attenzione in futuro, ed a procurarsi una nuova tastiera conforme alle ultime normative in materia (giacché intuisco che lei ne sta usando una obsoleta).

Infine la rassicuro sulla bontà della ratio dei citati provvedimenti. Il simbolo precedente è stato dichiarato irregolare poiché equivoco e facilmente fraintendibile, attesa la sua stretta rassomiglianza con il simbolo di una particolare religione. In quanto tale esso violava la neutralità confessionale della materia da me insegnata, ed era suscettibile di offendere i sentimenti degli studenti appartenenti ad una religione diversa o non professanti religione alcuna, con grave lesione della loro libertà e dei loro diritti. Pertanto giustamente si è proceduto alla sua sostituzione con il simbolo “┴”, estendendo in via generale una soluzione già adottata dallo Stato di Israele nel XIX secolo.

 

Cordiali saluti

 

 

da:       studenteCS81@universitas.eu

a:         professoreVZ40@universitas.eu

Oggetto: RE: RE: !!!!!!!!

 

Professore, mi scuso per il linguaggio dell’ultima mail che ho scritto d’impulso, ma ritengo di essere vittima di un’ingiustizia. Il simbolo ÿ non ha niente a che fare con la croce, e poi se anche fosse che c’entra con il mio elaborato? Mica l’ho usato per fare propaganda cristiana!

 

La prego per favore di aiutarmi perché non merito questo.

 

 

da:       professoreVZ40@universitas.eu

a:         studenteCS81@universitas.eu

Oggetto: RE: RE: RE:!!!!!!!!

 

Se ne faccia una ragione e la prossima volta stia più attento ai regolamenti universitari, e non continui ad usare quel simbolo altrimenti si renderà passibile di sanzioni disciplinari.

Non ho certo bisogno che lei venga ad insegnarmi la mia materia. La paternità del simbolo precedentemente usato come “più”, così come del segno “–” tuttora usato per il “meno”, è attribuita al matematico tedesco Johann Widmann, che secondo l’aneddotica storica cominciò ad usarli nel 1489 per indicare il peso esatto delle casse di merce, e il loro uso si diffuse in Europa a partire dal XVI secolo. Ora, è ben vero che la ricerca storica non ha finora rilevato se fu a causa di fattori religiosi che il Widmann scelse due segmenti perpendicolari allo scopo di indicare il “più”; tuttavia, come rilevava la Corte Internazionale dei Diritti dell’Umanità nella sua sentenza, il predetto simbolo, a prescindere dalla sua origine non ideologica, era oggettivamente idoneo per la sua conformazione ambigua ad essere frainteso e dunque a perturbare l’imparzialità dell’attività educativa, specialmente in considerazione della particolare vulnerabilità intellettuale del corpo studentesco, mancante della capacità di assumere una distanza critica in relazione al messaggio di una presunta scelta preferenziale in materia religiosa da parte dell’autorità docente e dell’istituzione universitaria.

 

La matematica deve essere neutrale. Accetti il suo sbaglio, faccia tesoro dell’esperienza e ripresenti il suo elaborato di Analisi algebrica al prossimo corso.

 

 

da:       studenteCS81@universitas.eu

a:         professoreVZ40@universitas.eu

Oggetto: i miei ┴ sentiti ringraziamenti

 

Egregio professore,

 

La ringrazio sentitamente per l’aiuto da Lei gentilmente fornitomi e colgo l’occasione per porgerLe un sonoro MAVAFFANCULO!!!

 +

 Distinti saluti

Postato da: ClaudioLXXXI a 00:01 | link | commenti (13) |

venerdì, 06 novembre 2009

Il paradigma della neutralità apparente

 

 

Ho aspettato un po’ a commentare la nota sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, uno per cronica scarsità di tempo, due perché volevo ponderare bene prima di esprimermi, tre perché volevo prima capire per bene quali reazioni ha suscitato. Adesso vi dico la mia.

Anzitutto premettiamo che il testo originale in francese della sentenza si può leggere qui, direttamente dal sito istituzionale. Conviene specificare che questa Corte non ha nulla a che fare con l’Unione Europea e il diritto comunitario: si tratta di un tribunale internazionale connesso al Consiglio d’Europa, il quale è un’organizzazione internazionale che comprende 47 paesi e ha come obiettividifendere i diritti umani, la democrazia pluralista e lo stato di diritto, favorire la presa di coscienza e la valorizzazione dell’identità e della diversità culturale in Europa”.

Non esiste una traduzione accreditata della sentenza in italiano, perché la lingua ufficiale in cui si esprime la Corte è solo il francese. Ammetto che ciò mi rende perplesso: non è questa una violazione del pluralismo linguistico? Non viene vilipesa la diversità culturale europea? Potrei essere indotto a pensare che la Corte faccia una scelta preferenziale verso gli abitanti della Francia a danno dei cittadini degli altri 46 Stati, o almeno di quelli che non conoscono l’idioma francese. Sto meditando di fare ricorso e chiedere i danni morali...

 

Comunque, per rimediare alla mancanza di neutralità della Corte che ci vuole insegnare la neutralità, qualcuno ha tradotto in italiano i punti salienti della sentenza. Potete leggere la traduzione qui o qui.

Ebbene, la mia impressione è questa sentenza sia al tempo stesso sopravvalutata e sottovalutata. E vi dico perché.

 

Sopravvalutata in quanto, di tutte le onorate ed importanti tradizioni che riguardano il simbolo della croce, la sua ostensione alle pareti delle scuole mi pare forse la meno onorata ed importante. Nella mia esperienza personale di studente di scuola pubblica, i ragazzi del crocifisso sul muro se ne accorgevano a malapena; perlomeno io, che sono stato cattolico tiepido / agnostico / ateo fino ai 17-18 anni circa, non ricordo di aver mai dedicato a quell’oggetto qualcosa di più di un fuggevole sguardo, né ricordo di aver mai colto nei miei compagni di classe cenni di attenzione. Se poi qualcuno lo pregasse o le bestemmiasse in cuor suo, non saprei. Ma purtroppo gli interessi prevalenti dei ragazzi erano ben altri e di ben più mediocre levatura; e quanto ai muri delle aule scolastiche, li ricordo perennemente deturpati da graffiti, nomi di generazioni passate di studenti, promesse di amicizia “4ever” e amore “x sempre”, disegni di genitali, scritte appena appena meno zozze di quelle che si trovano nei bagni degli autogrill, qualche falce e martello e perfino qualche svastica (più le prime che le seconde), il tutto nell’indifferenza pressoché generale.

Insomma, forse sull’argomento dovrebbero raffreddarsi i bollori tanto di chi ama quanto di chi odia la croce, perché la mia impressione è che la nostra peggio gioventù, generalmente e salvo auspicabili eccezioni, del crocifisso appeso al muro se ne frega. La verità è che un simbolo, se non suscita una corrispondenza nel cuore, non serve a molto.

Dovessero domani rimuovere le croci dai muri delle scuole, mi rattristerei non tanto per il fatto in sé, il quale sostanzialmente cambierebbe molto poco, quanto per la mentalità che c’è dietro.

 

Con questo arrivo al secondo punto e cioè perché la sentenza è pericolosamente sottovalutata, anche e specie da chi se ne compiace perché vorrebbe la rimozione dei crocifissi. La sentenza è preoccupante perché esprime una concezione paradossale di neutralità, intesa come eliminazione di tutto ciò che può essere percepito come parziale. Si tratta di un concetto che se applicato coerentemente dovrebbe condurre ad esiti folli (per i quali vi segnalo l’ottimo post dell’amico Salvo): la storia procede per addizione, non per sottrazione, perché è un continuo sovrapporsi e influenzarsi di tradizioni su tradizioni.

Ma la verità è che la neutralità concepita a quel modo, intesa come assenza di perturbazioni di parte in una tabula rasa ideologica da preservare, non esiste. Non può esistere semplicemente perché ogni specifica idea su ogni aspetto della vita, per il sol fatto di essere tale ed essere diversa dalle altre concezioni sul medesimo argomento, è ipso facto una parte in causa rispetto alle altre parti – perciò parziale. Ed è proprio questo il paradigma della neutralità apparente: qualcuno vuol far prevalere la propria idea presentandola non come l’Idea Giusta, e neppure come una delle tante opinioni, ma come l’equidistanza da tutte le (altre) idee, la quale dovrebbe essere superiore per il fatto stesso di essere imparziale. Non è che un trucchetto retorico, degno dei 38 stratagemmi di Schopenhauer per ottenere ragione anche se si ha torto; ma funziona molto spesso, specie quando la disputa è tra più contendenti: l’ultimo contendente si presenta come estraneo alla disputa, superiore alla divisione tra tutti gli altri, e prevale perché “nessuno deve prevalere sugli altri”.

 

 

Quanto sopra non è un’astrusa questione di logica formale, ma un problema di spaventosa attualità che riguarda il destino stesso dell’Europa. Viviamo in un continente formato da tante tradizioni diverse e tante culture e tante idee che si sono alleate, combattute, influenzate in tanti modi diversi. Ora stiamo cercando tra mille difficoltà di creare uno spazio comune in cui vivere in pace e nello sviluppo. Qualcuno vuol far passare l’idea che l’unico modo per costruire un presente condiviso da tutti è obliterare, rimuovere pubblicamente, le specificità particolari di ciascuno. Guai il giorno in cui una simile idea, contraffatta da imparzialità tra le idee, diventerà maggioritaria, perché da quel giorno non passerà molto tempo prima che l’edificio comune crolli.

Pensateci bene, voi che siete soddisfatti per la sentenza “neutrale”, perché la prossima parte colpita dalla falsa imparzialità potrebbe essere la vostra.

Postato da: ClaudioLXXXI a 14:08 | link | commenti (33) |
relativismo

martedì, 27 ottobre 2009

Non praevalebunt

 

E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte degli Inferi non prevarranno contro di essa.

Mt 16, 18

 

 

(spoiler sul film, compreso il finale)

 

 

Era da molto tempo che non rivedevo I soliti sospetti. Riguardandolo l’altra sera mi sono reso conto di quanto poco questo film sia stato capito nel suo profondo significato metafisico, e non uso questa parola alla leggera.

Il film prende l’interrogativo chiave di tutti i gialli – chi è il colpevole? – e lo eleva all’ennesima potenza, focalizzandosi sul Colpevole per antonomasia e avvolgendo gli spettatori nella sua trama luciferina. La storia dei cinque delinquenti radunati nel confronto all’americana potrebbe essere la storia di chiunque, perché tutti quanti siamo sotto il segno del peccato e tutti nella nostra vita abbiamo di volta in volta cooperato al male, complici e vittime del Mentitore dal piede caprino (e perciò zoppo).

Kaiser Söze come il Diavolo: il mondo si rifiuta di credere alla sua presenza attiva e operante, proprio come fa comodo a lui. Sull’incredulità nella sua esistenza Kaiser Söze fonda il suo potere e ruba, complotta, inganna, manipola, uccide, e alla fine frega tutti.

E invece no.

 

Perché la verità ultima è un’altra: Kaiser Söze ha perso.

Non si capisce – e questo è il tocco più geniale e sopraffino del film – se non si fa estrema attenzione, ma una volta che si compongono tutti i pezzi del puzzle, la rivelazione è lì.

Kaiser Söze ha organizzato tutto per arrivare a uccidere l’informatore sulla nave, l’uomo che gli argentini volevano vendere agli ungheresi, il testimone che avrebbe potuto identificarlo e mettere fine al suo regno di terrore avvolto nell’ombra. E alla fine raggiunge il suo scopo, uccide il testimone, uccide tutti gli altri, distrugge la nave, e poi inventa una storia per raggirare il poliziotto Kujan che lo interroga. Povero stupido poliziotto Kujan, ossessionato dalla figura di Keaton, che vuole convincersi che sia lui il cattivo, e Verbal Kint gli dice quello che vuole sentirsi dire, mischiando abilmente cose vere e cose false. L’ideologia non è l’opposto della realtà, è esattamente quel tanto che basta di realtà mischiato con quel che serve di menzogna.

Ma quel che Söze non sa è che una fibra del suo piano perfettamente intessuto è andata fuori posto. Un ungherese è sopravvissuto all’esplosione della nave, coperto di ustioni e terrorizzato, ma cosciente e capace di descriverne l’aspetto a un poliziotto, il collega di Kujan. Il quale urla impotente la sua rabbia, dopo aver capito troppo tardi di essere stato ingannato, ma non sa – e soprattutto non lo sa Kaiser Söze, che si allontana ignaro del suo fallimento – che intanto nel suo ufficio è arrivato ciò che mai sarebbe dovuto esistere: un identikit. L’inganno si è ritorto contro l’ingannatore.

Il film si ferma qui, lascia allo spettatore il compito di capire e congetturare ciò che succede dopo. Possiamo solo immaginare ciò che farà il poliziotto quando tornerà nel suo ufficio e troverà la prova che mancava, la descrizione del testimone ungherese, ma quello che abbiamo capito dell’agente Kujan è che è uno che non molla. Alla fine forse davvero la morte di Keaton non sarà stata vana, perché sarà vendicato dalla sua nemesi. Dobbiamo avere fiducia in questo debole, imperfetto, imbrogliabile agente del bene, perché siamo come lui: deboli, imperfetti, pieni di vizi, vittime abituali che cadono ripetutamente nei tranelli del Mentitore. Dobbiamo avere fiducia nell’agente Kujan perché, come lui, non siamo soli: da qualche parte c’è un aiuto per noi, anche se non lo vediamo ancora.

 

 

Alla fine il Male non vincerà. Potrà sembrare che stia vincendo, potrà far credere di aver già vinto, potrà diffondere l’illusione che non vi sia più né speranza né salvezza. Ma chi saprà leggere i segni e avere fiducia, non perderà mai la certezza. Non praevalebunt.

 

Postato da: ClaudioLXXXI a 14:50 | link | commenti (9) |
cinema

venerdì, 23 ottobre 2009

Immagina che

 

Sei un dottore. Ti viene chiesto di assistere un dittatore che sta morendo per non si capisce quale malattia, perciò cerchi di scoprire la patologia e curarla. Nel frattempo vieni a sapere che il tuo paziente è accusato di genocidio, che nel suo paese ha condotto campagne di pulizia etnica con cui ha fatto stuprare e torturare e uccidere moltissime persone. Parlando con te talvolta ha mostrato segni di rimorso per queste cose, ma dubiti della sua sincerità.

 

Man mano riduci l’area delle possibilità a due malattie, la A e la B. La cura per la A ucciderebbe il paziente se in realtà avesse la B e viceversa. Intanto apprendi che lo Stato governato dal tuo paziente è sull’orlo di una guerra civile, che costui sta preparando l’eliminazione definitiva dell’etnia a lui sgradita, e ti convinci che se il dittatore morisse i pacifisti di quel paese forse potrebbero evitare il conflitto.

 

Quando capisci che la malattia è la A, prendi in considerazione l’idea di uccidere il paziente curandolo per la B. Le due patologie hanno una sintomatologia molto simile e nessuno ti incolperebbe per aver sbagliato la difficile diagnosi, perciò hai la certezza di farla franca. La tua decisione non deve essere influenzata dalla paura per eventuali conseguenze di tipo penale o politico.

 

Devi solo decidere se guarirlo o ucciderlo.

 

Che cosa fai?

 

 

 

Postato da: ClaudioLXXXI a 13:00 | link | commenti (53) |

 

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A margine

L’amore vuole amare. Anche se l’amore non è amato, che importa? L’amore ha bisogno di amare. L’amore deve amare. L’amore ama l’amore, l’amore ama amare l’amore, l’amore ama il suo amar amare l’amore in un crescendo vertiginoso esponenziale di amore per amore per amore che si moltiplica per sé stesso fino a non finire mai. L’amore autoreferenziale, autonecessitato, autonutritivo, autoesplicativo. L’amore come il serpente ouroburos degli alchimisti che si morde la coda. L’amore che realizza il moto perpetuo perché delle leggi della termodinamica se ne frega. L’amore è l’unica cosa che amando sé stessa non è mai egoismo, perché è sempre amore.