Dio si serve degli umili. I prepotenti si servono di Dio.
Il tempo.
Le due eternità.
“Ammaestrata da un esercizio di secoli, la repubblica degl’Immortali aveva raggiunto la perfezione della tolleranza e quasi del disdegno. Essi sapevano che in un tempo infinito ad ogni uomo accadono tutte le cose. Per le sue passate o future virtù, ogni uomo è creditore d’ogni bontà, ma anche d’ogni tradimento, per le sue infamie del passato o del futuro. Come nei giuochi d’azzardo le cifre pari e dispari tendono all’equilibrio, così l’ingegno e la stoltezza si annullano e si correggono e forse il rozzo poema del Cid è il contrappeso che esigono un solo epiteto delle Egloghe o un detto di Eraclito. Il pensiero più fugace obbedisce a un disegno invisibile e può coronare, o inaugurare, una forma segreta. So che alcuni operavano il male affinché nei secoli futuri ne derivasse il bene, o ne fosse derivato in quelli passati… Visti in tal modo, tutti i nostri atti sono giusti, ma anche indifferenti. Non esistono meriti morali o intellettuali. Omero compose l’Odissea; dato un tempo infinito, con infinite circostanze e mutamenti, l’impossibile è non comporre, almeno una volta, l’Odissea. Nessuno è qualcuno, un sol uomo immortale è tutti gli uomini. Come Cornelio Agrippa, io sono dio, sono eroe, sono filosofo, sono demonio e sono mondo, il che è un modo complicato di dire che non sono.
[…] La morte (o la sua allusione) rende preziosi e patetici gli uomini. Questi commuovono per la loro condizione di fantasmi; ogni atto che compiono può essere l’ultimo; non c’è volto che non sia sul punto di cancellarsi come il volto d’un sogno. Tutto, tra i mortali, ha il valore dell’irrecuperabile e del casuale. Tra gl’Immortali, invece, ogni atto (e ogni pensiero) è l’eco d’altri che nel passato lo precedettero, senza principio visibile, o il fedele presagio di altri che nel futuro lo ripeteranno fino alla vertigine. Non c’è cosa che non sia come perduta tra infaticabili specchi. Nulla può accadere una sola volta, nulla è preziosamente precario. Ciò ch’è elegiaco, grave, rituale, non vale per gli Immortali.”
Jorge Luis Borges, L’immortale (nella raccolta di racconti L’Aleph)
(la colonna sonora ideale per questo post…)
a con
lim — = 0 a ∈ N* = { 1, 2, ... }
x→∞ x
Spero anzitutto di aver scritto correttamente il guazzabuglio matematico che trovate qui sopra, e poi che non vi sembri troppo complicato. Non è tutta farina del mio sacco: me l’ha suggerito un’amica (che a sua volta…), quando le ho chiesto di mostrarmi una frazione in cui:
- il numeratore a è un numero qualunque, non infinito ma di qualsiasi grandezza (uno dei numeri naturali dopo lo zero: 1, 2, 3…, il googol, il googolplex, il numero di Graham, ed è meglio non andare oltre con la fantasia se non vogliamo impazzire come Cantor);
- il denominatore x è un valore infinito, o per la precisione tende a infinito (Marta mi ha fatto una testa così sul fatto che non si può mettere direttamente ∞ sotto una linea di frazione – poi le ho chiesto se potevo usare l’Aleph-zero, ma in questo periodo ha cose più importanti a cui pensare che i numeri transfiniti…);
- il valore della frazione è di conseguenza uguale a zero. Perché qualunque numero, di qualsivoglia grandezza, sarà sempre meno di una goccia nell’oceano se paragonato all’infinito.
Quanto sopra costituisce una rozza dimostrazione matematica della seguente affermazione esistenziale: se non ci fosse la morte, la vita non avrebbe senso.
La storia di Borges che ho citato in apertura illustra magnificamente il concetto. Il protagonista del racconto sente parlare di un fiume nel deserto le cui acque danno la vita eterna; lo cerca, dopo grandi sofferenze lo raggiunge, trova la tribù degli Immortali che vi abita vicino, diventa uno di loro. Ma si avvede che gli Immortali vivono una vita insensata, “come perduta tra infaticabili specchi”. Decide allora di cercare un altro fiume, le cui acque possano renderlo mortale, e dopo secoli di vagabondaggio lo trova. Infine aspetta con sollievo la sua fine, che è la fine di tutti, la morte.
“Io sono dio, sono eroe, sono filosofo, sono demonio e sono mondo, il che è un modo complicato di dire che non sono”. Questa era stata la sua vita tra gli Immortali: essere per sempre, essere tutto e ogni cosa, essere inutilmente, arriva a coincidere con il non essere. Il protagonista, alla fine, non sa neanche più se sia stato Cartaphilus o il centurione Rufo Valerio oppure Omero. La conclusione del racconto è un anelito disperato verso una liberatoria cupio dissolvi: “Quando s’avvicina la fine, non restano piú immagini del ricordo; restano solo parole. Non è da stupire che il tempo abbia confuso quelle che un giorno mi rappresentarono con quelle che furono simboli della sorte di chi mi accompagnò per tanti secoli. Io sono stato Omero; tra breve, sarò Nessuno, come Ulisse; tra breve, sarò tutti: sarò morto”.
Così, la morte ci accomuna tutti. Noi viviamo la nostra vita nel tempo, questa incessante somma di istanti ed eventi, e la nostra vita è mortale. È inevitabile: tu morirai. Ma ecco l’ineluttabile verità: per quanto la morte possa spaventarci, per quanto sia atroce prendere coscienza del fatto che io morirò, questo è necessario. Se non ci fosse la morte, la vita non avrebbe senso: e sia chiaro che sto usando la parola “senso” con due accezioni - sensi - differenti, cioè come “direzione” e come “significato” (e sarebbe interessante indagare il perché di questa sovrapposizione linguistica). Come direzione, la morte è ciò verso cui stiamo andando, la fine della nostra freccia del tempo, il termine del nostro periodo limitato. Ma è proprio questa finitudine a permettere alla nostra vita di avere significato: perché se non dovessimo morire, se questa nostra vita nel tempo non dovesse aver fine, alla lunga saremmo schiacciati dall’inutilità di ogni cosa. Nessun evento sarebbe abbastanza bello e glorioso da poter reggere il peso dell’interminabilità: se il denominatore tende all’infinito, non importa quanto grande possa essere il numeratore della nostra frazione, perché il valore tende comunque allo zero, e perciò la nostra vita non vale niente.
Noi moriremo, dunque.
E poi?
La nostra vita avviene nel tempo: ciò che ci aspetta dopo la morte è l’eternità. Ma che cos’è l’eternità? Non è facile definirla, e spesso si incontrano molti fraintendimenti e confusioni sull’argomento (sulla relazione tra tempo ed eternità, specie per quanto riguarda il nostro libero arbitrio di fronte alla prescienza di Dio, avevo già parlato qui; segnalo pure le divagazioni in merito del piccolo Zaccheo). Io credo che per l’uomo possano esistere, fondamentalmente, due tipi di eternità: la dannazione e la beatitudine. La prima è una sequenza lineare infinita di eventi finiti; la seconda è una contemporaneità circolare di eventi infiniti.
Adesso, credo di aver bisogno di un po’ di geometria…
Il segmento.
Il segmento è la nostra vita attuale. Adesso, mentre siamo vivi, noi esistiamo avanzando nel tempo: siamo punti che si muovono lungo una linea, da un estremo all’altro. Siamo temporalmente unidimensionali.
Vale la pena peraltro di notare che la linearità temporale della nostra vita può anche essere spezzata, in alcuni momenti molto particolari; chi avesse visto la puntata 4x05 di LOST potrebbe farsene un’idea, oppure potremmo pensare ai momenti epifanici di “memoria involontaria” di cui parla Proust…
(e io credo che ciò che Proust compie con la sua Ricerca del Tempo Perduto sia il più commovente e disperato tentativo di “redimere” il tempo, “ritrovarlo” come dice lui, con le sole forze umane e senza Dio; perciò è in ultima analisi un tentativo purtroppo votato allo scacco e al fallimento, perchè Proust vuole redimere il tempo ma non può che farlo dall’interno, ritrovando il tempo in nient’altro che questa vita, senza prospettive ultraterrene, casomai affidandosi all’arte la quale comunque lega lo scrittore-nel-tempo ai suoi lettori-nel-tempo. Proust riesce a spezzare la rigida linearità temporale, e gli basta una madeleine nel tiglio per rivivere tutta la vita, ma non può comunque uscire fuori dal segmento del tempo e perciò il suo ritrovamento del tempo perduto è destinato ad essere, prima o poi, perduto anch’esso.)
… ma sicuramente il caso più importante di extra-temporalità è
Comunque, alla fine noi moriremo. E il nostro segmento che cosa diventerà?
La semiretta.
Questa è la dannazione; questo è l’Inferno, lo sheol, l’Ade secondo la concezione dei pagani (e, dice qualcuno, anche dei pirati); è la vita degli Immortali perduta tra infaticabili specchi, è il valore nullo di una frazione a denominatore infinito; è un’eternità costituita da un tempo interminabile, in cui ogni cosa è inutile e insignificante.
Che cosa fanno i dannati all’inferno? Io non lo so, e spero di non scoprirlo di persona. Forse anche loro abitano in case, coltivano campi, combattono guerre, magari provano perfino delle passioni sentimentali, insomma trascorrono la propria “vita” in una imitazione-parodia di ciò che erano prima. Ma per loro, qualsiasi cosa facciano, tutto è vano: tutto è schiacciato dal peso insopportabile dell’eternità, separati dagli altri, separati da Dio.
L’arco.
In geometria, l’arco è la parte di curva compresa tra due punti, ovvero l’equivalente curvo di un segmento. Come il segmento, l’arco ha una lunghezza limitata; a differenza del segmento, l’arco (in riferimento ad un sistema cartesiano) non è unidimensionale ma bensì bidimensionale, poiché il movimento di un punto lungo un arco coinvolge necessariamente due coordinate x e y. Io credo che questa sia una buona immagine del Purgatorio, che non è una realtà definitiva e perciò non è compreso tra i quattro novissimi (morte, giudizio, inferno, paradiso); il Purgatorio è una fase limitata, in cui coloro che sono destinati alla beatitudine si purificano e si preparano all’eternità celeste.
Quanto tempo si passa in Purgatorio? A questa domanda non si può dare una risposta precisa; in passato nella dottrina della Chiesa si parlava di “anni” e “giorni” a proposito del peso delle indulgenze, cioè delle diminuzioni del tempo purgatoriale, ma saggiamente Paolo VI nella Indulgentiarum Doctrina ha abolito questa rigorosa quantificazione. Non si può determinare precisamente il “quanto” del Purgatorio, perché il suo tempo non è come il tempo della vita; io credo che sia un tempo bidimensionale, una fase in cui il penitente si muove su due assi temporali: quello della vita terrena, e quello dell’eternità in cui i penitenti cominciano a muoversi. Possiamo parlare di inizio e fine del tempo purgatoriale, ma cercare di calcolarne l’estensione basandoci sul nostro tempo sarebbe come voler calcolare la lunghezza di un arco conoscendone solo la distanza in linea retta tra gli estremi, senza sapere la curvatura.
Il cerchio ascendente.
La parola « vita eterna » cerca di dare un nome a questa sconosciuta realtà conosciuta. Necessariamente è una parola insufficiente che crea confusione. « Eterno », infatti, suscita in noi l'idea dell'interminabile, e questo ci fa paura; « vita » ci fa pensare alla vita da noi conosciuta, che amiamo e non vogliamo perdere e che, tuttavia, è spesso allo stesso tempo più fatica che appagamento, cosicché mentre per un verso la desideriamo, per l'altro non la vogliamo. Possiamo soltanto cercare di uscire col nostro pensiero dalla temporalità della quale siamo prigionieri e in qualche modo presagire che l'eternità non sia un continuo susseguirsi di giorni del calendario, ma qualcosa come il momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità. Sarebbe il momento dell'immergersi nell'oceano dell'infinito amore, nel quale il tempo – il prima e il dopo – non esiste più. Possiamo soltanto cercare di pensare che questo momento è la vita in senso pieno, un sempre nuovo immergersi nella vastità dell'essere, mentre siamo semplicemente sopraffatti dalla gioia. Così lo esprime Gesù nel Vangelo di Giovanni: « Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia » (16,22).
Benedetto XVI, Spe Salvi (paragrafo 12)
Così scrive il Papa nella sua ultima enciclica, spiegando perché la speranza cristiana non è un fatto individualistico ma trova la sua ultima essenza nella comunione, e cercando di esprimere l’ineffabile realtà del Paradiso: la cui eternità non è una successione infinita di prima e dopo, ma bensì un “adesso” continuo, perché i beati sono in comunione con Dio - la cui Seconda Persona è discesa dall’eternità al tempo e si è fatta Uomo, aprendo così un “varco” nel quale gli uomini potessero ascendere dal tempo all’eternità.
E così, noi siamo liberati dall’unidimensionalità temporale: siamo oltre la morte, abbiamo superato quell’evento che ha dato senso alla nostra vita, e ora il senso è compiuto. La nostra coscienza non è più un punto che si muove lungo un segmento, o lungo un arco; io azzardo a raffigurarla come un cerchio ascendente, cioè una figura estesa lungo due assi temporali che si muove eternamente lungo un terzo:
1. C’è anzitutto un “raggio” che è dato dal tempo della nostra vita, di cui noi recupereremo e vivremo, contemporaneamente e distintamente, tutti i momenti felici. Nulla di ciò che vale andrà perduto, tutto il redimibile sarà redento e recuperato e salvato; come colui che guarda nell’Aleph, che vede tutti i punti dell’universo in un unico punto, noi vivremo tutti gli istanti nello stesso istante.
2. Poiché la speranza cristiana non è individualistica e il paradiso è comunione, noi non vivremo soltanto la nostra vita, ma anche quella di tutti gli altri beati, tutti gli altri raggi. Leggere un bel libro, forse scriverlo, ridere con gli amici, belle conversazioni, ammirare un panorama, crescere un figlio, fare l’amore con la persona amata… queste esperienze, se pure le avesse sperimentate un unico essere umano in tutta la storia dell’umanità, sarebbero già solo per questo acquisite alla memoria condivisa del Paradiso. Io sarò te che stai leggendo, e tu sarai me che sto scrivendo, e ciascuno dei noi sarà sé medesimo più di quanto lo sia mai stato prima e al tempo stesso sarà in tutti gli altri. E tutti i “raggi”, tutti i tempi e recuperati, saranno in comunione
3. nel centro del cerchio, l’asse lungo il quale il cerchio ascende eternamente, il “tempo”nel quale il Padre genera il Figlio e da essi procede lo Spirito Santo, in questo momento di infinito amore da cui tutto muove e a cui tutto vuol tornare.
Ecco, io credo che il Paradiso sarà questo. Allora noi saremo in Dio, e Dio sarà in noi come tutto in tutti: e tutti quei momenti non andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia, ma saranno salvati dalla caducità del transeunte, per diventare gemme incastonate nella corona dell’eternità celeste.

a con
lim — = ∞ a ∈ N* = { 1, 2, ... }
x→0 x
[questa formula è stata suggerita da Crosta come viceversa della precedente]
Anathema sit
Assuntina Morresi, qui sul Sussidiario, ha scritto qualcosa che mi ha molto colpito. La “strana cristiana”, parlando della lista contro l’aborto di Ferrara e delle ragioni del suo esito insoddisfacente, afferma che:
“è nato subito un equivoco sullo scopo: nonostante Ferrara abbia detto fin dall’inizio e ripetuto fino alla fine, a chiare lettere, che la sua non era una battaglia politica per cambiare la legge, in tanti (amici e nemici) hanno ritenuto che il vero obiettivo fosse proprio la modifica, o addirittura la cancellazione della 194. [...] E’ stato il riflesso condizionato di una grande parte del popolo pro-life, per il quale la legge è il grande nemico, la causa dell’aborto in Italia. Anche chi diceva di non volerla cambiare, spesso lo faceva a denti stretti, con un “vorrei tanto, ora non posso, ma quando ci arrivo….”, come se l’aborto fosse nato insieme alla legge, e abolendo la legge se ne cancellasse automaticamente l’esistenza.
Questo equivoco, temo, è la fonte di tutti gli errori politici in cui il mondo cattolico è incorso su questo tema. Gli aborti, anche se clandestini, c’erano già prima della 194: tra centomila e duecentomila all’anno [...] L’anno scorso gli aborti in Italia sono stati 130.000, di cui 37.000 circa di straniere.
Questo significa che gli aborti sono diminuiti nonostante la legge, in qualche modo, li legittimi. Non è soltanto la normativa a influire sul tasso di abortività. [...]
I pro life, compresa chi scrive, ritengono che la risposta agli aborti clandestini non possa essere semplicemente la loro legalizzazione. Ma oltre a ricordare sempre che le donne che abortiscono non devono andare sotto processo – come succedeva prima della 194 – è necessario riconoscere onestamente che la legge è arrivata in Italia perché gli aborti già c’erano e che, sostanzialmente, abbiamo perso il referendum perché la società non era più in maggioranza cristiana. La 194 è stata una delle tante conseguenze della secolarizzazione della società, non la sua causa, e non si può certo pensare di rovesciare una mentalità diffusa processando e colpevolizzando le donne.”
Forse è possibile aprire un cauto discorso sugli errori politici commessi dal mondo cattolico ai tempi dei due referendum spartiacque, e addirittura sostenere che non è che prima fosse tutto rose e fiori, e che una meditata legislazione al riguardo potrebbe anche avere una qualche ragion d’essere, senza per questo essere subito tacciati di cattocomunismo ed eterodossia.
Ne sono consolato.
Le mutazioni genetiche
Nel post precedente avevo commentato la paradossale ironia della storia per cui a quelli che volevano convincere i cattolici a diventare sostanzialmente non-cattolici, in nome della modernità, adesso non va proprio giù che la sinistra debba diventare ciò che (secondo loro) è sostanzialmente non-sinistra, proprio in nome della modernità.
Questo però mi porta a chiedermi: che cosa significa essere di sinistra? Qual è il limite che caratterizza ciò che è il pensiero di sinistra rispetto a ciò che non lo è, quali sono i “valori non negoziabili” della sinistra? E chi è che ha l’autorità riconosciuta per stabilire cosa è o non è di sinistra?
L’articolo di Sansonetti che commentavo individua e descrive sinteticamente quattro punti fermi, quattro “idee-forza” che qualificano la vera sinistra (ricordiamo che per Sansonetti, e per tutti i pensatori di quell’area politica, il PD non è altro che una pseudo-sinistra). Ovvero:
“Primo, il recupero del valore del lavoro, come elemento essenziale di una società produttiva, e quindi la lotta aspra contro l’idea che il lavoro sia solo una variabile dipendente del profitto e della competizione.
Secondo, il sostegno alle lotte per rovesciare lo strapotere maschile, e dunque una idea di società non più dominata dal patriarca, e quindi dalla gerarchia, e quindi dai simboli essenziali del pensiero maschile (potere, gerarchia, dominio, ordine, autorità, eterosessualità, tradizione).
Terzo, la mobilitazione per imporre uno stile di vita, in occidente, che riduca drasticamente i consumi e impedisca lo smantellamento degli equilibri della natura.
Quarto, l’affermazione del principio di uguaglianza, e cioè quell’idea che gli esseri umani hanno tutti la stessa dignità e gli stessi diritti (idea che io, personalmente, prima ancora di leggere Marx avevo imparato al catechismo, e che ormai, invece, è considerata una bestemmia estremista...). E quindi che il problema - ad esempio - delle grandi migrazioni, va affrontato dal punto di vista dei diritti dei migranti e non da quello dell’ordine pubblico.”
Ora, vorrei innanzitutto che i lettori si chiedessero se in questo elenco di idee-forza manca qualcosa. Un’idea che una volta significava parecchio, anzi forse quasi tutto, e che adesso pare stranamente scomparsa dall’orizzonte intellettuale della sinistra. Pensate un attimo a quale possa essere questa idea, mentre io commento brevemente i valori non negoziabili della sinistra sansonettianamente intesa.
Primo, il lavoro. Ma io non capisco: forse che il lavoro non è già considerato essenziale nella nostra società, “Repubblica democratica fondata sul lavoro”? Forse che il modello sociale liberista, che Sansonetti odia (e neanche a me garba, e perfino Tremonti ne delucida i pericoli), non si regge proprio sul lavoro come motore dello sviluppo e fonte di sostentamento dei propri divertimenti liberamente autodeterminati, hard work hard play? Probabilmente Sansonetti si rifaceva all’antico tema del conflitto tra lavoro e capitale, inteso proprio come conflitto di classe tra lavoratori e capitalisti: ma allora perché non l’ha messa in questi termini?
Secondo, la “lotta al pensiero maschile”. Poveri noi: un insieme eterogeneo di concetti alla rinfusa, identificati a forza a forza con il pensiero maschile. La gerarchia è maschile: Sansonetti non ha mai sentito parlare del matriarcato. L’eterosessualità è maschile: Sansonetti non ha mai conosciuto una donna eterosessuale, non ha mai sentito di un omosessuale che si consideri cionondimeno un uomo (e leggiti Proust!). La tradizione è maschile: tiè, ti sta bene che la modernità che hai tanto idolatrato adesso ti si rivolti contro.
Terzo, l’ecologismo e l’anti-consumismo. E a me va pure bene, ma non vi sfugga che il nostro parla disinvoltamente di “imporre uno stile di vita”: la qual cosa, se ne deduce, è male se fatta dai cattolici ma è bene se fatta dai comunisti. Buono a sapersi.
Quarto, l’uguaglianza. E questo è un vecchio classico della sinistra: si potrebbe discettare se uguali diritti voglia dire pari benessere o pari opportunità, o che l’uguaglianza degli esseri umani è un concetto inutile finché non si definisce cos’è un essere umano; ma si può dire che l’accento sull’uguaglianza è una idea-forza di sinistra, rispetto all’accento sulla differenza che caratterizza la destra. In realtà entrambe queste idee in sé sono astrattamente esatte, perchè gli esseri umani sono per certi versi uguali e per altri versi differenti; ed entrambe queste idee possono essere pervertite e corrotte. È idea di sinistra giusta che gli esseri umani abbiano uguali diritti fondamentali come la vita e la libertà; è idea di sinistra sbagliata che tutti debbano ricevere allo stesso modo a prescindere dal merito. È idea di destra giusta che ciascuno guadagni in relazione a quanto merita, e chi merita di meno, peggio per lui; è idea di destra sbagliata che il benessere di alcuni dipenda da privilegi di classe o di razza che non si è meritato.
Ma la cosa che più mi colpisce di questa sinistra tassonomia è la mancanza dell’idea di comunità: l’idea che la società non sia semplicemente una miriade di individui che interagiscono tra loro, ma un insieme organico che ha un’identità sua propria. Tutela dei lavoratori, modernismo socio-sessuale, ecologismo, uguaglianza... eppure, da questa costituzione dogmatica dell’ortodossia di sinistra, manca proprio ciò che sarebbe lecito attendersi da una politica che abbia la pretesa di definirsi socialista o addirittura comunista: manca la critica all’individualismo.
Ma perchè dovrei sorprendermi? Da tempo la sinistra ha abbandonato, prima nella pratica e poi nella retorica, la critica a quel che un tempo si sarebbe chiamato “individualismo piccolo-borghese”. Una volta era considerato come un (dis)valore di destra, ora lo si trova anche a sinistra. E mentre potrei rozzamente dividere la destra tra un filone individualista-liberale-liberista (penso in primis ai radicali, ma anche a Feltri o Biondi oppure Ostellino) e un filone di destra sociale (Storace, Alemanno e dintorni), e resterei nel dubbio su quale sia attualmente il contingente più numeroso, devo riconoscere che a sinistra abbondano molto più coloro che di fatto sono individualisti (a prescindere dai richiami di maniera al comunismo) rispetto a coloro che conservano ancora un sostanziale pensiero sociale. Anzi, il paradosso è che quanto più vado a “sinistra” tanto più vi trovo un individualismo soggiacente, mentre le uniche tracce di concreto pensiero comunitario ormai riesco a ravvisarle solo in posizioni che sono considerate di centrosinistra o centro-centro-sinistra. Che il comunismo sia ormai morto è certificato dal fatto che i cosiddetti comunisti, come l’esemplare sopra citato, sanno parlare dei diritti solo in chiave antropologicamente liberista.
A questo punto mi chiedo: ha ancora senso, oggi, parlare di “destra” e “sinistra”? Se faccio una ricerca veloce sull’origine di questi due termini, scopro che questa polarizzazione politico-geometrica dura da poco più di due secoli, fin dai tempi in cui in Francia i conservatori e radicali siedevano ai capi opposti dell’emiciclo degli Stati generali convocati dal Re, e si consolida durante
Sorpresa: scopro che la sinistra è nata individualista, e poi è diventata socialista. Adesso il cerchio si è chiuso.
Comincio a sospettare che non solo non abbia più senso parlare di “destra” e “sinistra” in termini assoluti, ma che non l’abbia mai veramente avuto; che queste parole siano diventate oramai etichette inutili, anzi fuorvianti.
Povero Sansonetti, che crede di essere ancora comunista.
Penso che questo weekend, se riuscirò a trovare un po’ di tempo, rivedrò uno dei miei film preferiti…
I lefebvriani del comunismo
«C’è un grande turbamento in questo momento nel popolo di sinistra, e ciò che è in questione è il pensiero di sinistra. Capita ora che mi ripeta la frase oscura di Marx nel Capitale: Quando il sol dell’avvenire trionferà, troverà ancora la sinistra sulla terra? Capita che escano degli articoli in cui la sinistra è in ritirata su punti importanti, che i politici ed intellettuali di sinistra tacciano, che non si trovino strani questi articoli. Questo, secondo me, è strano. Rileggo talvolta il Capitale che parla della fine del capitalismo e constato che in questo momento emergono alcuni segni di questa fine. Siamo prossimi alla fine? Questo non lo sapremo mai. Occorre tenersi sempre pronti, ma tutto può durare ancora molto a lungo. Ciò che mi colpisce, quando considero la sinistra, è che all’interno della sinistra sembra talvolta predominare un pensiero di tipo non di sinistra, e può avvenire che questo pensiero non di sinistra all’interno della sinistra diventi domani il più forte. Ma esso non rappresenterà mai il pensiero della vera sinistra. Bisogna che sussista una piccola percentuale di comunisti, per quanto piccola esso sia».
(piccolo concorso-quiz: il primo che indovina chi fu a dire queste parole, vince un racconto “inedito” del sottoscritto!)
“Sinistra, se sei seria diventa di destra...”
Questo editoriale di Sansonetti su Liberazione merita un’attenta lettura, perchè dice molto, soprattutto tra le righe, di dove e che cosa è oggi la sinistra cosiddetta massimalista.
Sansonetti parte da una critica ad un precedente editoriale del Riformista, “La Roma dei Rom e la sinistra californiana”. Al Riformista è finalmente tornato Polito (alleluia), e si vede:
“Finché la sinistra sarà moscia col crimine, che colpisce le donne, i deboli e i poveri; finché odierà i Suv, che sono il sogno di ogni artigiano del Nord; finché dirà che l’unico pasto civile è lo slow food in un ristorante organico e carissimo mentre i nostri ragazzi affollano i McDonald’s; finché ci proporrà di continuare ad appendere i panni sulla strada invece di asciugarli nelle centrifughe per non consumare troppo; finché sarà così, sarà una sinistra nella migliore delle ipotesi californiana, fatta cioè per un mondo che -ahinoi- non è l’Italia. E per quanto Roma abbia i suoi californiani, quelli che vivono in centro senza panni stesi, non prendono il trenino alla Storta come la povera ragazza stuprata, e possono fare a meno del Suv perché si muovono in taxi, non sono abbastanza per vincere le elezioni.”
Bene, tutto questo a Sansonetti – il quale dirige il giornale che è la propaggine editoriale di ciò che fu Rifondazione Comunista, e dunque è egli stesso un comunista non pentito ma solo “rifondato” – fa girare ampiamente le scatole: “Capite qual è la proposta del riformista? Che la sinistra si allinei alle idee di destra, e in questo modo recuperi consensi e modernità”. Lui è uno di quelli che il 14 aprile hanno sbattuto la testa, e adesso sono obbligati a chiedersi a) dove hanno sbagliato, e b) cosa devono fare per recuperare consenso. Ebbene, la sua risposta alla a) è semplicissima: è Veltroni che ha fatto il disastro, per aver fatto correre la “moderna sinistra riformista” del PD da sola e abbandonato la sinistra massimalista al suo destino, perdipiù cannibalizzandola con la propaganda del voto utile.
Però, per Sansonetti la distinzione tra sinistra riformista e sinistra massimalista non ha senso: solo la seconda è vera sinistra. Il PD veltroniano non è una “sinistra moderna”, ma una destra camuffata da sinistra, una pseudo-sinistra che ha svenduto il suo essere sinistra per essere accolta nel salotto buono della modernità. In questo si rivela la miopia politica dell’estremista: incardinato nel suo punto estremo, guarda e valuta tutto ciò che non coincide con tale punto come se fosse sostanzialmente la stessa cosa, come un telecopio egocentrico che non è interessato a quanto le stelle distano tra loro ma solo a quanto distano dall'osservatore. Tutto ciò che è diverso da A merita a malapena di essere classificato come B, C, D, eccetera: è semplicemente non-A, e tanto basta. Sansonetti è capace all’occasione di parlare di Veltroni Casini Berlusconi Fini Bossi e Storace come fossero la stessa cosa, e in effetti dal suo punto di vista quasi lo sono davvero.
Ma ecco, è proprio qui che si manifesta una grandiosa vendetta della storia, su cui vorrei attirare l'attenzione. Perchè quelli come Sansonetti, che adesso imparano quanto sa di sale il pane della modernità, sono gli stessi che per lungo tempo sulla retorica della modernità inarrestabile, del cambiamento, del rovesciamento della tradizione, ci hanno costruito tutta la loro ideologia politica; e in particolar modo hanno brandito le magnifiche sorti e progressive come arma contro
Azzardo un paragone temerario: le argomentazioni di Sansonetti contro il riformismo sono, mutatis mutandis, in un certo senso simili a quelle che un cattolico “integralista” potrebbe avanzare nei confronti del cattolicesimo “democratico” e “conciliare” sponsorizzato da quell’intelligenjia che si è ben saputa coltivare i suoi utili idioti per far entrare il fumo nel tempio. E già: quante volte abbiamo letto e sentito accorati appelli alla Chiesa affinché entrasse nella “modernità”, accettasse il “dialogo” e rinunciasse ai “dogmi”, applicasse la “nuova pentecoste” del Concilio Vaticano II e abbandonasse le sue idee obsolete e contrarie al “progresso”... Quanti rigorosi sondaggi ci hanno dimostrato che “il popolo cattolico” oggi non segue le idee della “gerarchia ecclesiastica”, la pensa a modo suo, e perciò
Ebbene: ecco che ora, sorpresa sorpresa, la sinistra massimalista si trova improvvisamente a stare dall'altra parte dello spartiacque della “modernità”, ad essere percepita a sua volta come superata e conservatrice. Buona parte del popolo comunista o veterocomunista o postcomunista o comesichiama ha abbandonato la nave: chi ha risposto al richiamo alle armi del voto utile e ha votato Veltroni, chi si è astenuto in quanto schifato dalla notte di una politica dove tutte le vacche sono ugualmente e schifosamente nere, e chi ha addirittura votato Lega perchè – mirabile sintesi, rozza ma efficace, attribuita ad un ineffabile operaio di Mirafiori – “ormai la sinistra pensa solo a froci e zingari e per i lavoratori non ha fatto niente”. I comunisti sono allo sbando e si chiedono che fare adesso. Dobbiamo fare autocritica? Dobbiamo cambiare? Dobbiamo “aggiornarci”?
Ma l’atteggiamento di Sansonetti al riguardo è adamantino: non si cambia nulla. Il suo astio verso Veltroni e il PD è degno di quello di un lefebvriano verso Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano II; Liberazione sta al Riformista come La Tradizione Cattolica sta a Jesus. Per Sansonetti l’aggiornamento è una roba che va bene solo per
Insomma, vedete? A quelli che volevano convincere i cattolici a diventare sostanzialmente non-cattolici in nome della modernità, adesso non va proprio giù che la sinistra debba diventare sostanzialmente non-sinistra in nome della modernità.
Al destino, come sappiamo, non manca il senso dell’ironia.
Caro Sansonetti, che ti devo dire? Benvenuto nel club degli obsoleti, di quelli che la modernità vogliono interpretarla ma non subirla, di chi pensa che le idee non sono nuove o vecchie ma solo giuste o sbagliate. Forza, ripetiamo insieme: resistere, resistere, resistere.
* e ci sarebbe pure da commentare quali sono, e quali non sono, queste idee-forza che per Sansonetti caratterizzano la sinistra rispetto alla pseudo-sinistra e alla destra. Ma ne parliamo un’altra volta.
Ce ne sarebbero di cose da dire su queste elezioni, ma ora ho solo il tempo per un commento veloce. Volete sapere perchè i comunisti e i socialisti sono (finalmente) scomparsi dal Parlamento, e una buona fetta dei suoi tradizionali sostenitori ha votato Lega o PDL? Leggetevi quest’intervista a Rina Gagliardi:
D. Le propongo una riflessione: e se la sinistra avesse perso il voto operaio perchè ha perso di vista i bisogni primari della società inseguendo i bisogni secondari - le esigenze di libertà sessuale e diritti civili - di esigue minoranze? Non potrebbe essere questa una delle chiavi di lettura della vostra sconfitta?
R. Non condivido la sua interpretazione, non penso sia questo il problema. Gli operai non sono disinteressati ai problemi dei diritti civili. Ci può essere anche dentro il mondo operaio una componente omofobica...
D. No, mi scusi: io non ho parlato di omofobia operaia. Ipotizzavo che le priorità del ceto operaio non siano la tutela delle differenze di genere ma per esempio il salario o una politica per le famiglie.
R. Ma la sinistra non ha mai posto la questione operaia dopo i diritti civili. Se questo è apparso è perchè spesso i media deformano la realtà. Dai nostri programmi e dai nostri comportamenti parlamentari non abbiamo mai derubricato la questione operaia, l'abbiamo sempre tenuta al primo posto. Poi è vero: non siamo stati capaci di essere dentro il popolo operaio, di rappresentare il suo conflitto e il suo disagio, ma questo è un altro discorso.
“Spesso i media deformano la realtà”: detto dalla Gagliardi, che ha passato tutta la vita a lavorare nei giornali comunisti, significa qualcosa.
Dopo i secoli bui
(il Grande Divertimento. Morire.)
Avviso: questo non è un racconto di fantascienza.
La campanella suonò, segnando la fine della ricreazione, e la maestra richiamò all’ordine i bambini presenti in classe. Naturalmente quelli continuarono a fare baccano, mentre dalla finestra aperta giungeva il chiasso caotico degli altri che si attardavano in cortile: alcuni di quei suoni si sarebbero potuti paragonare addirittura a dei ruggiti… l’insegnante dovette urlare a squarciagola, ma alla fine le piccole pesti fecero abbastanza silenzio e lei ottenne un po’ di attenzione.
“Oh, bene”, concluse lei soddisfatta, spingendo la gabbia a fianco della sua cattedra. “Cominciamo con la lezione di storia. Oggi parleremo del Medioevo, delle sue principali caratteristiche, e del modo in cui ebbe termine.”
“Che rottura”, pensò Lio in preda allo sconforto. Le lezioni non gli piacevano neanche un po’, e avrebbe preferito andare fuori al sole a fare sport, o giocare con i suoi amici. Anche se, in effetti, guardando Tigella, la sua compagna di classe che stava due file più avanti, gli venne in mente che sarebbe stato bello anche parlare con lei e dirle qualcosa di divertente, qualcosa che lo facesse sembrare simpatico e intelligente…
Ma la maestra stava già digitando nomi e cifre sul suo computer, e le informazioni apparivano istantaneamente sulla video-lavagna. La lezione avanzava inesorabile e non c’era posto né per lo sport né per le ragazze.
“Il Medioevo, bambini”, cominciò la maestra, “detto anche ‘l’epoca dei secoli bui’, fu un periodo che…”
“Perché lo chiamano così?”, domandò uno dei bambini. “In quel periodo il sole dava meno luce?”
“Una cometa si era messa tra il sole e la terra?”
“La notte era più lunga?”
“C’erano molte eclissi?”
“No, ragazzi”, disse la maestra, “i secoli bui non si chiamano così per questi motivi, non è che ci fosse meno luce sul pianeta. L’espressione è una metafora, si dice secoli bui perchè quello fu il periodo più brutto della storia degli uomini.”
“E perchè Medioevo?”
“Beh, Medioevo significa letteralmente ‘epoca di mezzo’, cioè una fase di passaggio tra due grandi epoche. Ma anche questo termine è comunque usato perlopiù in senso dispregiativo, per indicare un brutto periodo. Certo, oggi qualche storico non è tanto convinto che sia corretto usare questa espressione, perchè in realtà nel passato non sono mai mancati dolori e sofferenze in quantità... forse, dopotutto, l’intera storia umana è tutto un grande Medioevo. Però la maggior parte degli storici considera comunque utile l’uso di questa espressione, perchè quel periodo particolare presenta delle caratteristiche prima sconosciute, ed esaspera quelle che erano già note...”
Lio faceva sempre più fatica a stare attento. Che noia, gli storici questo e gli storici quello, bla bla bla...
“Comunque, oggi parleremo del periodo di tempo che, secondo il metodo di datazione del tempo allora in vigore, va dall’anno mille e settecentonovantotto all’anno duemila e...”
E qui l’attenzione di Lio svanì del tutto e la sua mente prese a vagare nelle sue fantasticherie, sentendo solo lontanamente la maestra che parlava di un uomo di nome Malthus, e impegnata piuttosto a sognare mille fantastiche avventure tra pirati e navi spaziali di cui lui era il protagonista, lottando contro mostri spaventosi e salvando sempre Tigella all’ultimo momento. Si mise anche a sbirciare il suo fondoschiena, che trovava molto bello.
Le sue divagazioni furono interrotte bruscamente quando al centro dell’aula apparve un ologramma, emanato dal pulsore sul pavimento, che raffigurava una quantità enorme di corpi umani, ammucchiati uno sull’altro, morti. Lio osservò, affascinato e atterrito, quella montagna di carne.
“E questa, bambini, è una delle immagini più rappresentative di quello che fu il XX secolo.”
Comparve un altro ologramma: una bomba atomica che esplodeva su una città.
Una bambina esclamò, sconvolta: “ma... cioè... uomini che usano la bomba atomica contro altri uomini? Che stupidi! Assurdo!!!”
Era stata Tigella a parlare. Lio pensò che, se lei era così interessata dall’argomento, forse era davvero il caso di fare attenzione.
“Già, bambini, so che sembra impossibile. Eppure è proprio quello che è successo nel Medioevo.”
Qualcuno dei ragazzi guardò la gabbia nell’aula, coperta da un panno nero, con un certo stupore.
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“Allora, bambini, dovete sapere che oggigiorno gli storici individuano quell’epoca sulla base di tre principali caratteristiche”, spiegò la maestra.
“La prima è sempre stata presente nella storia umana, ma lo fu in modo particolare nei secoli bui: alcuni esseri umani consideravano altri esseri umani non come propri simili, ma come cose, oggetti da usare o da scartare. Questa in sé non era affatto una novità, perchè in passato l’umanità aveva già conosciuto fenomeni come la schiavitù: ricordate quando abbiamo parlato delle prime forme di Stato della storia, fino all’Impero romano? Dopo la sua caduta la schiavitù fu abbandonata, almeno in teoria, e si sostenne che tutti gli esseri umani erano, aldilà di ogni differenza di censo, in sé e per sé uguali. In realtà, però, nei fatti molto spesso i ricchi trattavano comunque i poveri come schiavi; e in ogni caso, questa spinta ideale all’uguaglianza non durò troppo a lungo. Ricordate quando fu scoperto il continente americano? Allora gli europei dissero che le popolazioni indigene non erano veramente umane, ma piuttosto strani incroci tra l’uomo e la scimmia, e la schiavitù tornò di nome e di fatto. E quando quelle razze furono quasi del tutto estinte, e c’era bisogno di altra manodopera per sfruttare le risorse del nuovo continente, gli uomini bianchi andarono nel continente africano a rapire gli uomini neri e dissero che anche loro non erano veri esseri umani, ma incroci uomo-scimmia, e resero schiavi anche loro...”
“Ma allora, che cosa ebbe il Medioevo di tanto diverso dalle epoche passate?”, domandò qualcuno.
“Beh, il fatto è questo, bambini: nel Medioevo, l’idea che alcuni umani fossero in realtà sub-umani fu sostenuta, filosoficamente e scientificamente, con un’intensità e una decisione mai udite prima nella storia. Un filosofo di quell’epoca disse ‘i deboli e i malriusciti devono morire: questo è il principio del nostro amore per gli uomini’, e non stava scherzando... quel filosofo fu considerato uno dei più grandi della storia dell’umanità. Quel filosofo disse pure che presto sarebbe comparso sulla terra un oltre-uomo, un essere che avrebbe superato l’uomo come l’uomo aveva superato la scimmia. Lui e molti suoi seguaci desiderarono ardentemente l’arrivo di quel giorno.”
I bambini ascoltarono in silenzio, stupefatti. Gli uomini di quell’epoca dovevano essere stati davvero molto strani.
“Dapprima la scoperta dell’evoluzione, ovvero il fatto che le scimmie erano gli antenati degli uomini, fu usata per sostenere che alcune razze umane erano più evolute di altre, e perciò più umane. Non ci volle molto perchè le razze ‘superiori’ scatenassero una guerra per sottomettere le razze ‘inferiori’, una guerra che portò un numero di morti enorme perfino per gli standard del tempo, e in cui si fece uso anche della bomba atomica.”
L’ologramma dell’esplosione nucleare tornò a troneggiare al centro dell’aula.
“A questo punto, dopo il conflitto più sanguinoso che si fosse mai visto sulla faccia della terra, molti pensarono che ormai fosse passata una volta per tutte la mentalità di restringere il perimetro della definizione ‘esseri umani’... in realtà però quella mentalità non era affatto passata, semplicemente si stava preparando ad assumere nuove forme, stavolta con l’accortezza di escludere chi difficilmente avrebbe potuto ribellarsi e combattere. Dopo la guerra, a poco a poco la nozione di ‘essere umano’ fu di nuovo cambiata e gradualmente ristretta, fino a coincidere con quella di ‘essere umano cresciuto e in buona salute e capace di divertirsi’, e così...”
“Ma... ma… allora, restavano fuori... i bambini??”, domandò Tigella.
A quell’osservazione, la classe esplose in una specie di ruggito collettivo di stupore:
“EHHH?!?”
“Calma, bambini! So che può sembrare incredibile, ma tenete presente che fu una cosa molto graduale. Oggi noi ci accorgiamo di quanto fosse immenso il cambiamento perché vediamo subito il balzo dal punto di partenza a quello d’arrivo, ma gli uomini che vissero in quell’epoca erano immersi in una specie di lenta inclinazione e spesso non si accorgevano dei mutamenti, che erano impercettibili da un giorno all’altro, e balzavano all’occhio solo se si paragonava il senso comune di generazioni diverse.”
Adesso la fantasia di Lio era davvero infiammata… s’immaginò di vivere in quel tempo, un piccolo bambino come gli altri, a combattere gli uomini adulti che lo volevano marchiare come essere inferiore, mentre Tigella lo guardava ammirata. Questa lezione di storia non era come le altre, era interessante!
“All’inizio”, continuò la maestra, “si sostenne che chi era appena all’inizio del suo sviluppo, un nucleo di poche cellule nella pancia della mamma, non era un vero essere umano: piuttosto un pre-umano, un umano potenziale, un ammasso di cellule uguale a un foruncolo o alle unghie dei piedi. Poi la soglia fu spostata in avanti, prima fino ai tre o sei mesi e poi oltre, e a un certo punto si disse che si diventava veri esseri umani solo quando si era completamente usciti dall’utero; addirittura si teorizzò che, se la creatura aveva le gambe fuori e la testa ancora dentro, era considerata ancora pre-umana… che meticolosità! Ma poi qualcuno fece notare che in realtà il criterio della nascita non era perfetto, perché non tutti i bambini nascevano allo stesso momento: la maggior parte a nove mesi, ma alcuni anche a otto, o addirittura a sette… e perché i nati prematuri dovevano essere trattati diversamente da quelli che alla loro età erano ancora nell’utero, visto che dentro o fuori non erano poi così diversi? Alla fine, fu detto chiaro e tondo che anche i bambini appena nati erano nella stessa condizione di quelli ancora da partorire, cioè pre-umani, visto che non avevano consapevolezza o autocoscienza e comunque dipendevano in tutto e per tutto dai genitori. Perciò si concluse che sarebbero stati i genitori o lo Stato, o comunque quelli che avevano autorità sul bambino, a decidere quando quello diventava un essere umano. Comunque, di solito non si andava troppo in là nel considerare i bambini sani come umani potenziali... non oltre i due, tre, massimo quattro anni, rarissimamente cinque. Tranquilli, ragazzi, voi sareste stati probabilmente considerati umani!”
Qualcuno in aula rise. La maestra osservò con soddisfazione che i bambini ascoltavano davvero la lezione, per la prima volta a memoria d’insegnante: perfino Lio, di solito il più discolo della classe, aveva l’aria attenta.
“Nel frattempo la nozione di essere umano si andava riducendo anche dall’altro lato, e si cominciò a parlare di post-umano, cioè non più umano. Anche qui la cosa fu molto graduale. All’inizio si disse che le persone in coma, che non potevano più muoversi e parlare, erano praticamente come morte e perciò tanto valeva staccare la spina. Poi si disse che dopotutto quella era la loro volontà, ovvero sarebbe stata sicuramente la loro volontà se avessero potuto esprimerla. E alla fine si disse che quelle non erano più persone, e si decise di sopprimerle non in ossequio a una loro presunta volontà, ma perchè una vita umana in quelle condizioni non era considerata più tale.”
Sullo schermo comparvero le immagini di vecchi e avvizziti moribondi, comatosi immobili attaccati a macchine che li nutrivano per endovena.
“E poi, ragazzi, c’era anche la questione dei malati. A quell’epoca gli esseri umani avevano molto a cuore la salute, e sognavano un giorno in cui tutte le malattie sarebbero state sconfitte. E in effetti fecero molti progressi in questo campo, riuscirono davvero a curare molti malanni che in epoche passate erano stati letali. Il problema però è che più malattie guarivano, e più ne restavano, e magari se ne scoprivano anche di nuove. Così a un certo punto gli uomini del Medioevo, forse frustrati perchè la loro medicina non era così potente come speravano, decisero che il mezzo più sicuro per eliminare le malattie era eliminare i malati, creare un mondo perfetto perché popolato solo da persone perfette. Già gli uomini del XX secolo, quelli che avevano scatenato la grande guerra perchè si ritenevano più evoluti, avevano soppresso i propri malati nel nome della purificazione della razza. Ma dopo la fine di quella guerra sanguinosa un metodo così immediato era divenuto politicamente improponibile, e si decise per una soluzione più obliqua e diluita nel tempo: ai malati che erano già nati e cresciuti e consapevoli era permesso di continuare a vivere, ma quelli ancora nati non dovevano nascere, e se erano nati da poco non dovevano continuare a vivere. L’uomo tipico del Medioevo diceva che era una crudeltà imporre a qualcun altro un’idea di vita che non condivideva, che era orribile costringerli a venire al mondo e vivere una vita da malati che sicuramente sarebbe stata bruttissima, e perciò sopprimerli fin da subito era un atto di pietà.”
“Signora maestra, ma... non capisco”, disse Tigella. “L’uomo tipico del Medioevo prima diceva che nessuno doveva imporre la propria idea della vita agli altri, e poi impediva ai malati di nascere perchè lui diceva che tanto la loro vita non sarebbe stata dignitosa? Ma... è assurdo, è una contraddizione così evidente che...”
“Sì, Tigella, a noi sembra assurdo, ma è proprio così che la maggior parte della gente ragionava all’epoca. In effetti, gli storici non riescono ancora a capire bene come fosse possibile; qualcuno dice addirittura che quella fu un’epoca di psicosi collettiva, che quasi tutti erano un po’ pazzi e irrazionali. Non per niente li chiamano secoli bui: perché si era perso, come si diceva un tempo, il lume della ragione.”
Lio ascoltava sempre più interessato. La gente dei secoli bui doveva essere stata o molto ipocrita, o molto schizofrenica.
“Ma signora maestra”, domandò ancora Tigella, guardando impressionata la gabbia, “io ancora non capisco... perchè? Perchè a quel tempo gli uomini avevano così bisogno di escludere altri uomini, era proprio co